Dallo scarto del caffè ai nuovi materiali: la bioeconomia cerca valore nelle filiere italiane

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Ogni anno la torrefazione italiana genera oltre 7.500 tonnellate di coffee silverskin. Oggi questo sottoprodotto diventa la base di nuovi biomateriali, aprendo opportunità per la manifattura e l’economia circolare.

— di Michele Pacillo

L’Italia è il primo produttore europeo di caffè tostato. Secondo Eurostat, nel 2023 sono state prodotte 556.500 tonnellate di caffè tostato e decaffeinato, pari a circa un quarto dell’intera produzione dell’Unione Europea, confermando il primato italiano davanti a Germania e Francia.

Da questa importante filiera industriale deriva anche una risorsa ancora poco valorizzata: la coffee silverskin, la sottile pellicola che si separa naturalmente dal chicco durante la torrefazione. Secondo una recente review scientifica pubblicata sulla rivista Encyclopedia, in Italia vengono generate oltre 7.500 tonnellate di silverskin ogni anno, una biomassa che fino a pochi anni fa trovava impieghi limitati, ma che oggi è sempre più al centro dell’interesse di imprese e ricercatori impegnati nello sviluppo di materiali innovativi.

Trasformare gli scarti in nuove materie prime rappresenta oggi una delle principali sfide della bioeconomia. L’obiettivo non è soltanto ridurre i rifiuti, ma recuperare valore dai residui di produzione, diminuire la dipendenza da materie prime vergini e creare nuove opportunità industriali all’interno delle filiere esistenti.

La startup italiana Biosiness

In questo scenario si inserisce Biosiness, startup italiana che ha sviluppato un processo per trasformare la silverskin in una famiglia di biomateriali destinati al mercato B2B. Il primo risultato è un tessuto non tessuto progettato come alternativa ai materiali di origine animale o sintetica, con possibili applicazioni nei settori dell’arredamento, dell’automotive, degli accessori, del merchandising e del product design.

La proposta di Biosiness si inserisce in un contesto di crescente domanda di materiali bio-based e circolari da parte dell’industria manifatturiera. Le strategie europee dedicate alla bioeconomia e all’economia circolare stanno infatti favorendo modelli produttivi capaci di mantenere il valore delle risorse all’interno dei cicli industriali, promuovendo il recupero dei sottoprodotti e lo sviluppo di nuove filiere ad alto valore aggiunto.

Dal punto di vista produttivo, Biosiness ha già validato il proprio processo su macchinari industriali esistenti, adottando un modello di Production as a Service che consente di valorizzare capacità manifatturiere già presenti sul territorio nazionale. La filiera è interamente italiana e, a regime, potrebbe raggiungere una capacità produttiva di circa 120.000 metri lineari di materiale all’anno.

Più che un semplice progetto di riciclo, quello sviluppato da Biosiness rappresenta un esempio di upcycling industriale, in cui uno scarto della filiera alimentare viene trasformato in un materiale destinato ad applicazioni ad alto valore aggiunto. Il progetto si colloca all’incrocio tra bioeconomia, innovazione dei materiali ed economia circolare, dimostrando come sia possibile creare nuove filiere industriali valorizzando materie prime disponibili sul territorio e il patrimonio di competenze manifatturiere del Made in Italy.

In un Paese che guida la produzione europea di caffè tostato, la possibilità di trasformare un sottoprodotto della torrefazione in una nuova materia prima racconta bene come la bioeconomia possa diventare non solo una risposta ambientale, ma anche un’opportunità di innovazione e competitività per il sistema manifatturiero italiano.

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