Caldo estremo e siccità, l’agricoltura italiana paga un conto sempre più salato: oltre 20 miliardi di danni in quattro anni

Le temperature record e gli eventi meteorologici estremi stanno trasformando il cambiamento climatico in un’emergenza economica per l’agricoltura italiana. Secondo l’ultimo allarme lanciato da Coldiretti, ondate di calore, siccità prolungate e precipitazioni sempre più violente stanno mettendo sotto pressione coltivazioni, allevamenti e filiere agroalimentari, con ripercussioni che potrebbero riflettersi sui prezzi al consumo. Negli ultimi quattro anni i danni diretti e indiretti provocati da questi fenomeni hanno superato, secondo le stime dell’organizzazione agricola, i 20 miliardi di euro.
Il problema non è solo la siccità
A preoccupare non è soltanto l’assenza di piogge, ma anche la loro distribuzione. I temporali intensi e le cosiddette “bombe d’acqua” non riescono a compensare i lunghi periodi di siccità: l’acqua cade in poco tempo, il terreno fatica ad assorbirla e aumenta il rischio di erosione, frane e dissesto idrogeologico, mentre le riserve idriche continuano a diminuire. È una dinamica che rende la gestione dell’acqua in agricoltura molto più complessa di quanto suggerisca la semplice contrapposizione tra periodi di pioggia e periodi di arsura.
Le colture e gli allevamenti più colpiti
Le conseguenze sono visibili nelle campagne. Le colture più vulnerabili sono riso, mais, pomodori, ortaggi e pascoli, soprattutto nelle aree del bacino del Po, dove la scarsità d’acqua e le temperature elevate compromettono rese e qualità dei raccolti. Anche gli allevamenti risentono dell’afa: lo stress termico riduce la produzione di latte e costringe gli allevatori a sostenere maggiori spese per ventilazione, nebulizzazione e refrigerazione delle stalle e del prodotto. Coldiretti stima che questi costi possano aumentare fino al 30% durante le fasi più intense delle ondate di calore, una pressione economica che si scarica su aziende già alle prese con margini ridotti.
Le ricadute sui prezzi
L’aumento dei costi di produzione rischia di propagarsi lungo tutta la filiera agroalimentare. Maggiore utilizzo dell’irrigazione, incremento dei consumi energetici e calo delle produzioni possono tradursi in rincari per alcune materie prime agricole. Se e in che misura questi aumenti arriveranno sugli scaffali dipende da diversi fattori: la durata e l’intensità della siccità, l’andamento dei mercati internazionali delle commodities agricole e la capacità della grande distribuzione di assorbire o trasferire al consumatore finale i rialzi a monte della filiera. Non è detto che ogni difficoltà stagionale si traduca in un aumento visibile dei prezzi, ma la pressione strutturale sul settore tende nel tempo a erodere i margini di compensazione.
Il territorio a rischio e la proposta degli invasi
Secondo un’analisi richiamata da Coldiretti su dati ISPRA, circa il 28% del territorio nazionale è esposto a fenomeni di degrado e desertificazione legati anche alla crescente scarsità d’acqua. Su questo sfondo l’organizzazione chiede di passare da una gestione emergenziale a una strategia strutturale, rilanciando la realizzazione di un piano nazionale degli invasi sviluppato insieme ad ANBI, con l’obiettivo di aumentare la capacità di raccolta dell’acqua piovana, ridurre il rischio di esondazioni e garantire risorse idriche nei periodi più siccitosi.
Quello che i dati degli ultimi quattro anni sembrano indicare è che l’agricoltura italiana si trovi di fronte a qualcosa di più di una sequenza di stagioni difficili. La frequenza e l’intensità degli eventi estremi stanno cambiando i parametri entro cui gli agricoltori pianificano, investono e lavorano, con un’incertezza che le misure emergenziali da sole non riescono ad assorbire. La domanda che rimane aperta è se le risorse e le politiche disponibili siano all’altezza di una trasformazione che si sta rivelando più rapida di quanto i piani di adattamento avessero previsto.





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