Come le “Big Tech” hanno costruito un vero e proprio sistema feudale informatico

Flavio Siano - Guest Author - esperto finanza e automotive -

Per secoli il potere economico è stato legato al possesso della terra. Nel Medioevo i grandi feudatari controllavano il territorio, concedevano ai contadini il diritto di coltivarlo e, in cambio, ricevevano tributi, lavoro e fedeltà. Oggi la terra non è più il bene strategico per eccellenza. Il nuovo territorio è costituito dai dati, dalle piattaforme digitali e dalle infrastrutture cloud. Chi controlla questi elementi esercita un potere enorme sull’economia, sulla società e, sempre più spesso, anche sulla politica.

Per secoli il potere economico è stato legato al possesso della terra. Nel Medioevo i grandi feudatari controllavano il territorio, concedevano ai contadini il diritto di coltivarlo e, in cambio, ricevevano tributi, lavoro e fedeltà. Oggi la terra non è più il bene strategico per eccellenza. Il nuovo territorio è costituito dai dati, dalle piattaforme digitali e dalle infrastrutture cloud. Chi controlla questi elementi esercita un potere enorme sull’economia, sulla società e, sempre più spesso, anche sulla politica.

Dal feudo medievale al feudo digitale: il nuovo potere del mondo digital

L’affermazione secondo cui “le Big Tech hanno costruito un vero e proprio sistema feudale informatico” può sembrare provocatoria, ma negli ultimi anni numerosi economisti, filosofi e studiosi hanno iniziato a utilizzare espressioni come digital feudalismtechnofeudalism e datafeudalism per descrivere la crescente concentrazione di potere nelle mani di poche aziende tecnologiche. Il tema è ormai oggetto di ricerca accademica e di un vivace dibattito internazionale, che cerca di comprendere come il capitalismo digitale stia evolvendo verso forme di controllo sempre più centralizzate.

Nel sistema feudale il signore possedeva la terra e chi voleva lavorarla era costretto ad accettarne le regole. I contadini non erano proprietari del suolo che coltivavano: ne ottenevano l’uso in cambio di tributi e servizi. Oggi il meccanismo sembra riproporsi in una forma diversa. Le grandi piattaforme digitali controllano gli spazi nei quali aziende, professionisti e cittadini lavorano, comunicano, acquistano, vendono e producono informazioni. Google rappresenta la principale porta d’accesso al sapere online, Amazon domina una parte rilevante del commercio elettronico e del cloud computing, Apple decide quali applicazioni possono essere distribuite sui propri dispositivi, Microsoft controlla gran parte degli strumenti di produttività utilizzati da imprese e pubbliche amministrazioni, mentre Meta gestisce una quota significativa delle relazioni sociali digitali.

Gli utenti nell’ecosistema delle piattaforme: libertà apparente e dipendenza tecnologica

In questo scenario gli utenti sono apparentemente liberi di scegliere, ma operano quasi sempre all’interno di ecosistemi chiusi. Ogni ricerca effettuata, ogni documento salvato nel cloud, ogni acquisto online, ogni fotografia condivisa o messaggio inviato contribuisce ad alimentare il valore economico delle piattaforme. Come accadeva nel feudalesimo, il proprietario dell’infrastruttura percepisce una rendita continua grazie al controllo del territorio. La differenza è che oggi il “raccolto” non è costituito dal grano o dai prodotti agricoli, bensì dai dati personali, dall’attenzione degli utenti, dal tempo trascorso online e dalle commissioni applicate ai servizi digitali.

Uno degli aspetti più interessanti di questa trasformazione riguarda proprio il ritorno del concetto economico di rendita. Nel capitalismo industriale il profitto derivava principalmente dalla produzione di beni e dalla competizione sul mercato. Le Big Tech, invece, costruiscono piattaforme che diventano infrastrutture indispensabili per il funzionamento dell’economia moderna. Una volta raggiunta una posizione dominante, chiunque desideri operare su quei mercati deve accettarne le regole economiche e tecniche. Gli sviluppatori pagano commissioni per distribuire le proprie applicazioni, le aziende acquistano pubblicità per essere visibili nei motori di ricerca, i venditori online dipendono dagli algoritmi dei marketplace e milioni di imprese affidano i propri dati ai servizi cloud pagando un canone ricorrente. In questo modello il valore non deriva esclusivamente dall’innovazione tecnologica, ma soprattutto dal controllo dell’infrastruttura stessa. È proprio questo meccanismo che molti studiosi definiscono “feudale”: il proprietario del territorio digitale percepisce una rendita permanente semplicemente perché controlla il punto di accesso.

Dal possesso del software all’abbonamento: nasce il modello SaaS

Naturalmente il paragone non deve essere interpretato in senso letterale. Gli utenti non sono servi della gleba e nessuno è obbligato a utilizzare una determinata piattaforma. Tuttavia, nella pratica, uscire completamente dagli ecosistemi digitali è diventato sempre più difficile. Rinunciare ai principali motori di ricerca significa limitare drasticamente l’accesso alle informazioni; abbandonare gli smartphone moderni comporta la perdita di numerosi servizi essenziali; molte aziende non possono più fare a meno del cloud e quasi ogni organizzazione utilizza software online per la gestione quotidiana delle proprie attività. La libertà teorica di scelta continua a esistere, ma il costo economico e organizzativo dell’uscita da questi ecosistemi aumenta continuamente.

Un ruolo fondamentale in questa trasformazione è stato svolto dal modello Software as a Service, più noto con l’acronimo SaaS. Prima della diffusione di Internet il software veniva acquistato come un prodotto: si comprava una licenza, si installava il programma sul computer e lo si utilizzava per molti anni, decidendo liberamente quando aggiornarlo o sostituirlo. Con il SaaS questa logica si è completamente ribaltata. Il software non viene più posseduto, ma semplicemente utilizzato attraverso un abbonamento. Le origini del SaaS affondano le proprie radici negli anni Sessanta, quando i grandi elaboratori centrali permettevano a più utenti di condividere la stessa capacità di calcolo attraverso il cosiddetto time-sharing. Sebbene la tecnologia fosse molto diversa da quella attuale, il principio era sorprendentemente simile: l’utente accedeva a una risorsa informatica remota senza possederla fisicamente. Con la diffusione di Internet negli anni Novanta questa idea trovò finalmente le condizioni tecnologiche per essere applicata su larga scala.

Il SaaS come forma di dipendenza tecnologica per aziende e professionisti

Il punto di svolta arrivò nel 1999 con la fondazione di Salesforce da parte di Marc Benioff. L’azienda dimostrò che un software gestionale poteva essere utilizzato interamente tramite browser, senza installazione locale e senza che il cliente dovesse preoccuparsi degli aggiornamenti. Per questo motivo Salesforce viene generalmente considerata la società che ha reso popolare il moderno modello SaaS, aprendo la strada a un’intera industria.

Negli anni successivi questo paradigma si è esteso praticamente a ogni categoria di software. Microsoft ha trasformato Office in Microsoft 365, Google ha sviluppato Workspace come piattaforma interamente online, Adobe è passata al modello Creative Cloud, mentre Dropbox, Zoom e migliaia di altre aziende hanno adottato sistemi basati su abbonamenti ricorrenti. Per gli utenti i vantaggi sono evidenti: aggiornamenti automatici, accesso da qualsiasi dispositivo, collaborazione in tempo reale e costi iniziali ridotti. Tuttavia, questo modello introduce anche una nuova forma di dipendenza. Se l’abbonamento viene interrotto il software smette di funzionare, se il fornitore modifica i prezzi il cliente dispone di margini di negoziazione limitati e, nei casi più estremi, la cessazione del servizio può rendere complesso perfino recuperare i propri dati. In altre parole, il controllo del software passa progressivamente dal cliente al fornitore.

La combinazione tra cloud computing, SaaS, intelligenza artificiale e gestione centralizzata dei dati ha ulteriormente rafforzato il potere delle grandi aziende tecnologiche. Le stesse imprese controllano contemporaneamente le infrastrutture cloud, i sistemi operativi, gli strumenti di produttività, gli store delle applicazioni, i motori di ricerca, le piattaforme pubblicitarie e, oggi, anche i servizi di intelligenza artificiale generativa. Si tratta di una concentrazione di potere senza precedenti nella storia dell’economia digitale.

Il punto di vista degli esperti

Per questa ragione economisti come Yanis Varoufakis parlano apertamente di tecno-feudalesimo, sostenendo che “il capitalismo tradizionale stia lasciando spazio a un sistema nel quale il controllo delle piattaforme genera rendite analoghe a quelle dei grandi proprietari terrieri del passato“. Parallelamente, altri studiosi utilizzano il termine “datafeudalesimo” per descrivere un modello economico in cui il possesso dei dati sostituisce progressivamente il possesso della terra come principale fonte di ricchezza e di potere.

Ne abbiamo parlato anche con Claudio Pietraviva, esperto IT svizzero e profondo conoscitore del mondo digitale e dell’intelligenza artificiale. Secondo Pietraviva, “il modello adottato dalle grandi piattaforme ricorda sempre più quello di un sistema feudale classico. I servizi vengono messi a disposizione degli utenti, ma il controllo resta saldamente nelle mani di pochi giganteschi monopoli. È come lavorare un pezzo di terra che non sarà mai davvero tuo: puoi utilizzarlo, ricavarne valore e raccoglierne i frutti, ma la proprietà dell’infrastruttura rimane sempre del signore del feudo. In questo senso aziende e utenti rischiano di trasformarsi nei moderni servi della gleba di un nuovo feudalesimo digitale.»

Il futuro della rete: innovazione, controllo e rischio di nuovi feudi digitali

Il paragone tra Big Tech e feudalesimo medievale non è naturalmente perfetto e, come ogni metafora, presenta dei limiti. Tuttavia offre una chiave di lettura estremamente efficace per comprendere le profonde trasformazioni dell’economia digitale. Nel Medioevo il potere apparteneva a chi controllava la terra; oggi appartiene sempre di più a chi possiede i dati, governa gli algoritmi, amministra il cloud e decide le regole di accesso alle piattaforme digitali utilizzate ogni giorno da miliardi di persone.

La vera sfida dei prossimi anni sarà trovare un equilibrio tra innovazione e libertà. Il modello SaaS, il cloud computing e l’intelligenza artificiale hanno portato enormi benefici in termini di efficienza e produttività, ma hanno anche concentrato nelle mani di pochi operatori una quantità di potere economico e tecnologico mai vista prima. Se il software diventa un servizio permanente, i dati restano custoditi da pochi soggetti e l’accesso all’economia digitale passa quasi esclusivamente attraverso piattaforme private, il rischio è che Internet, nata come rete aperta e distribuita, finisca per assomigliare sempre più a un mosaico di feudi digitali governati da pochi potenti signori tecnologici.

Fonti:

  • Carlos Saura García, Datafeudalism: The Domination of Modern Societies by Big Tech Companies (2024)
  • Sascha D. Meinrath, James Losey, Victor Pickard, Digital Feudalism: Enclosures and Erasures from Digital Rights Management to the Digital Divide (2011)
  • Yanis Varoufakis, Technofeudalism (2024)
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Flavio Siano - Guest Author

Economist - Corporate Advisor - Lamiafinanza.it Guest Author

Accanto all’attività professionale, coltiva da sempre una forte passione per la scrittura, intesa come spazio di riflessione e approfondimento su temi di attualità. I suoi interessi – che spaziano dalla finanza classica alle criptovalute, dall’automobilismo allo sport – alimentano uno sguardo attento ai cambiamenti economici e industriali, con particolare attenzione al dialogo tra passato e futuro. Dopo un percorso di studi tra Italia e Stati Uniti e la Laurea Magistrale in Economia e Commercio, Flavio Siano costruisce un’esperienza professionale di oltre dieci anni nel settore finanziario. Il suo lavoro si sviluppa in contesti internazionali, tra multinazionali e realtà di medie dimensioni, dove si occupa di analisi finanziaria, controllo di gestione e strategie di business development in ambiti industriali eterogenei. Nel corso della sua carriera lavora per grandi gruppi come IBSA, STELLANTIS e CNH, maturando una visione concreta e trasversale del rapporto tra industria, finanza e innovazione.

Areas of Expertise: economia internazionale, finanza classica e alternativa, automotive
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