Dalle acque reflue ai minerali critici: la nuova frontiera che potrebbe rivoluzionare la transizione energetica

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Uno studio della Northeastern University propone di recuperare litio, terre rare e altri materiali strategici dalle acque reflue industriali. Un approccio che potrebbe ridurre la dipendenza dalle miniere e rafforzare la sicurezza delle filiere globali.

Le acque reflue potrebbero trasformarsi da problema ambientale a risorsa strategica per la transizione energetica. È questa la conclusione di una ricerca della Northeastern University, pubblicata sulla rivista scientifica Joule, secondo cui gli impianti di trattamento delle acque reflue potrebbero diventare una nuova fonte di approvvigionamento di terre rare e altri minerali critici, indispensabili per la produzione di batterie, turbine eoliche, pannelli fotovoltaici, semiconduttori e dispositivi elettronici.

L’idea nasce da una constatazione semplice: molte attività industriali, minerarie e manifatturiere rilasciano nelle acque di scarico piccole quantità di metalli preziosi. Singolarmente le concentrazioni sono modeste, ma trattando grandi volumi di reflui diventa possibile recuperare quantità economicamente interessanti di materiali come litio, cobalto, nichel, manganese e alcuni elementi delle terre rare, oggi al centro della competizione geopolitica tra Stati Uniti, Europa e Cina.

Un problema strategico per l’economia mondiale

I cosiddetti minerali critici sono diventati uno dei pilastri della transizione energetica. Il litio è essenziale per le batterie dei veicoli elettrici e dei sistemi di accumulo; neodimio e disprosio vengono impiegati nei magneti permanenti delle turbine eoliche; altri elementi sono fondamentali per smartphone, data center, elettronica avanzata e applicazioni militari.

Il problema è che l’estrazione tradizionale richiede investimenti elevati, tempi lunghi e comporta un notevole impatto ambientale. Inoltre, la produzione mondiale è fortemente concentrata: la Cina domina la raffinazione di numerosi minerali critici, mentre altri materiali provengono principalmente da Australia, Cile, Repubblica Democratica del Congo e Indonesia. Questa concentrazione rende le catene di approvvigionamento vulnerabili a tensioni geopolitiche e restrizioni commerciali.

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La proposta: trasformare uno scarto in una risorsa

Secondo Qudus Rafiu, dottorando della Northeastern University e primo autore dello studio, la soluzione potrebbe arrivare proprio dai reflui industriali.

«Le tecnologie per l’energia pulita dipendono dai materiali critici e questa ricerca dimostra che possiamo compensarne parte della domanda recuperandoli dalle acque reflue», spiega il ricercatore.

L’obiettivo non è sostituire completamente l’attività mineraria, ma sviluppare una fonte complementare, più sostenibile e vicina ai luoghi di consumo.

La ricerca analizza numerosi flussi di reflui industriali, evidenziando che alcune categorie – come quelli provenienti dall’industria mineraria, dalla produzione di batterie, dalla raffinazione dei metalli e da determinati processi chimici – contengono concentrazioni recuperabili di elementi ad alto valore economico.

Un doppio vantaggio: economia circolare e ambiente

Il recupero dei minerali dalle acque reflue presenta un duplice beneficio.

Da un lato riduce l’impatto ambientale degli scarichi industriali, eliminando sostanze che potrebbero contaminare corsi d’acqua e falde. Dall’altro permette di recuperare materie prime che oggi vengono disperse, inserendole nuovamente nei cicli produttivi secondo i principi dell’economia circolare.

Per i ricercatori, l’acqua reflua non dovrebbe più essere considerata esclusivamente un rifiuto da trattare, ma una vera e propria miniera urbana, dalla quale estrarre risorse preziose prima dello smaltimento finale.

Una corsa globale

La ricerca della Northeastern University si inserisce in un filone scientifico in rapida crescita. Negli Stati Uniti, il Dipartimento dell’Energia (DOE) ha già finanziato diversi progetti dedicati al recupero di terre rare e litio da reflui minerari, industriali e delle utility elettriche, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza delle filiere nazionali e ridurre la dipendenza dalle importazioni.

Anche in Europa cresce l’interesse verso queste tecnologie, sia per motivi ambientali sia per la crescente domanda di materie prime indispensabili alla decarbonizzazione dell’economia.

Dalla ricerca all’industria

La sfida ora è rendere il processo economicamente competitivo. I ricercatori sottolineano che serviranno tecnologie di separazione sempre più efficienti, capaci di recuperare metalli presenti in concentrazioni molto basse senza consumare grandi quantità di energia o reagenti chimici.

Se queste soluzioni riusciranno a raggiungere la scala industriale, gli impianti di depurazione potrebbero assumere un ruolo completamente nuovo: non solo infrastrutture ambientali, ma veri e propri impianti di produzione di materie prime strategiche.

In un mondo sempre più dipendente da batterie, reti elettriche intelligenti e tecnologie pulite, anche uno scarico industriale potrebbe così diventare parte integrante della filiera della transizione energetica.

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Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.
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