Politica monetaria: riparte il dibattito sul commitment

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Durante il suo attesissimo contributo alla Conferenza di Jackson Hole, il governatore della Federal Reserve Jerome Powell ha rimodellato la strategia monetaria della Fed. In particolare, la nuova definizione di stabilità dei prezzi ha destato molto clamore sia nella comunità scientifica che tra gli investitori.

Secondo la nuova strategia, la Fed si prefigge di “raggiungere una inflazione del 2% in media”, piuttosto che un target spot di 2% nel medio periodo. La differenza può inizialmente sembrare poca cosa, ma una più attenta analisi rivela un cambiamento di strategia a dir poco epocale. La motivazione fornita da Powell per questa svolta si basa sulle aspettative di inflazione delle famiglie e delle aziende, una delle componenti fondamentali del processo di formazione dei prezzi. Nel malaugurato caso di una inflazione persistentemente sotto il target del 2%, le aspettative sarebbero passibili di una revisione al ribasso – cosa che successe probabilmente in Eurozona e che fu uno dei motivi per il QE della BCE. Per eliminare questo rischio dalla distribuzione dei possibili stati futuri dell’economia, la Fed ha quindi deciso di rafforzare il messaggio: Un periodo di inflazione bassa, verrebbe accompagnato da una politica monetaria molto accomodante anche quando l’inflazione dovesse risalire oltre il 2%.

Ma non finisce qui. Chi garantisce che l’FOMC manterrà una policy accomodante, nonostante una inflazione oltre il 2%? Oppure, nel caso contrario, chi garantisce una politica restrittiva nonostante un declino dell’inflazione attuale sotto il 2%? Si apre quindi la discussione sul cosiddetto “commitment”, l’impegno della politica monetaria a seguire una strategia iniziale senza stravolgerla in corso d’opera. Questa discussione si aggiunge a quella sull’indipendenza della politica monetaria dalla politica fiscale e dalla politica in senso lato. In questo momento, ho i miei dubbi che le banche centrali sistemiche – BCE, BoJ e Fed – siano realmente indipendenti. La sudditanza della banca centrale al volere della politica non fa che diminuire il valore del commitment.

Concludo, con una preoccupazione. In assenza di credibilità e di commitment, i modelli di politica monetaria di dicono che le aspettative di inflazione possono essere destabilizzate. Un aumento della volatilità delle aspettative avrebbe conseguenze gravi sul pricing dei mercati. Gli investitori richiederebbero un premio più consistente per il rischio, quindi spread più ampi e multipli più contenuti.

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