I portoni di Milano non si sostituiscono. Si restaurano. Daza Rossi incontra la stampa al Fuorisalone

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Il valore nascosto del patrimonio ligneo che rischiamo di perdere

di Claudio Bonato

I portoni lignei di Milano rappresentano un patrimonio nascosto della città: vere opere d’arte che raccontano secoli di storia architettonica e sociale. Realizzati spesso in legno massello e finemente intagliati, custodiscono l’accesso ai cortili interni, cuore silenzioso della vita milanese. Ogni portone è unico, espressione di stili diversi, dal neoclassico al liberty, e non solo. La testimonianza del valore della tradizione artigianale, che trasforma un elemento funzionale in simbolo identitario e culturale.

Un’eccellenza nel settore è costituita dal laboratorio di restauro TREARTES. Ma lasciamo parlare la titolare stessa di questa attività artigianale che sa restituire alla città un po’ del suo splendore e della sua storia.

Mi chiamo Daza Rossi e ogni volta che mi fermo davanti a un portone condominiale di Milano che ha bisogno di cure, penso sempre la stessa cosa: “è un peccato… e che bello sarebbe rimesso in forma.”

Non vedo degrado. Vedo potenziale. Vedo quello che era e quello che potrebbe tornare a essere. È uno sguardo che ho costruito in oltre trent’anni di lavoro sul legno. Non me lo ha insegnato nessun manuale: è arrivato da sé, portone dopo portone.

Sono entrata per la prima volta in una bottega di restauro nel 1992, quasi per caso, per sostituire un’amica. Doveva essere una cosa temporanea. Non lo è stata.

Da allora non ho più smesso. Ho imparato lavorando, affiancando altri restauratori, facendo esperienza giorno dopo giorno. Questo è un mestiere che passa dalle mani prima ancora che dalla teoria.

Ho iniziato restaurando mobili antichi e oggetti lignei, entrando poco alla volta dentro il materiale, imparando a conoscerlo davvero.

Il restauro dei portoni lignei

Nel tempo ho aperto la mia attività, TREARTES, e ho trovato una direzione precisa: il restauro dei portoni lignei.

Milano ha un patrimonio ligneo straordinario, spesso invisibile perché dato per scontato. I portoni dei palazzi storici – Liberty, eclettici, razionalisti – non sono semplici elementi architettonici. Sono documenti. Raccontano epoche, competenze, modi di costruire che oggi non esistono più.

Sono fatti con essenze pregiate sempre più difficili da reperire: rovere, noce, castagno, larice.

E ogni portone è unico. Non è replicabile. Eppure li vedo spesso trascurati. Verniciati con prodotti sbagliati. Rattoppati con materiali incompatibili. O peggio ancora: sostituiti. È lì che mi si stringe lo stomaco.

Perché sostituire un portone storico con uno in alluminio o PVC non è solo una scelta discutibile dal punto di vista estetico. È una perdita definitiva. Un pezzo di città che non tornerà.

Quanto di questo legno è ancora recuperabile?

Il mio lavoro nasce esattamente qui: tra ciò che si può perdere e ciò che si può recuperare. Quando vengo chiamata per una perizia, parto sempre dalla stessa domanda: quanto di questo legno è ancora recuperabile?

Quasi sempre la risposta è: più di quanto sembri.

Il legno è un materiale complesso, sensibile all’umidità e al tempo, ma molto resistente. Sotto vernici rovinate, sotto l’annerimento degli anni, sotto interventi sbagliati, spesso c’è ancora una struttura sana. Va solo liberata e riportata alla sua funzione.

Il restauro di un portone non è solo una questione tecnica. È una scelta. Significa decidere da che parte stare: conservare o sostituire. Io ho scelto di conservare.

Ogni portone recuperato è una piccola vittoria. Non solo per chi lo utilizza ogni giorno, ma per la città.

Il restauro conservativo

C’è poi un aspetto molto concreto. Il restauro conservativo costa meno della sostituzione e il risultato è più duraturo. Un portone restaurato correttamente può durare decenni senza interventi importanti e mantiene — anzi, aumenta — il valore dell’immobile. In una città come Milano, dove l’identità degli edifici conta sempre di più, un portone originale ben conservato è un valore.

Quando finisco un lavoro, mi fermo sempre un attimo sulla soglia. Guardo il portone. E penso a quante persone lo attraverseranno nei prossimi anni. Entreranno, usciranno, appoggeranno la mano sul legno senza sapere che qualcuno se n’è preso cura.

E va bene così. Perché in fondo il mio lavoro è questo: custodire quello che esiste, senza sostituirlo.

Dare futuro al passato.

Daza Rossi – TREARTES – Restauro ligneo, Milano

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