Come avviare un processo lampo di semplificazione legislativa in Italia. L’ipotesi semplicistica di AI

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Riccardo Illy si chiede, nel suo interessante intervento sul sito “InPiù“, come avviare un processo lampo di semplificazione legislativa in Italia, lasciando immaginare all’intelligenza artificiale dieci testi unici sulle principali e più complesse normative, come fossero redatti da dieci università. Presto fatto, ecco qui un risultato possibile.

Premessa

Se l’obiettivo fosse una semplificazione legislativa “lampo” in Italia, probabilmente non basterebbe abrogare norme o scrivere nuove leggi. Il vero problema è che negli ultimi decenni si è accumulata una stratificazione di migliaia di norme, decreti, circolari, interpretazioni e rinvii che rende il sistema difficile da comprendere perfino per specialisti e magistrati.

Un approccio radicale potrebbe essere quello di affidare per un anno a dieci grandi università italiane, supportate da sistemi di intelligenza artificiale addestrati sull’intero corpus normativo nazionale, il compito di riscrivere i principali settori del diritto in dieci “Testi Unici di Nuova Generazione”. L’obiettivo non sarebbe cambiare le politiche pubbliche, ma tradurre l’esistente in una forma coerente, eliminando duplicazioni, contraddizioni e norme obsolete.

I dieci testi unici ipotizzati
(con qualche suggerimento de La Mia Finanza in fase di briefing)

1. Testo Unico del Lavoro
Affidato, ad esempio, a Università Bocconi.
Accorperebbe Statuto dei lavoratori, Jobs Act, contratti, sicurezza, welfare aziendale, smart working e ammortizzatori sociali in un unico corpus.

2. Testo Unico Tributario
Affidato a Università degli Studi di Roma La Sapienza.
Sostituirebbe migliaia di disposizioni fiscali sparse con un codice organico basato su principi generali e procedure uniformi.

3. Testo Unico delle Imprese
Affidato a Università Cattolica del Sacro Cuore.
Comprenderebbe costituzione di società, governance, fallimenti, startup innovative, M&A e adempimenti amministrativi.

4. Testo Unico dell’Edilizia e del Territorio
Affidato a Politecnico di Milano.
Accorperebbe urbanistica, edilizia privata, autorizzazioni, vincoli e rigenerazione urbana.

5. Testo Unico dell’Ambiente e dell’Energia
Affidato all’Università di Bologna.
Riunirebbe norme ambientali, autorizzazioni energetiche, economia circolare e transizione ecologica.

6. Testo Unico della Sanità
Affidato all’Università di Padova.
Raccoglierebbe norme su SSN, professioni sanitarie, telemedicina, farmaci e assistenza territoriale.

7. Testo Unico della Pubblica Amministrazione
Affidato alla LUISS Guido Carli.
Semplificherebbe procedure amministrative, concorsi, appalti e rapporti tra cittadini e Stato.

8. Testo Unico del Digitale e dell’Intelligenza Artificiale
Affidato al Politecnico di Torino.
Integrerebbe normativa digitale, cybersecurity, identità elettronica, dati e AI.

9. Testo Unico della Giustizia Civile
Affidato all’Università degli Studi di Firenze.
Razionalizzerebbe procedure, mediazione, arbitrato ed esecuzione delle sentenze.

10. Testo Unico della Finanza e del Risparmio
Affidato all’Università Ca’ Foscari Venezia.
Unificherebbe regole su mercati finanziari, banche, assicurazioni, fintech e tutela dei risparmiatori.

L’intelligenza artificiale potrebbe svolgere un ruolo decisivo

Non nel decidere il contenuto politico delle norme, ma nel mappare automaticamente tutti i riferimenti normativi esistenti, individuare articoli duplicati o in contrasto, proporre formulazioni linguistiche più semplici, segnalare norme mai applicate e simulare gli effetti delle modifiche. In pratica, l’AI diventerebbe una gigantesca macchina di consolidamento normativo.

Per rendere il processo davvero rapido, il Parlamento potrebbe approvare una legge delega costituita da pochi principi: nessuna modifica sostanziale dei diritti esistenti, riduzione del numero complessivo di articoli di almeno il 50%, eliminazione delle norme abrogate implicitamente e obbligo di scrittura in linguaggio chiaro.

Il risultato finale

Il risultato finale potrebbe essere una sorta di “Costituzione operativa” composta da dieci codici digitali costantemente aggiornati, consultabili gratuitamente, con spiegazioni automatiche generate dall’AI per cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni. Invece delle oltre centomila disposizioni sparse oggi esistenti, il sistema si baserebbe su circa diecimila articoli organizzati in modo coerente e navigabile.

La vera rivoluzione non sarebbe tecnologica, ma culturale: passare da una legislazione costruita per accumulo a una legislazione costruita per manutenzione continua. In un Paese come l’Italia, probabilmente sarebbe una delle più grandi riforme strutturali possibili senza modificare una sola scelta politica di fondo.

Come potrebbero vivere una proposta del genere i partiti italiani

Una proposta del genere avrebbe un consenso teoricamente molto ampio, ma incontrerebbe resistenze enormi nella pratica. Il punto non sarebbe la semplificazione in sé (che tutti i partiti dichiarano di volere) bensì chi controlla il processo e quanto potere politico verrebbe trasferito a tecnici, università e sistemi di AI.

Centrodestra (FdI, Lega, Forza Italia)

Probabilmente accoglierebbe positivamente l’idea di ridurre la burocrazia, soprattutto per imprese, edilizia, fisco e pubblica amministrazione. Tuttavia emergerebbero due obiezioni.

La prima riguarderebbe la sovranità politica: perché affidare a università e algoritmi una riscrittura che dovrebbe spettare al Parlamento?

La seconda sarebbe il timore che il mondo accademico italiano venga percepito come culturalmente vicino a posizioni progressiste. Una parte della destra chiederebbe probabilmente una forte supervisione governativa.

Partito Democratico

Potrebbe essere il partito più favorevole all’utilizzo di università e competenze scientifiche, ma porrebbe grande attenzione alla tutela dei diritti dei lavoratori, dell’ambiente e del welfare.

Il timore sarebbe che dietro la parola “semplificazione” si nasconda una deregolamentazione. Per questo chiederebbe probabilmente che ogni testo unico mantenga invariati i livelli di protezione sociale.

Movimento 5 Stelle

La reazione sarebbe interessante. Da un lato il M5S ha sempre combattuto la burocrazia e promosso la digitalizzazione. Dall’altro potrebbe vedere con sospetto un progetto guidato da élite accademiche e tecnocratiche.

Probabilmente insisterebbe su processi partecipativi online e consultazioni pubbliche aperte.

Azione e Italia Viva

Sarebbero verosimilmente i più entusiasti. Entrambi, pur con le loro sensibili differenze, hanno una cultura politica molto orientata alla modernizzazione amministrativa, all’efficienza e all’utilizzo della tecnologia.

Potrebbero addirittura proporre un’autorità indipendente dedicata alla manutenzione permanente dei codici.

Alleanza Verdi-Sinistra

Sosterrebbe probabilmente la semplificazione amministrativa, ma con forte attenzione a non indebolire le tutele ambientali e sociali.

Guarderebbe con cautela a qualsiasi riduzione normativa nei settori energia, ambiente e lavoro.

Le vere resistenze

In realtà il problema maggiore non verrebbe dai partiti ma dagli apparati.

Ogni ministero possiede migliaia di norme costruite in decenni. Ogni direzione generale, autorità indipendente, ordine professionale, associazione di categoria e sindacato ha imparato a muoversi dentro quella complessità.

Molti poteri nascono proprio dall’interpretazione delle norme. Quando una regola è semplice, il margine discrezionale diminuisce.

Paradossalmente, chi difende la semplificazione a parole potrebbe diventare il primo oppositore quando il testo unico entra nel proprio settore.

Lo scenario più realistico

Se una proposta del genere arrivasse oggi in Parlamento, probabilmente nessun partito voterebbe contro il principio. Tutti parlerebbero di “semplificazione”, “modernizzazione” e “riduzione della burocrazia”.

La battaglia inizierebbe però il giorno dopo, quando si dovrà decidere quali norme eliminare davvero.

Per questo una riforma simile avrebbe più possibilità di successo se presentata non come una riforma politica di destra o di sinistra, ma come un progetto nazionale sul modello delle grandi codificazioni ottocentesche o delle commissioni bipartisan che in altri Paesi hanno riscritto interi settori legislativi.

La domanda decisiva sarebbe: i partiti sono disposti a rinunciare a una parte della produzione normativa quotidiana in cambio di un sistema più semplice? Storicamente, in Italia, la risposta è stata quasi sempre no. La legislazione è anche uno strumento di consenso, e un sistema normativo semplice produce meno occasioni di intervento politico rispetto a uno estremamente frammentato.

Gli esempi nel mondo

Gli esempi più interessanti arrivano soprattutto da Paesi che hanno costruito organismi permanenti di revisione legislativa, anziché affidarsi a riforme episodiche. Non si tratta quasi mai di rivoluzioni totali, ma di processi continui di riscrittura e consolidamento normativo sostenuti trasversalmente da maggioranza e opposizione.

Nel Regno Unito il caso più noto è quello della Law Commission, istituita nel 1965 per mantenere l’intero sistema legislativo sotto revisione costante. La Commissione lavora su mandato pubblico e propone consolidamenti, codificazioni e semplificazioni che spesso vengono poi adottati da governi di colore politico diverso. Negli anni ha riscritto o razionalizzato ampie aree del diritto societario, immobiliare, penale e commerciale. Uno degli obiettivi dichiarati resta proprio la codificazione e l’eliminazione delle norme obsolete.

Anche la Nuova Zelanda rappresenta un modello molto vicino a quello di cui parliamo. La New Zealand Law Commission è un organismo indipendente che analizza sistematicamente le leggi, consulta cittadini, accademici e istituzioni, e propone riscritture organiche di interi settori normativi. Negli ultimi decenni ha lavorato su diritto commerciale, diritto internazionale privato, procedure giudiziarie, successioni e numerose altre materie. Una quota molto elevata delle raccomandazioni viene poi recepita dai governi, indipendentemente dall’orientamento politico.

Un altro esempio spesso citato è quello della Svezia. La grande riforma fiscale del 1990-1991 nacque da una commissione trasversale che coinvolse economisti, accademici e rappresentanti politici con l’obiettivo di riscrivere quasi integralmente il sistema tributario. Il principio era diventato famoso con la formula “basse aliquote e base imponibile ampia”. Fu una delle più grandi semplificazioni fiscali del dopoguerra europeo e venne sostenuta da uno spettro politico molto ampio.

In misura diversa anche il Canada, l’Australia e diversi Paesi del Commonwealth hanno sviluppato Law Reform Commissions permanenti che lavorano come strutture tecniche indipendenti per la revisione legislativa. L’idea è che il Parlamento continui a decidere la politica, ma la manutenzione della complessità normativa venga affidata a organismi stabili e specializzati.

Perché l’Italia è diversa

La differenza rispetto all’Italia è culturale prima ancora che giuridica. In questi sistemi esiste l’idea che il diritto sia un’infrastruttura da manutenere costantemente, come una rete ferroviaria o energetica. In Italia, invece, la produzione normativa è spesso legata all’emergenza politica del momento: decreti, correttivi, deroghe, proroghe e stratificazioni successive. Per questo una commissione bipartisan che riscrivesse dieci grandi codici sarebbe percepita quasi come un evento costituente, mentre in Paesi come Regno Unito o Nuova Zelanda rappresenterebbe semplicemente una versione più ampia di un meccanismo già esistente.

Il paradosso è che l’Italia possiede una delle più grandi tradizioni di codificazione moderna, dal Codice Zanardelli al Codice Civile del 1942, ma negli ultimi decenni ha progressivamente perso la cultura della manutenzione sistematica del diritto. Una commissione nazionale supportata dall’AI potrebbe somigliare più ai grandi processi di codificazione dell’Ottocento che alle normali riforme legislative contemporanee.

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