La vulnerabilità delle catene globali del valore e lo stretto di Hormuz: breve analisi in chiave geopolitica e sicuritaria

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—a cura del Prof. Marco Bacini e dell’Avv. Francesco Serra

La globalizzazione e la sua deriva pericolosa ha cambiato radicalmente sia il concetto di produzione che di commercio globale, modificando di conseguenza l’organizzazione industriale in tutto il mondo.

Anche l’organizzazione della produzione risulta sempre più suddivisa in fasi produttive separate, svolte da una vasta rete di imprese che si trovano allocate in diverse aree del mondo, scelte sulla base dei vantaggi economici ed organizzativi che comportano al prodotto o servizio finale, ed anche per il loro grado di specializzazione.

Questo cambiamento del processo produttivo ha dato origine a complesse catene internazionali di produzione, che prendono il nome di catene globali del valore (Global Value Chains – GVC).

Le catene globali del valore

Da una prospettiva di intelligence economica e di sicurezza nazionale, le catene globali del valore vanno lette come architetture strategiche distribuite, capaci di incidere sulla competitività industriale, sulla stabilità dei mercati e sull’autonomia decisionale degli Stati. Ogni nodo logistico, energetico, tecnologico o finanziario può assumere una funzione rilevante nella continuità dei processi produttivi e nella tenuta degli interessi nazionali. La frammentazione della produzione globale ha favorito crescita, specializzazione e interdipendenza, ampliando al tempo stesso l’esigenza di presidiare i punti sensibili del sistema, soprattutto quando tensioni regionali, minacce ibride, coercizione economica o interruzioni improvvise dei flussi commerciali generano effetti a catena. L’analisi delle GVC richiede quindi un approccio multidisciplinare, capace di integrare economia internazionale, geopolitica, sicurezza energetica, intelligence predittiva e valutazione del rischio Paese.

La crisi del 2026 tra Iran, Stati Uniti e Israele ha riportato al centro del dibattito internazionale le catene globali del valore e il ruolo strategico dei chokepoints, in particolare quello dello stretto di Hormuz, fra i più critici e delicati sul piano geopolitico nel quadro dell’economia globalizzata.

A seguito degli attacchi aerei del febbraio 2026 contro siti nucleari e infrastrutture iraniane, il traffico marittimo attraverso lo stretto è crollato, generando shock significativi sui mercati energetici e sulle catene globali del valore.

Nella prospettiva tanto di economia quanto di politica internazionale del contesto iraniano, il ruolo strategico di Hormuz e gli impatti sistemici sulla resilienza delle supply chain globali sono interdipendenti ed interconnessi, riverberando i loro infausti effetti anche sul piano delle economie interne.

Il caso dello Stretto di Hormuz dimostra come la sicurezza economica sia parte integrante della sicurezza nazionale. La protezione delle rotte marittime, dei flussi energetici, delle materie prime e delle infrastrutture logistiche appartiene alla pianificazione strategica dello Stato e alla capacità del sistema Paese di preservare continuità produttiva, stabilità sociale e autonomia politica. Per questa ragione, l’intelligence assume un ruolo decisivo nella raccolta di informazioni sugli attori ostili, nella comprensione delle intenzioni politico-militari dei Paesi coinvolti e nell’individuazione anticipata delle vulnerabilità sistemiche che possono incidere sui mercati, sulle imprese e sulle economie nazionali. La vera maturità strategica consiste nel riconoscere per tempo i segnali deboli che annunciano la trasformazione di una tensione regionale in una crisi globale.

L’instabilità interna e la sofferta escalation militare in Iran

La Repubblica Islamica Iraniana si trova in una condizione di elevata vulnerabilità, pur mantenendo il controllo e la coerenza sulla strategia adottata e certamente di lungo periodo.

Gli strikes coordinati da USA ed Israele hanno colpito i principali impianti nucleari del Paese (vedi Natanz e Fordow), centri di comando e infrastrutture energetiche, riducendo le capacità di deterrenza di Teheran, ma non anche la struttura di comando che ancora oggi sostiene la pianificazione operativa del regime, in particolare in chiave geoeconomica.

Nonostante un “cessate il fuoco” condizionato e mediato dal Pakistan ad aprile 2026, permane un blocco navale statunitense sui porti iraniani e un controllo iraniano restrittivo sul dello stretto. Internamente, il regime deve gestire danni infrastrutturali, sanzioni persistenti e pressioni economiche.

Ecco che la chiusura di Hormuz si inquadra nell’ottica di una strategia di leva asimmetrica, essa diviene strumento di pressione geopolitica e geoeconomica che danneggia il sistema di esportazione del greggio, privilegiando alleanze e partner fedeli e di lungo corso.

In termini di intelligence strategica, la leva asimmetrica esercitata su un chokepoint come Hormuz va interpretata come una forma di potere indiretto. L’attore che controlla, minaccia o condiziona un passaggio obbligato può incidere in profondità sulla stabilità del sistema globale attraverso la produzione di incertezza, ritardo, aumento dei costi e percezione di rischio lungo le catene di approvvigionamento. La deterrenza, in questo caso, passa dalla capacità di orientare le aspettative dei mercati, le decisioni assicurative, i piani logistici delle multinazionali e le scelte energetiche degli Stati importatori. È una forma di coercizione geoeconomica che opera attraverso i punti sensibili dell’interdipendenza globale.

La Cina in particolare è fra i primi alleati ad averne subito gli effetti, riprendendosi nel corso del conflitto, cosa poco gradita al duopolio israelo-americano.

Lo stretto di Hormuz è un collo di bottiglia fondamentale ed insostituibile: lungo 60 km e largo 33, da maggio 2026 sarà con ancor più forza l’epicentro di uno scontro geopolitico e geoeconomico di carattere globale, con scenari all’orizzonte non proprio edificanti.

Lo scontro in corso tra Usa e Iran, fra restrizioni e minacce reciproche, evidenzia la natura duale dei chokepoints, essa risulta in primis una fonte di potere per gli attori locali e contestualmente si dimostra grimaldello implacabile per l’insorgere di una crisi sistemica dell’economia globale e dell’approvvigionamento energetico tout court.

Questa natura duale impone di leggere i chokepoints come spazi fisici e, insieme, come dispositivi politici. Essi sono luoghi geografici nei quali transitano merci, energia e materie prime, ma anche punti di concentrazione del potere, nei quali la geografia torna a incidere sulla strategia dopo anni di fiducia quasi assoluta nella fluidità della globalizzazione. L’intelligence contemporanea deve quindi recuperare una lettura geografica, marittima e infrastrutturale del rischio, affiancandola alla dimensione cyber, finanziaria e informativa. Il dominio marittimo torna così ad assumere una rilevanza centrale per la sicurezza nazionale, perché la continuità dei traffici globali dipende ancora da pochi passaggi obbligati, difficilmente sostituibili nel breve periodo.

Impatti sulle Catene Globali del Valore. Le GVC, basate su frammentazione produttiva e logistica just-in-time, risultano particolarmente esposte

Il modello just-in-time, per decenni uno dei cardini dell’efficienza produttiva globale, mostra nelle situazioni di crisi il proprio limite strutturale. La riduzione delle scorte, la dipendenza da fornitori altamente specializzati e la concentrazione di passaggi logistici su rotte obbligate aumentano la competitività in condizioni ordinarie e, nei momenti di shock, rendono essenziale una capacità di assorbimento più solida. Da qui nasce l’esigenza di affiancare alla logica dell’efficienza una logica di resilienza strategica. Per Stati e imprese ciò significa mappare le dipendenze critiche, identificare fornitori alternativi, valutare scenari di interruzione, costruire riserve operative e integrare stabilmente l’intelligence economica nei processi decisionali aziendali e pubblici.

Gli effetti principali riguardano anzitutto i mercati energetici, con un forte rialzo dei prezzi del brent e della pressione economica dovuta ai prezzi del gas in Europa e Asia.

Fra i settori collegati, un blocco può verificarsi nell’interruzione dei flussi di fertilizzanti, prodotti petrolchimici e materie prime, con ripercussioni dirette su agricoltura, plastica e settore manifatturiero.

Avranno la peggio certamente i costi logistici con aumenti consistenti dei premi assicurativi e la predisposizione di rotte alternative molto più lunghe con ritardi generalizzati ed assolutamente fisiologici. 

È evidente che anche se il contesto globale sta mutando in maniera decisa, e si stanno affermando nuovi paradigmi, le strutture di governance esistenti delle CGV sono cambiate. È altrettanto vero che, si stanno creando nuove strutture di governance delle CGV, che di fatto riflettono le realtà attuale.

Il concetto di weaponized interdipendence

Questo quadro generale altamente critico, sotto il profilo teorico, conferma il concetto di weaponized interdipendence: gli Stati, a maggior ragione se questi sono attori regionali o globali di peso, sfruttano i nodi critici delle reti globali per il perseguimento dei propri obiettivi geopolitici e geoeconomici, esponendo però l’intero sistema a fragilità cumulative, sulla falsariga dell’adagio biblico del “muore Sansone e tutti i Filistei”.

La weaponized interdependence mostra come l’interdipendenza, tradizionalmente interpretata come fattore di stabilizzazione delle relazioni internazionali, possa trasformarsi in uno strumento di pressione. Le reti globali riflettono rapporti di forza, asimmetrie informative, dipendenze tecnologiche e capacità di controllo dei nodi strategici. Chi controlla il dato, la piattaforma, la rotta, il porto, il cavo sottomarino, il semiconduttore o la fonte energetica può trasformare un’infrastruttura apparentemente tecnica in una leva politica. Per questa ragione, la sicurezza delle catene globali del valore richiede un salto concettuale: dalla semplice gestione del rischio operativo alla costruzione di una vera postura di sicurezza economica nazionale.

La vicenda dello Stretto di Hormuz conferma che le crisi contemporanee richiedono una lettura integrata. La dimensione militare, quella energetica, quella industriale, quella finanziaria e quella informativa si intrecciano in un’unica architettura di rischio. Da qui deriva la necessità di una cultura strategica capace di interpretare gli eventi come segnali di trasformazioni più profonde. Per un Paese come l’Italia, fortemente integrato nelle catene del valore europee e internazionali, la sicurezza delle rotte, dei porti, dei flussi energetici e delle infrastrutture digitali rappresenta una condizione essenziale di autonomia decisionale, competitività economica e stabilità interna.

Lo Stretto di Hormuz è l’esempio più palese di come l’Iran abbia creato un circuito di interdipendenza e cointeressenza (vedi lo stretto di Bab el Mandeb sul golfo di Aden con gli Houthi quali Proxy iraniani e ben allineati ai loro desiderata), costituendo così non soltanto un tema nell’ambito della sicurezza energetica regionale e globale, ma rappresentando un caso paradigmatico delle profondissime interconnessioni fra geopolitica e globalizzaizone economica attorno alle quali si sviluppano le GVC.

La crisi del 2026 dimostra come shock localizzati possano generare conseguenze sistemiche capaci di ridefinire le traiettorie delle catene globali del valore, accentuando e non di poco la tensione tra efficienza produttiva e resilienza strategica.

La gestione della situazione attuale

La gestione della situazione attuale – attraverso negoziati che garantiscano una riapertura stabile dello stretto, un quadro di sicurezza duraturo e progressi sul dossier nucleare – determinerà non solo i livelli di prezzo delle materie prime nel breve-medio termine, ma anche il grado di resilienza e di resistenza a questa tipologia di urti, obbligando tutti a ragionare sulla configurazione futura delle reti produttive mondiali nel prossimo decennio.
Sul piano strutturale, l’evento rafforza l’esigenza di politiche pubbliche e strategie aziendali orientate alla diversificazione delle fonti, al friendshoring/nearshoring, allo sviluppo di capacità di stoccaggio strategico e alla transizione energetica. Solo riducendo le dipendenze critiche da chokepoints geopolitici sarà possibile mitigare i rischi di weaponized interdependence in un mondo sempre più interconnesso, ma intrinsecamente vulnerabile.

L’Italia dovrebbe rafforzare una propria capacità di analisi anticipatoria sui rischi che attraversano il Mediterraneo allargato, il Mar Rosso, il Golfo Persico e l’Indo-Pacifico. La centralità geografica del Paese può diventare un vantaggio competitivo se accompagnata da una visione strategica coerente, da investimenti nelle infrastrutture portuali e logistiche, da una maggiore integrazione tra pubblico e privato e da un utilizzo più maturo dell’intelligence economica a supporto delle decisioni industriali. La sicurezza nazionale passa anche dalla capacità di sapere dove si trovano le proprie dipendenze, quali sono i punti di rottura potenziali e quali attori possono sfruttarli in chiave ostile o competitiva.

Si dovrà riflettere sulla nostra sicurezza economica e nazionale potendo, anzi dovendo, necessariamente passare dal Mediterraneo ed in particolare da Genova e Gioia Tauro trovandosi in posizione mediana sul quadrante del mediterraneo occidentale, potendo divenire Hubs energetici e strategici per il versante dell’Europa meridionale o dell’Africa settentrionale (non a caso la Mediterranean Shipping Company (Msc) ha scelto quest’ultimo quale scalo strategico in riposta alla crescente domanda di collegamenti tra Europa e Mar Rosso causata dalla difficile gestione ed andamento dello scenario mediorientale).

In sostanza, da Istanbul passando per Salonicco, proseguendo verso il Pireo e procedendo da ultimo verso i porti più importanti del passo balcanico-adriatico, e via via volgendo lo sguardo a Panama, Gibilterra, Suez, Gibuti, Malacca etc. la linea direttrice del mare appare primaria e la più proficua rispetto al “motu proprio” del commercio globale, incidendo inevitabilmente sul ruolo fondamentale delle GVC nelle dinamiche geopolitiche, geoeconomiche e di sicurezza nazionale e globale.

La lezione più rilevante è che le catene globali del valore devono essere osservate come componenti della sicurezza complessiva degli Stati. Il passaggio dall’efficienza alla resilienza rappresenta una rilettura più selettiva, consapevole e strategica della globalizzazione. L’intelligence, diventa la funzione che consente di trasformare l’informazione in previsione, la previsione in decisione e la decisione in protezione degli interessi nazionali. Hormuz, Suez, Bab el Mandeb, Malacca, Gibilterra e Panama sono i punti nei quali si misura la capacità degli Stati di comprendere il rischio, anticipare la crisi e difendere la propria sovranità economica dentro un sistema globale sempre più interdipendente e vulnerabile.

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