Malattia dei dipendenti e controlli: le aziende guardano sempre più agli investigatori privati
— di Claudio Bonato —
Nel dibattito sulla gestione delle assenze per malattia dei dipendenti, un dato emerge con chiarezza: il sistema dei controlli tradizionali, basato sulle visite fiscali, non sempre riesce a restituire un quadro completo dei comportamenti. A dirlo, indirettamente, sono i numeri ufficiali.

Secondo gli ultimi dati INPS disponibili, nel primo semestre 2025 sono stati trasmessi 16,5 milioni di certificati di malattia, a fronte di circa 439 mila visite fiscali. Nel secondo semestre, i certificati hanno superato i 14 milioni, mentre le visite mediche di controllo si sono attestate intorno alle 399 mila. Uno scarto significativo, che pone interrogativi sull’efficacia e sulla copertura reale dei controlli. Inoltre, sebbene l’INPS non sempre fornisca dati precisi sugli esiti delle visite fiscali, confrontando i dati disponibili degli ultimi anni si può affermare che le visite con esito negativo (cioè quelle dove il dipendente viene trovato idoneo al lavoro oppure non viene reperibile presso il proprio domicilio) oscillano tra il 5 e il 10% del totale.
In questo contesto si inserisce un fenomeno in crescita: il ricorso, da parte delle imprese, alle investigazioni private. Ne parliamo con Luca Gariboldi, investigatore privato e titolare della Lumen Investigazioni.
“La visita fiscale fotografa un momento, non un comportamento”

“Il limite principale della visita fiscale – spiega Gariboldi – è che fotografa un momento specifico, sia dal punto di vista sanitario sia domiciliare. Verifica la reperibilità del lavoratore e, in alcuni casi, può incidere sulla prognosi. Ma non ricostruisce cosa accade nel resto della giornata o nei giorni precedenti”.
Il punto, quindi, non è tanto mettere in discussione lo strumento, quanto riconoscerne i confini operativi. “Un dipendente può risultare perfettamente reperibile durante la visita fiscale e, allo stesso tempo, avere comportamenti incoerenti con lo stato di malattia al di fuori di quella finestra”.
Il ruolo dell’investigatore: fatti, non diagnosi
Qui entra in gioco l’attività investigativa, che – precisa Gariboldi – deve mantenersi su un piano rigorosamente fattuale.
“L’investigatore non deve e non può fare diagnosi. Il suo compito è osservare e documentare comportamenti: attività fisiche, lavorative o ricreative che potrebbero risultare incompatibili con la patologia dichiarata”.
Un approccio che trova riscontro anche nella giurisprudenza: la Cassazione, con l’ordinanza n. 21766/2024, ha riconosciuto la legittimità degli accertamenti investigativi non sanitari finalizzati a verificare la compatibilità tra condotte extralavorative e stato di malattia.
Due elementi chiave: coerenza e attività parallele
Dall’esperienza operativa emergono due ambiti particolarmente rilevanti.
Il primo riguarda la verifica di comportamenti che potrebbero ritardare la guarigione o risultare incoerenti con la patologia dichiarata. “Se un lavoratore è assente per un problema che limita la mobilità – osserva Gariboldi – e viene documentato mentre svolge attività fisicamente impegnative, questo diventa un elemento concreto di valutazione”.
Il secondo aspetto è ancora più delicato: lo svolgimento di un’altra attività lavorativa durante la malattia. “In questi casi – aggiunge – può emergere non solo una capacità lavorativa incompatibile con l’assenza, ma anche un possibile indebito vantaggio economico, legato alla percezione dell’indennità di malattia insieme a un secondo reddito”.
Prove utilizzabili e limiti legali
Il tema centrale per le aziende è l’utilizzabilità delle prove raccolte. “Un’indagine funziona solo se è costruita correttamente, – sottolinea Gariboldi – deve essere proporzionata, non invasiva e limitata a fatti rilevanti”.
La distinzione è netta, sono ammessi i cosiddetti controlli difensivi su possibili condotte fraudolente, mentre resta vietata la sorveglianza occulta sull’ordinaria prestazione lavorativa o l’invasione della sfera privata.
“La relazione investigativa – precisa – deve limitarsi a descrivere attività osservate, tempi, luoghi e comportamenti, senza sconfinare in valutazioni sanitarie”.
Il mito del GPS: uno strumento insufficiente
Tra le soluzioni più economiche, alcune agenzie propongono il monitoraggio tramite GPS. Ma Gariboldi invita alla cautela.
“Il GPS da solo è quasi sempre insufficiente. Sapere dove si trova un’auto non significa sapere chi la stia usando o cosa stia facendo il dipendente. Senza osservazione diretta e documentazione il dato resta debole”.
Può quindi avere un senso solo come strumento complementare a un’attività investigativa più strutturata.
Contenziosi rari e soluzioni negoziate
Un timore diffuso tra i datori di lavoro riguarda il rischio di contenzioso. Tuttavia, l’esperienza sul campo racconta un quadro diverso.
“Nella grande maggioranza dei casi che abbiamo seguito, oltre il 90%, non si è arrivati in Tribunale. Quando le prove sono solide, spesso si trova una soluzione concordata, come dimissioni volontarie o accordi di uscita”.
Il fattore decisivo: metodo e professionalità
Infine, la questione della legittimità delle indagini. “Se l’attività è impostata correttamente fin dall’inizio – conclude Gariboldi – non ci sono conseguenze per il datore di lavoro, nemmeno se il dipendente si accorge del controllo. La chiave sta nella qualità del metodo: licenza regolare, incarico chiaro, finalità legittima e rispetto rigoroso dei limiti normativi.”
In un contesto in cui i numeri delle malattie restano elevati e i controlli pubblici coprono solo una minima parte dei casi, l’investigazione privata si configura sempre più come uno strumento complementare per le imprese. Non sostituisce la medicina fiscale, ma ne colma le lacune operative, offrendo un elemento sempre più centrale nelle strategie di gestione del rischio aziendale.






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