H come HUMANITAS. Parliamo di Gaza

Alessandra Filippi, nel suo ultimo episodio dell’Abbecedario Etico, torna alle radici della parola humanitas, che la tradizione latina accosta a humus, la terra, e a humilitas, l’umiltà. Non è un caso. Humanitas e humilitas ci ricordano che è difficile considerarci superiori quando ricordiamo di provenire tutti dalla stessa terra. Ed è ancora più difficile disumanizzare l’altro quando riconosciamo in lui la nostra stessa vulnerabilità.
La parola humanitas nasce da homo, uomo, ma fin dall’antichità homo viene accostato a humus, la terra. Non è soltanto una questione etimologica. È un modo di pensare l’essere umano.
Per i Romani, humanitas non significava semplicemente “umanità” nel senso biologico del termine. Significava diventare pienamente umani attraverso l’educazione, la cultura, l’empatia e la capacità di comprendere il dolore altrui, e riconoscere una comune fragilità.
Essere umani non era un dato di partenza. Era un compito
Alla stessa idea della terra la tradizione latina accosta anche humilitas, l’umiltà.
Non è un caso. Humanitas e humilitas ci ricordano che è difficile considerarsi superiori quando ricordiamo di provenire tutti dalla stessa terra. Ed è ancora più difficile disumanizzare l’altro quando riconosciamo in lui la nostra stessa vulnerabilità.
«Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai», si diceva un tempo nel rito del Mercoledì delle Ceneri. Non come umiliazione, ma come esercizio di umiltà. Il ricordo che nessuno viene da altrove e nessuno sta al di sopra degli altri. Che la nostra condizione originaria e finale è la medesima.
Oggi la formula più frequentemente utilizzata è un’altra: «Convertitevi e credete al Vangelo».
Un invito legittimo sul piano della fede, ma che sposta l’accento dall’appartenenza condivisa alla terra a un’esigenza di adesione. Eppure, è forse proprio in quella antica memoria della polvere che si nasconde una delle intuizioni più profonde dell’humanitas: che siamo fatti della stessa terra. E che disumanizzare l’altro significa, prima ancora, dimenticare da dove veniamo e ciò che siamo.
La tempesta di Shakespeare
Molti secoli dopo, Shakespeare avrebbe espresso la stessa intuizione con un’immagine straordinaria. Ne La tempesta scrive: «Siamo della stessa materia di cui sono fatti i sogni».
I due pensieri non sono poi così lontani. E forse oggi potremmo dire anche questo: siamo polvere di stelle, materia del cosmo precipitata sulla Terra.
Siamo luce e siamo ombra.
Siamo fragilità e possibilità.
Siamo humus. Terra. Concime.
Qualcosa che nasce, cresce, si trasforma e ritorna.
I bambini di Gaza
Forse è proprio questo che oggi ci insegnano, loro malgrado, i bambini di Gaza. L’humanitas non consiste nel domandarsi chi meritasse di vivere. Comincia nel riconoscere che nessun bambino dovrebbe mai dover dimostrare di meritarselo.
Questo è l’Abbecedario etico.
Chiamare le cose con il loro nome.
E ricordare che essere umani non è un punto di partenza.
È un compito.
H come Humanitas
La guerra contemporanea si combatte anche nel linguaggio.
Un campo di battaglia dove sopravvivere significa saper riconoscere le distorsioni, smontarle e trovare le parole giuste per nominarle.





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