Cinquant’anni dalla “svolta autonomista” del PSI guidato da Bettino Craxi
Il 16 luglio 2026 ricorrerà il cinquantesimo anniversario del Comitato Centrale del Partito Socialista Italiano, riunito a Roma il 16 luglio 1976, che segnò l’inizio della cosiddetta “svolta autonomista” del PSI guidato da Bettino Craxi. Si tratta di uno degli snodi politici più importanti della storia della Repubblica, perché pose le basi per il superamento della tradizionale subordinazione socialista al Partito Comunista e aprì una nuova fase del sistema politico italiano.

Dopo le elezioni politiche del giugno 1976, concluse con una sostanziale avanzata del Partito Comunista Italiano guidato da Enrico Berlinguer e con il mantenimento della leadership della Democrazia Cristiana, il PSI uscì ridimensionato, fermandosi intorno al 9,6% dei voti. La sconfitta provocò le dimissioni di Francesco De Martino e aprì una profonda riflessione interna sul ruolo del partito.
Il 16 luglio 1976 il Comitato Centrale elesse Craxi nuovo segretario. La sua linea rompeva con la tradizionale collocazione del PSI come alleato privilegiato del PCI e proponeva invece una piena autonomia politica e culturale del socialismo italiano. L’obiettivo era costruire un grande partito socialista europeo, riformista e non subordinato né ai comunisti né alla Democrazia Cristiana.
Questa scelta si inseriva in un contesto politico dominato dal progetto del “compromesso storico”, la strategia elaborata da Berlinguer dopo il golpe cileno del 1973. L’idea era quella di una collaborazione stabile tra DC e PCI per garantire la stabilità democratica del Paese in una fase segnata da terrorismo, crisi economica e tensioni internazionali.
Sul piano parlamentare, il compromesso storico trovò una prima concretizzazione con il governo guidato da Giulio Andreotti. Nato nell’estate del 1976 come esecutivo monocolore democristiano, ottenne infatti la fiducia grazie all’astensione del PCI, inaugurando la stagione della “solidarietà nazionale”, che avrebbe caratterizzato la politica italiana fino al 1979.
Il commento di “Critica Sociale”
Stefano Carluccio, storico capo redattore dell’Avanti, oggi direttore editoriale di “Critica Sociale” e presidente del Centro Internazionale di Brera, così commenta:
“Il prossimo 16 luglio 2026 corrono cinquant’anni dalla svolta autonomista nella parabola confusa e discendente del PSI degli anni 70 di cui ha scritto Ugo Finetti in “Generazione del 56” analizzando sia le ragioni profonde dell’elezione di Bettino Craxi alla segreteria, sia gli intrecci, le combinazioni, in alcuni casi gli errori di sottovalutazione della figura del giovane leader socialista milanese, sia la natura della svolta che quel passaggio ha impresso a tutto il futuro quadro politico italiano …. Ha cancellato ogni residuo di individualità e ogni forma di cooperazione: tra lavoro e capitale, nella condivisione della ricchezza di cui vi è sufficiente abbondanza nel mondo e di cui è soggetto primo di autogoverno lo Stato. Ma non è mai stata elaborata una teoria dello Stato socialdemocratico basata sul riformismo socialista così come in origine. Non una ideologia ma un metodo nelle relazioni tra società e Stato.
A questo link l’articolo completo di Stefano Carluccio su “Critica Sociale“
Lo scenario del 1976
Fu proprio in questo scenario che la svolta di Craxi assunse un significato strategico. Il PSI rifiutò di diventare il semplice completamento del dialogo tra DC e PCI e rivendicò un proprio spazio autonomo. Negli anni successivi Craxi sviluppò un’identità socialista distinta, fortemente ancorata alla tradizione socialdemocratica europea, ponendo al centro temi come la governabilità, le riforme istituzionali, la modernizzazione economica e il rafforzamento dell’esecutivo.
Molti storici considerano quella decisione uno dei momenti che contribuirono a modificare gli equilibri della cosiddetta Prima Repubblica. Se il compromesso storico rappresentò il tentativo di avvicinare le due maggiori forze politiche del Paese, la svolta autonomista del PSI offrì invece una terza prospettiva, destinata a diventare centrale negli anni Ottanta con la nascita del pentapartito e, nel 1983, con la nomina di Craxi a primo presidente del Consiglio socialista della storia repubblicana.
A distanza di cinquant’anni, quella riunione del 16 luglio 1976 continua a essere interpretata come uno spartiacque: da un lato segnò la trasformazione del PSI in una forza riformista autonoma, dall’altro contribuì a ridefinire gli equilibri tra Democrazia Cristiana, Partito Comunista e socialisti in una delle stagioni politiche più complesse della storia italiana.





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