E la curva si simpenna…!?

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Il 2021 potrebbe rappresentare un anno di svolta per il mercato obbligazionario. Le curve dei governativi dei Paesi Sviluppati sono ai minimi storici e una ripresa della crescita a livello globale potrebbe determinare un movimento di normalizzazione dei rendimenti, a dispetto di politiche monetarie ancora molto espansive da parte delle principali Banche Centrali.

Nelle prime due settimane di novembre si sono verificati flussi record in acquisto sulle azioni a livello globale, i più alti mai registrati, sull’onda delle notizie positive in merito all’efficacia di diversi vaccini e alla loro imminente disponibilità sul mer­cato. Gli operatori hanno iniziato a riposizionarsi sui settori ciclici, in previsione di un miglioramento delle prospettive di crescita per il 2021 e della fine dei lockdown. Contestualmente abbiamo assisti­to a un rialzo dei rendimenti della curva Treasury americana, con il decennale che in una prima fase è passato dallo 0,7% a quasi l’1%, salvo poi ritrac­ciare in area 0,85%. E molte Case d’investimento si sono affrettate ad adeguare le stime per il prossimo anno, prevedendo un rendimento all’1,5% fra dodici mesi, malgrado la Fed abbia confermato in più oc­casioni che non vi saranno ritocchi nei tassi ufficiali prima del 2023. Nell’ultimo Fomc meeting dell’anno che si terrà a metà dicembre, la Banca Centrale americana dovrebbe fornire maggiori dettagli sulle future scelte monetarie. In primavera l’azione della Fed era stata determinante, con un’iniezione di liquidità che aveva sfiorato i 3000 miliardi di dollari, molto più di quanto fatto nel 2008, ma nei mesi suc­cessivi il bilancio era rimasto invariato, almeno fino a settembre quando c’è stata un’ulteriore “mini” espansione di circa 150 mld. In più occasioni, infat­ti, Powell ha stigmatizzato come la politica mone­taria da sola abbia un’efficacia limitata, è indispen­sabile che sia affiancata da un’adeguata politica fiscale per poter avere effetti tangibili sull’economia. In attesa quindi che il Congresso proceda finalmen­te con l’approvazione del pacchetto fiscale, la Fed potrebbe riproporre l’Operation Twist 2.0, com’è già stato rinominato, ovvero acquisti selettivi della parte lunghissima della curva, per ridurre lo spread 10-30 anni, lasciando invece che la parte medio-lunga si irripidisca un poco, ovvero ci sia un ampliamento dello spread 2-10 anni. Questo porterebbe di sicuro dei benefici a tutto il settore finanziario, in particola­re alle banche tradizionali, per le quali un aumento dei margini d’intermediazione si tradurrebbe ovvia­mente in un miglioramento della loro redditività.

Per i risparmiatori però, un aumento dei rendimenti della parte medio-lunga potrebbe costituire un problema. I tassi a breve estremamente bassi o negativi, al momento non costituiscono certo una buona alternativa d’investimento, e un rialzo della parte intermedia porterebbe a discese dei prezzi non trascurabili. Sul decennale, per esempio, se si verificasse il rialzo ipotizzato dagli analisti, ovvero fino all’1,5% entro fine 2021, l’impatto negativo sui prezzi sarebbe di circa il 6%, solo parzialmente miti­gato dalle cedole. Difficile da tollerare per un cliente conservativo, abituato alle performance positive del più lungo bull market obbligazionario della storia. Ma le contromisure, in particolare per una cliente­la poco sofisticata, come può essere un piccolo risparmiatore retail, non sono molte. Diversamente, un investitore istituzionale ha un ampio spettro di alternative: in primis aprire tatticamente delle posi­zioni ribassiste via future o opzioni, per approfittare del rialzo dei rendimenti e ricercare nel contempo opportunità d’investimento in altre aree in un’ottica di diversificazione.

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