Climate finance, boom dei fondi green: record di raccolta, ma il mercato si divide tra successi e crisi

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Nel 2025 i fondi dedicati alla transizione climatica hanno raccolto 92 miliardi di dollari, il doppio rispetto all’anno precedente. Ma dietro il record emergono profonde trasformazioni: meno scommesse speculative, più infrastrutture mature e tecnologie già redditizie

Il mercato globale della climate finance sta vivendo una fase apparentemente contraddittoria. Da un lato, i fondi dedicati alla transizione energetica e agli investimenti climatici hanno registrato nel 2025 una raccolta record di 92 miliardi di dollari attraverso 179 veicoli finanziari, segnando un raddoppio rispetto al 2024. Dall’altro, il settore continua a mostrare forti squilibri interni, con alcuni comparti in forte espansione e altri colpiti da rallentamento, deflussi e crescente cautela degli investitori. È il motivo per cui Bloomberg ha definito questo momento un anno “feast or famine”, cioè di “abbondanza o carestia”.

Il dato più interessante riguarda proprio il cambiamento della natura degli investimenti. Gli investitori stanno progressivamente abbandonando le scommesse più speculative sulle startup climate-tech early stage per spostarsi verso infrastrutture considerate più mature e immediatamente monetizzabili: reti elettriche, data center efficienti, batterie, storage energetico, sistemi di trasmissione e tecnologie già vicine alla redditività industriale.

A trainare questa nuova fase è soprattutto l’enorme domanda energetica legata all’intelligenza artificiale. L’esplosione dei data center AI sta infatti accelerando investimenti in elettrificazione, accumulo energetico e infrastrutture di rete. In pratica, parte della nuova ondata di climate finance viene sostenuta non solo dagli obiettivi climatici ma anche dalla necessità industriale di alimentare la crescita dell’AI globale.

Il settore però resta profondamente polarizzato. Secondo Morningstar Sustainalytics, già nel 2024 molti climate funds avevano registrato i primi deflussi netti dalla nascita del settore, penalizzati dalla debole performance dei titoli rinnovabili, dai tassi elevati e dalla crescente pressione politica anti-ESG, soprattutto negli Stati Uniti.

Negli ultimi anni il mercato della finanza climatica è infatti diventato anche terreno di scontro ideologico e geopolitico. Negli USA diversi Stati repubblicani hanno apertamente criticato le politiche ESG accusando i grandi fondi di investimento di utilizzare criteri climatici per influenzare l’economia e penalizzare i combustibili fossili. Parallelamente però Europa, Cina e grandi istituzioni multilaterali continuano ad aumentare gli investimenti legati alla transizione energetica.

Secondo BloombergNEF, nel 2025 gli investimenti globali nella transizione energetica hanno raggiunto il record di 2,3 trilioni di dollari, superando per il secondo anno consecutivo gli investimenti destinati alle fonti fossili.

Anche le grandi banche multilaterali stanno aumentando il proprio peso nella climate finance. La World Bank ha erogato nel 2024 un record di 42,6 miliardi di dollari in climate finance, mentre le banche multilaterali di sviluppo hanno raggiunto complessivamente 137 miliardi di finanziamenti climatici.

Ma il problema centrale resta la scala degli investimenti necessari. Secondo numerose analisi internazionali, il mondo avrebbe bisogno di migliaia di miliardi di dollari ogni anno per finanziare decarbonizzazione, adattamento climatico e resilienza infrastrutturale. E qui emerge uno dei grandi paradossi della climate finance contemporanea: i capitali esistono, ma tendono a concentrarsi sui progetti percepiti come più sicuri e redditizi.

Questo sta creando un forte squilibrio geografico. Le economie avanzate attraggono la maggior parte degli investimenti privati, mentre molti Paesi emergenti e vulnerabili continuano ad avere enormi difficoltà ad accedere ai capitali necessari per adattarsi al cambiamento climatico. Non a caso il dibattito internazionale si concentra sempre più sul ruolo della blended finance, cioè strumenti che combinano capitale pubblico e privato per ridurre il rischio percepito dagli investitori.

Nel frattempo cambia anche il profilo degli investitori. Sempre meno “idealismo green” e sempre più attenzione ai ritorni industriali e infrastrutturali. Il mercato sembra essersi spostato da una prima fase dominata dall’entusiasmo ESG verso una logica più selettiva e pragmatica: non basta più essere sostenibili, bisogna anche dimostrare solidità economica, scalabilità e redditività.

Ed è probabilmente questo il vero significato del momento attuale della climate finance: la transizione energetica sta uscendo dalla fase pionieristica per entrare in quella industriale. Con meno narrativa e molto più focus su infrastrutture, sicurezza energetica e ritorni finanziari concreti. Anche perché oggi, nel mondo della finanza climatica, l’investitore medio sembra voler salvare il pianeta — ma possibilmente con cash flow prevedibili.

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Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.
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Gli articoli pubblicati su questa testata rispettano la normativa europea (AI Act) e i principi deontologici dell’Ordine dei Giornalisti. L’utilizzo costante dell’intelligenza artificiale permette la corretta verifica delle fonti e la creazione di una traccia che tenga conto dei temi più significativi. Nessun articolo può essere pubblicato autonomamente dall’intelligenza artificiale: ogni autore interviene personalmente non solo nella fase della scrittura dell’articolo, ma anche nella verifica della veridicità di notizie e dati riportati.

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