Etica Sgr – Quanto è fashion il green?

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Etica Sgr, società di gestione del risparmio che propone esclusivamente fondi comuni di investimento sostenibili e responsabili, è convinta che analizzare gli emittenti (imprese e Stati) anche da un punto di vista ambientale, sociale e di governance (ESG) offra potenzialmente valore aggiunto sul piano dei rendimenti. Di conseguenza, il suo impegno nella cura e nella tutela dell’ambiente e la sua attenzione al sociale non vengono mai meno. In particolare, questo contributo accende i riflettori sul fatto che il settore della moda è stato indicato come la seconda industria più inquinante al mondo e che molti marchi non hanno ancora raggiunto buoni livelli di sostenibilità.

A tal proposito, Etica sostiene che:

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“Il settore della moda è responsabile di oltre il 10% di emissioni a livello globale. In realtà, a causa della forte segmentazione del settore fashion, sia in termini di mercato finale che di posizionamento prezzi, risulta molto difficile valutare l’impatto ambientale dell’intero sistema. Di fatto, mentre alcuni dei marchi leader del settore hanno raggiunto i livelli più alti di sostenibilità, le aziende “fast fashion” continuano a utilizzare enormi quantità di combustibili fossili per produrre i loro capi di abbigliamento e calzature e non riescono a decarbonizzare le loro catene di approvvigionamento. Il marchio cinese Shein, ad esempio, dal 2021 al 2022 ha aumentato le sue emissioni di circa il 50%, emettendo da sola la stessa quantità di inquinamento di un intero Paese come il Paraguay, ovvero 9,17 milioni di tonnellate.

Un ottimo strumento per valutare gli impatti ambientali della produzione e dell’utilizzo di capi di abbigliamento è l’analisi del ciclo di vita (LCA – Life Cycle Assessment). Infatti, si può capire quali sono le ripercussioni che l’utilizzo di determinati prodotti hanno sull’ambiente solo analizzando la fase di produzione delle materie prime, dei tessuti e della tintura; la fase di distribuzione e di trasporto così come quella di uso e mantenimento e, infine, quella di smaltimento. Ad esempio, l’obsolescenza rapida della moda porta a un aumento dei rifiuti tessili con un’enorme quantità di indumenti destinati a discariche o inceneritori (circa il 75-80%) anziché a processi di riciclo (solo il 15-20%). Anche materiali biodegradabili e nuovi modelli di business, come la rivendita e il noleggio, mostrano una limitata efficacia nel ridurre i danni ambientali.

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Le iniziative di riciclo e riutilizzo offrono, quindi, un approccio circolare che cerca di mitigare la produzione e lo smaltimento in eccesso. Tuttavia, la necessità di affrontare la crisi di gestione dei rifiuti tessili a livello globale resta pressante”.