Pensione con meno di 20 anni di contributi: cosa può cambiare con l’ipotesi di uscita a 71 anni

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Uno dei problemi più discussi del sistema previdenziale italiano riguarda i lavoratori che non riescono a maturare i 20 anni di contributi richiesti per ottenere la pensione di vecchiaia ordinaria.

Secondo la normativa attualmente in vigore, infatti, per accedere alla pensione a 67 anni è necessario aver versato almeno vent’anni di contribuzione. Solo in casi particolari è possibile scendere a 15 anni grazie alle cosiddette deroghe Amato, previste dal decreto legislativo n. 503 del 1992, ma si tratta di ipotesi sempre più limitate. 

Questo significa che molte persone con carriere discontinue o precarie rischiano di arrivare all’età pensionabile senza poter ottenere alcun assegno previdenziale.

Il problema dei contributi insufficienti

Il sistema previdenziale italiano distingue tra:

  • lavoratori “contributivi puri”, cioè coloro che hanno iniziato a versare contributi dopo il 1° gennaio 1996;
  • lavoratori nel sistema misto, che possiedono anche contributi antecedenti a quella data.

Per i contributivi puri esiste già una possibilità alternativa: la pensione di vecchiaia contributiva. Questa misura permette il pensionamento con almeno 5 anni di contributi, ma solo al raggiungimento dei 71 anni di età. Le informazioni ufficiali sui requisiti previdenziali sono consultabili sul sito dell’INPS.

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Chi, invece, ha contributi precedenti al 1996, salvo specifici strumenti come il computo nella Gestione Separata INPS, non può accedere a questa forma di pensione ridotta. Di conseguenza, senza il requisito dei 20 anni, i contributi versati rischiano di non produrre alcun trattamento pensionistico.

La proposta del Governo

Negli ultimi mesi il Governo ha ipotizzato una revisione del sistema per estendere la pensione contributiva a 71 anni anche ai lavoratori del sistema misto.

L’obiettivo sarebbe quello di evitare situazioni considerate penalizzanti per chi, pur avendo lavorato per molti anni, non riesce a raggiungere la soglia minima contributiva richiesta dalla pensione ordinaria.

La ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone ha infatti parlato della necessità di rendere più uniforme il trattamento tra diverse categorie di lavoratori. Gli aggiornamenti sulle riforme previdenziali e sulle misure allo studio sono pubblicati dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.  

Una simile riforma potrebbe avere effetti importanti soprattutto per:

  • lavoratori con carriere discontinue;
  • persone impiegate saltuariamente;
  • donne con periodi di inattività legati alla cura familiare;
  • lavoratori precari o stagionali.

Come verrebbe calcolata la pensione

L’ipotesi allo studio prevede comunque un calcolo interamente contributivo dell’assegno.

Ciò significa che anche chi oggi avrebbe diritto a una quota retributiva vedrebbe la pensione determinata esclusivamente sulla base dei contributi effettivamente versati nel corso della carriera.

Il metodo contributivo si basa sul montante accumulato e sui coefficienti di trasformazione applicati al momento del pensionamento.

Nel caso dell’uscita a 71 anni, il coefficiente attualmente previsto è pari al 6,510%.

Un esempio pratico

Supponiamo il caso di un lavoratore con:

  • 12 anni di contributi;
  • reddito medio annuo pari a 20.000 euro.

Con un’aliquota contributiva del 33%, il versamento annuo sarebbe di circa 6.600 euro. Il montante complessivo potrebbe quindi avvicinarsi agli 80.000 euro.

Applicando il coefficiente del 6,510%, l’assegno pensionistico lordo annuo sarebbe di poco superiore ai 5.000 euro, cioè circa 400 euro mensili.

Si tratta di importi modesti, anche perché le pensioni interamente contributive non beneficiano automaticamente dell’integrazione al minimo. Tuttavia, per molti lavoratori rappresenterebbe comunque una tutela economica rispetto al rischio di non ricevere alcuna pensione.

L’effetto dell’aspettativa di vita

Va inoltre ricordato che i requisiti anagrafici per la pensione sono collegati agli adeguamenti alla speranza di vita stabiliti dall’ISTAT. I dati statistici e demografici utilizzati per l’aggiornamento dei requisiti pensionistici sono pubblicati dall’ISTAT.

Secondo le stime attuali:

  • dal 2027 potrebbero essere richiesti 71 anni e 1 mese;
  • dal 2029 il requisito potrebbe salire ulteriormente fino a 71 anni e 3 mesi.

Uno dei problemi più discussi del sistema previdenziale italiano riguarda i lavoratori che non riescono a maturare i 20 anni di contributi richiesti per ottenere la pensione di vecchiaia ordinaria.

Secondo la normativa attualmente in vigore, infatti, per accedere alla pensione a 67 anni è necessario aver versato almeno vent’anni di contribuzione. Solo in casi particolari è possibile scendere a 15 anni grazie alle cosiddette deroghe Amato, previste dal decreto legislativo n. 503 del 1992, ma si tratta di ipotesi sempre più limitate. 

Questo significa che molte persone con carriere discontinue o precarie rischiano di arrivare all’età pensionabile senza poter ottenere alcun assegno previdenziale.

Il problema dei contributi insufficienti

Il sistema previdenziale italiano distingue tra:

  • lavoratori “contributivi puri”, cioè coloro che hanno iniziato a versare contributi dopo il 1° gennaio 1996;
  • lavoratori nel sistema misto, che possiedono anche contributi antecedenti a quella data.

Per i contributivi puri esiste già una possibilità alternativa: la pensione di vecchiaia contributiva. Questa misura permette il pensionamento con almeno 5 anni di contributi, ma solo al raggiungimento dei 71 anni di età. Le informazioni ufficiali sui requisiti previdenziali sono consultabili sul sito dell’INPS.

Chi, invece, ha contributi precedenti al 1996, salvo specifici strumenti come il computo nella Gestione Separata INPS, non può accedere a questa forma di pensione ridotta. Di conseguenza, senza il requisito dei 20 anni, i contributi versati rischiano di non produrre alcun trattamento pensionistico.

La proposta del Governo

Negli ultimi mesi il Governo ha ipotizzato una revisione del sistema per estendere la pensione contributiva a 71 anni anche ai lavoratori del sistema misto.

L’obiettivo sarebbe quello di evitare situazioni considerate penalizzanti per chi, pur avendo lavorato per molti anni, non riesce a raggiungere la soglia minima contributiva richiesta dalla pensione ordinaria.

La ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone ha infatti parlato della necessità di rendere più uniforme il trattamento tra diverse categorie di lavoratori. Gli aggiornamenti sulle riforme previdenziali e sulle misure allo studio sono pubblicati dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.  

Una simile riforma potrebbe avere effetti importanti soprattutto per:

  • lavoratori con carriere discontinue;
  • persone impiegate saltuariamente;
  • donne con periodi di inattività legati alla cura familiare;
  • lavoratori precari o stagionali.

Come verrebbe calcolata la pensione

L’ipotesi allo studio prevede comunque un calcolo interamente contributivo dell’assegno.

Ciò significa che anche chi oggi avrebbe diritto a una quota retributiva vedrebbe la pensione determinata esclusivamente sulla base dei contributi effettivamente versati nel corso della carriera.

Il metodo contributivo si basa sul montante accumulato e sui coefficienti di trasformazione applicati al momento del pensionamento.

Nel caso dell’uscita a 71 anni, il coefficiente attualmente previsto è pari al 6,510%.

Un esempio pratico

Supponiamo il caso di un lavoratore con:

  • 12 anni di contributi;
  • reddito medio annuo pari a 20.000 euro.

Con un’aliquota contributiva del 33%, il versamento annuo sarebbe di circa 6.600 euro. Il montante complessivo potrebbe quindi avvicinarsi agli 80.000 euro.

Applicando il coefficiente del 6,510%, l’assegno pensionistico lordo annuo sarebbe di poco superiore ai 5.000 euro, cioè circa 400 euro mensili.

Si tratta di importi modesti, anche perché le pensioni interamente contributive non beneficiano automaticamente dell’integrazione al minimo. Tuttavia, per molti lavoratori rappresenterebbe comunque una tutela economica rispetto al rischio di non ricevere alcuna pensione.

L’effetto dell’aspettativa di vita

Va inoltre ricordato che i requisiti anagrafici per la pensione sono collegati agli adeguamenti alla speranza di vita stabiliti dall’ISTAT. I dati statistici e demografici utilizzati per l’aggiornamento dei requisiti pensionistici sono pubblicati dall’ISTAT.

Secondo le stime attuali:

  • dal 2027 potrebbero essere richiesti 71 anni e 1 mese;
  • dal 2029 il requisito potrebbe salire ulteriormente fino a 71 anni e 3 mesi.

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Caterina Chiarelli

Content Editor Bachelor’s Degree, Master’s Degree,Postgraduate Master

Caterina Chiarelli, professionista della comunicazione e dell'editoria con una formazione accademica che include una Laurea Magistrale in Comunicazione, Informazione ed Editoria e un Master in digitalizzazione, AI e big data. Il suo percorso coniuga rigore metodologico e creatività, maturati attraverso esperienze in ambito editoriale, giornalistico e digitale. Ha collaborato con realtà editoriali e di comunicazione occupandosi di redazione, pianificazione editoriale, social media management e ufficio stampa, lavorando su contenuti sia web sia cartacei. Negli ultimi anni ha approfondito il rapporto tra comunicazione e innovazione tecnologica, sviluppando un approccio orientato all'utilizzo consapevole dell'intelligenza artificiale e degli strumenti digitali a supporto della qualità dei contenuti. Si distingue per una curiosità profonda verso le persone, le idee e i linguaggi attraverso cui la realtà prende forma, con la convinzione che il dialogo, quando è guidato da ascolto, spirito critico ed empatia, sia capace di generare valore e connessione reale.

Areas of Expertise: editoria e comunicazione digitale, scrittura e revisione editoriale, giornalismo economico-finanziario, progettazione editoriale, pianificazione e coordinamento dei contenuti, social media e marketing digitale, intelligenza artificiale applicata alla comunicazione, strategie digitali, analisi dei contenuti e storytelling, comunicazione istituzionale e ufficio stampa
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Caterina Chiarelli, professionista della comunicazione e dell'editoria con una formazione accademica che include una Laurea Magistrale in Comunicazione, Informazione ed Editoria e un Master in digitalizzazione, AI e big data. Il suo percorso coniuga rigore metodologico e creatività, maturati attraverso esperienze in ambito editoriale, giornalistico e digitale. Ha collaborato con realtà editoriali e di comunicazione occupandosi di redazione, pianificazione editoriale, social media management e ufficio stampa, lavorando su contenuti sia web sia cartacei. Negli ultimi anni ha approfondito il rapporto tra comunicazione e innovazione tecnologica, sviluppando un approccio orientato all'utilizzo consapevole dell'intelligenza artificiale e degli strumenti digitali a supporto della qualità dei contenuti. Si distingue per una curiosità profonda verso le persone, le idee e i linguaggi attraverso cui la realtà prende forma, con la convinzione che il dialogo, quando è guidato da ascolto, spirito critico ed empatia, sia capace di generare valore e connessione reale.