Carbon credit, il mercato della fiducia perduta: tra finanza climatica, scandali e corsa alle riforme europee
Per oltre un decennio i carbon credit sono stati presentati come uno degli strumenti più promettenti per conciliare crescita economica e lotta al cambiamento climatico. L’idea è semplice: chi non riesce ad abbattere completamente le proprie emissioni può compensarle acquistando crediti generati da progetti che riducono o assorbono CO₂ altrove nel mondo. Un credito equivale, in teoria, a una tonnellata di anidride carbonica evitata o rimossa dall’atmosfera.

Nella pratica, però, il mercato globale dei carbon credit sta attraversando una crisi di credibilità senza precedenti Negli ultimi anni la stampa britannica, in particolare il Guardian, ha documentato una lunga serie di problemi che hanno messo in discussione l’affidabilità di molte compensazioni ambientali. Tra le criticità più frequentemente evidenziate figurano la doppia contabilizzazione delle emissioni, la sopravvalutazione dei benefici climatici, la protezione di foreste che non erano realmente minacciate e persino progetti inesistenti o incapaci di generare i risultati promessi.
Come funziona il mercato
Il sistema si divide in due grandi categorie: la prima è costituita dai mercati regolamentati, come l’Emission Trading System europeo, nei quali governi e autorità pubbliche fissano limiti alle emissioni e distribuiscono permessi negoziabili. La seconda è rappresentata dal mercato volontario del carbonio (Voluntary Carbon Market, VCM), dove aziende, investitori e organizzazioni acquistano crediti per raggiungere obiettivi di sostenibilità o dichiararsi “carbon neutral”.
È proprio quest’ultimo segmento a essere finito sotto i riflettori. Negli anni dell’esplosione degli investimenti ESG, centinaia di multinazionali hanno acquistato crediti per sostenere le proprie strategie climatiche. Il valore del mercato volontario ha superato i 2 miliardi di dollari nel 2021, alimentato dalla crescente domanda di compensazioni ambientali. Tuttavia, la fiducia degli investitori si è progressivamente deteriorata.
La crisi della credibilità
La questione centrale riguarda un concetto tecnico noto come “additionality”. Un progetto genera un beneficio climatico reale soltanto se l’azione finanziata non sarebbe avvenuta senza i proventi derivanti dalla vendita dei crediti. Nel caso delle foreste tropicali, ad esempio, occorre dimostrare che la deforestazione sarebbe realmente avvenuta in assenza dell’intervento finanziato. Secondo numerose inchieste e studi citati dalla stampa britannica, questo passaggio si è spesso rivelato estremamente difficile da verificare.
Le conseguenze sono state rilevanti. Diversi studi hanno suggerito che una parte consistente dei crediti presenti sul mercato volontario potrebbe non rappresentare reali riduzioni delle emissioni. Alcuni crediti sono stati definiti “junk offsets”, ovvero compensazioni prive di effettivo valore climatico. Il problema ha avuto anche effetti finanziari. Fondi, trader e intermediari specializzati si sono ritrovati con portafogli contenenti crediti il cui valore è stato successivamente messo in discussione. Alcuni operatori hanno dovuto svalutare asset acquistati a prezzi elevati durante la fase di espansione del mercato.
Greenwashing o strumento utile?
Le critiche hanno alimentato un dibattito sempre più acceso. Secondo gli ambientalisti più radicali, i carbon credit rischiano di trasformarsi in una licenza a inquinare: invece di ridurre le emissioni alla fonte, le imprese potrebbero limitarsi ad acquistare compensazioni relativamente economiche per continuare le proprie attività senza modificare i modelli produttivi.
I sostenitori del sistema replicano che il mercato del carbonio resta uno dei pochi strumenti in grado di mobilitare rapidamente capitali privati verso la tutela delle foreste, la riforestazione e altri progetti ambientali nei Paesi emergenti. Anche alcuni studi recenti suggeriscono una lettura più sfumata. Una ricerca discussa nella comunità scientifica e ripresa nel dibattito internazionale ha evidenziato che numerosi progetti forestali, pur avendo generato un numero eccessivo di crediti rispetto ai benefici reali, hanno comunque contribuito a ridurre la deforestazione. In altre parole, il problema potrebbe riguardare più la quantità di crediti emessi che l’utilità dei progetti stessi.
Il richiamo degli scienziati
La pressione per una riforma del settore è ormai forte. Nel 2024 un gruppo internazionale di esperti guidato dall’ex Chief Scientific Adviser britannico Sir David King ha lanciato un messaggio molto chiaro: il mercato volontario del carbonio deve riformarsi profondamente oppure rischia di scomparire. Gli esperti chiedono standard scientifici più rigorosi, maggiore trasparenza, verifiche indipendenti e una crescente enfasi sui progetti di rimozione effettiva della CO₂ dall’atmosfera, piuttosto che sulla semplice prevenzione delle emissioni.
Anche il governo britannico si sta muovendo in questa direzione. Nel 2025 Londra ha avviato una consultazione pubblica finalizzata a rafforzare l’integrità dei mercati volontari del carbonio e della natura, con particolare attenzione alla qualità dei crediti e alla trasparenza delle dichiarazioni ambientali delle imprese. L’obiettivo è evitare che i crediti vengano utilizzati per sostituire gli investimenti necessari alla riduzione diretta delle emissioni.
La nuova frontiera: qualità contro quantità
Il futuro del settore potrebbe passare da una drastica riduzione dell’offerta accompagnata da standard molto più elevati. Negli ultimi anni stanno emergendo modelli che puntano su verifiche satellitari, analisi dei dati in tempo reale e metodologie più sofisticate per misurare l’effettivo impatto climatico dei progetti. Parallelamente cresce l’interesse verso tecnologie in grado di garantire maggiore tracciabilità, comprese alcune applicazioni basate su blockchain. Secondo molti osservatori, il mercato dovrà abbandonare la logica della compensazione a basso costo per evolvere verso crediti meno numerosi ma più credibili e costosi. Si tratta di un cambiamento che potrebbe ridisegnare l’intera industria della finanza climatica.
I carbon credit rappresentano oggi uno dei paradossi più evidenti della transizione energetica. Da un lato costituiscono un meccanismo capace di convogliare miliardi di dollari verso la protezione degli ecosistemi e la decarbonizzazione globale. Dall’altro, la loro efficacia è stata indebolita da anni di standard insufficienti, controlli inadeguati e aspettative eccessive. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare un mercato basato soprattutto sulla fiducia in un’infrastruttura finanziaria fondata su verifiche rigorose e risultati misurabili. Se la riforma avrà successo, i carbon credit potranno continuare a svolgere un ruolo nella lotta al cambiamento climatico. In caso contrario, rischiano di diventare uno dei più grandi esperimenti incompiuti della finanza sostenibile.
Fonti:





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