La lotta per la parità di genere nei board di quotate e non quotate. A che punto siamo

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— a cura di Carlo Paris—

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Lugano Finance Forum, 24 novembre 2026, Palazzo dei Congressi, Lugano - media partner Lamiafinanza.it

Nel suo ultimo Rapporto sulla Corporate Governance di quotate italiane, Consob ha evidenziato che a fine 2025 la quota di incarichi ricoperti da donne sfiora il 44% del totale di ruoli da amministratore e il 41% di quelli da componente degli organi di controllo.


Prendiamo positivamente atto di valori percentuali comunque superiori rispetto alla soglia dei DueQuinti imposta dalla legge. Aggiungiamo che dal rapporto emerge pure che, in circa una società su cinque, il genere femminile è ugualmente o più rappresentato rispetto a quello maschile nell’organo di amministrazione; un dato in continua crescita nell’ultimo triennio (15,2% nel 2023, 15,9% del 2024, 19% nel 2025).

Resta peraltro ancora aperto un importante tema di parità di genere nei board di quotate su cui purtroppo non registriamo significativi passi avanti, anzi.
Lo stesso Rapporto Consob segnala infatti che, in linea con le evidenze degli anni precedenti, la titolarità da parte di una donna degli incarichi di CEO o di Presidente riguarda un numero esiguo di società; il dato è addirittura in flessione, seppur leggera, rispetto agli anni precedenti, sia in termini numerici sia come peso sul valore complessivo di mercato.

La situazione sulla parità di genere è ancora più sfidante nel contesto delle società non pubbliche e non quotate, in assenza di obblighi di legge. Fra l’altro, sul piano dell’Autodisciplina, avevo già segnalato una qualche mancanza di coraggio nella resa finale del Codice dedicato alla CorporateGovernance delle imprese familiari non quotate; uno strumento che resta utilissimo per l’implementazione della governance di queste imprese (recentemente aggiornato, anche con uno schema di adesione per le società interessate ad aderire), ma che non si è spinto in maniera netta sul tema delle quote di rappresentanza di genere, nonostante fossero pure emerse certe interessanti premesse nella fase di consultazione.

Ritengo allora che resti quantomai attuale la mia iniziativa dei “𝟮/𝟱 𝗶𝗻 𝗦𝘁𝗮𝘁𝘂𝘁𝗼”, una proposta nata dalla capillare ricognizione degli statuti di società quotate che hanno già adottato una puntuale disciplina sulla parità di genere, affinché anche le società non quotate si impegnino su base volontaria a recepire nei propri statuti l’obbligo della quota di rappresentanza dei 2/5 nei board.

Una battaglia che sembra diventata meno ‘appealing’ negli ultimi tempi. Ma sappiamo bene che le battaglie di civiltà non sono fatte per guardare alle mode e alle tendenze del momento.

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