Fame, inflazione e clima: a breve il rapporto FAO 2026. Un sistema alimentare globale ancora fragile
Diminuisce leggermente il numero delle persone che soffrono la fame, ma l’obiettivo “Fame Zero” resta lontano. Le anticipazioni sul nuovo rapporto delle Nazioni Unite fanno pensare che inflazione alimentare, cambiamenti climatici e conflitti continueranno a compromettere la sicurezza alimentare di milioni di persone
Per la prima volta dopo gli anni della pandemia, il numero di persone che soffrono la fame nel mondo registrava una lieve diminuzione nell’edizione 2025 di “The State of Food Security and Nutrition in the World” (SOFI), il rapporto realizzato congiuntamente da FAO, IFAD, UNICEF, Programma Alimentare Mondiale (WFP) e Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Ma pare che il miglioramento sia ancora troppo limitato per consentire di raggiungere l’Obiettivo di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite che punta a eliminare la fame entro il 2030.

Le anticipazioni ufficiali
Non è ancora stato pubblicato il rapporto SOFI 2026, ma la FAO e le altre agenzie ONU hanno già diffuso alcune anticipazioni ufficiali sul tema centrale e sul calendario di pubblicazione.
Le principali anticipazioni sono:
- Pubblicazione ufficiale: 21 luglio 2026, a Roma, durante il lancio mondiale del rapporto SOFI 2026.
- Evento di anteprima: 14 luglio 2026 presso il quartier generale delle Nazioni Unite a New York, nell’ambito dell’High-Level Political Forum sugli SDGs.
Il tema centrale del SOFI 2026
A differenza del SOFI 2025, dedicato soprattutto all’impatto dell’inflazione alimentare, il rapporto 2026 si concentrerà su “Understanding and Addressing the High Costs of Healthy Diets” (Comprendere e affrontare l’elevato costo delle diete sane).
L’obiettivo sarà spiegare perché una dieta nutrizionalmente adeguata continua a essere economicamente inaccessibile per miliardi di persone, anche nei Paesi dove il cibo è disponibile.
Cosa conterrà il rapporto
Secondo la FAO, il SOFI 2026 approfondirà:
- la metodologia utilizzata per calcolare il Costo di una Dieta Sana (Cost of a Healthy Diet – CoHD);
- le ragioni per cui una dieta equilibrata costa molto di più in alcune aree del mondo rispetto ad altre;
- il rapporto tra prezzi degli alimenti, redditi delle famiglie e sicurezza alimentare;
- il ruolo delle filiere agricole, dei trasporti, dei mercati e della distribuzione nel determinare il prezzo finale dei cibi nutrienti;
- le politiche pubbliche che potrebbero ridurre il costo di una dieta sana senza compromettere la sostenibilità economica dell’agricoltura.
I dati già richiamati dalla FAO
Nell’annunciare il nuovo rapporto, la FAO ricorda alcuni risultati del SOFI 2025 che costituiscono il punto di partenza dell’edizione 2026:
- circa 2,6 miliardi di persone nel mondo non possono ancora permettersi una dieta sana;
- l’inflazione alimentare ha colpito soprattutto gli alimenti più nutrienti;
- i prezzi elevati continuano a ostacolare il raggiungimento dell’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile “Fame Zero”.
Perché sarà un rapporto importante
Le anticipazioni fanno capire che il SOFI 2026 segnerà un cambio di prospettiva. L’attenzione non sarà rivolta soltanto a quante persone soffrono la fame, ma anche a quante possono davvero permettersi un’alimentazione sana.
Per la FAO questo rappresenta ormai un indicatore decisivo della sicurezza alimentare: non basta che il cibo sia disponibile, deve essere accessibile economicamente, nutrizionalmente adeguato e sostenibile. È un tema destinato a incidere sulle future politiche agricole, sanitarie e sociali, soprattutto in un contesto segnato da cambiamenti climatici, volatilità dei prezzi e persistenti disuguaglianze economiche.
I dati precedenti
Secondo il rapporto, nel 2024 hanno sofferto la fame tra 638 e 720 milioni di persone, con una stima centrale di circa 673 milioni, pari all’8,2% della popolazione mondiale. Si tratta di circa 15 milioni di persone in meno rispetto al 2023 e 22 milioni in meno rispetto al 2022. La diminuzione è dovuta soprattutto ai progressi registrati nell’Asia meridionale, nel Sud-est asiatico e in Sud America, dove l’aumento della produttività agricola e programmi di protezione sociale hanno migliorato l’accesso al cibo.
Il quadro resta però profondamente disomogeneo. In Africa, oltre una persona su cinque continua a soffrire di denutrizione cronica, mentre la situazione peggiora anche nell’Asia occidentale. Le proiezioni della FAO indicano che, se le tendenze attuali non cambieranno, nel 2030 circa 512 milioni di persone saranno ancora cronicamente denutrite, e quasi il 60% vivrà nel continente africano.
L’inflazione alimentare è il nuovo nemico
Il tema centrale del rapporto 2025 non era però soltanto la fame, bensì l’impatto dell’inflazione dei prezzi alimentari.
Secondo le agenzie ONU, negli ultimi anni l’aumento del costo degli alimenti ha ridotto il potere d’acquisto di milioni di famiglie, rendendo sempre più difficile l’accesso a una dieta sana, soprattutto nei Paesi a basso reddito. Gli aumenti hanno colpito in particolare gli alimenti più nutrienti, come frutta, verdura, latte, uova e proteine animali, aggravando il rischio di malnutrizione infantile.
Nonostante una lieve riduzione del numero di persone che non possono permettersi una dieta sana – scese a circa 2,6 miliardi nel 2024 – il fenomeno continua a rappresentare una delle principali emergenze globali.
Clima e conflitti restano i principali fattori di rischio
Se il rapporto concentra l’attenzione sull’inflazione, individua anche nei cambiamenti climatici e nei conflitti armati i principali fattori che continuano a mettere sotto pressione il sistema alimentare mondiale.
Siccità prolungate, ondate di calore, precipitazioni estreme e alluvioni compromettono la produzione agricola proprio nelle aree più vulnerabili. A ciò si aggiungono guerre e instabilità geopolitica, che interrompono le catene di approvvigionamento, ostacolano il commercio internazionale e fanno aumentare i prezzi delle materie prime agricole.
L’attenzione della stampa internazionale
I principali quotidiani internazionali che seguono i temi climatici hanno interpretato il rapporto dell’anno scorso come un segnale di moderato ottimismo, accompagnato però da forti elementi di preoccupazione.
Reuters aveva evidenziato come il calo della fame globale rappresenti il terzo miglioramento consecutivo, ma ha anche sottolineato come conflitti, crisi climatiche e inflazione potessero rapidamente invertire la tendenza positiva, soprattutto in Africa e Medio Oriente.
Il Guardian, che negli ultimi mesi ha dedicato numerosi approfondimenti al rapporto tra cambiamento climatico e produzione agricola, sottolineava già l’anno scorso come gli eventi meteorologici estremi stiano già riducendo la produttività delle colture in diverse aree del pianeta. Secondo il quotidiano britannico, il rischio non riguarda soltanto i Paesi poveri: il cambiamento climatico rende i raccolti più instabili anche nelle economie avanzate, alimentando inflazione alimentare e volatilità dei prezzi.





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