Bioeconomia: perché è una delle chiavi per il futuro dell’Italia e dell’Europa

Negli ultimi anni si sente parlare sempre più spesso di transizione ecologica, economia circolare e sostenibilità. Tra questi temi, uno dei più rilevanti è la bioeconomia, un modello che punta a utilizzare in modo intelligente le risorse naturali rinnovabili per produrre beni, energia e servizi, riducendo sprechi e dipendenza dalle fonti fossili. Quello che un tempo veniva considerato principalmente un orientamento ambientale è oggi diventato un vero motore di crescita economica: secondo il dodicesimo rapporto sulla bioeconomia europea realizzato da Intesa Sanpaolo, nel 2025 il settore ha raggiunto in Italia un valore di 433,3 miliardi di euro, mentre nell’intera Unione Europea supera i 3.170 miliardi, garantendo lavoro a oltre 17 milioni di persone.
Cosa si intende per bioeconomia
La bioeconomia comprende tutte quelle attività che utilizzano risorse biologiche rinnovabili provenienti dalla terra e dal mare, dall’agricoltura all’allevamento, dalla pesca e dall’acquacoltura alla gestione delle foreste, fino all’impiego di microrganismi, biomasse e scarti organici recuperati e valorizzati. Queste materie prime vengono trasformate in alimenti, carta, tessuti, prodotti chimici, bioplastiche, fertilizzanti ed energia, con l’obiettivo di sfruttare le risorse naturali senza esaurirle, favorendone il continuo rinnovo e contenendo gli sprechi.
Il concetto viene spesso confuso con quello di economia circolare, anche se le due cose non coincidono: mentre l’economia circolare punta a ridurre i rifiuti attraverso riutilizzo, riciclo e recupero dei materiali, la bioeconomia si concentra sull’impiego sostenibile delle risorse biologiche rinnovabili. Le due strategie restano comunque strettamente collegate, perché applicate insieme permettono di costruire un sistema produttivo in cui gli scarti diventano nuove risorse e il ricorso ai combustibili fossili diminuisce progressivamente. È anche per questo che la bioeconomia viene considerata uno dei pilastri del Green Deal europeo e di buona parte degli investimenti previsti dal PNRR.
La posizione dell’Italia tra i big europei
In questo scenario l’Italia occupa una posizione di rilievo. Con una produzione di oltre 433 miliardi di euro la bioeconomia rappresenta circa il 10% dell’economia nazionale e dà occupazione a circa 2 milioni di persone, sostenuta soprattutto dalla filiera agroalimentare, da sempre il cuore del settore nel nostro Paese, a cui si aggiunge negli ultimi anni il contributo significativo del comparto vitivinicolo. La distribuzione delle attività, però, non è omogenea sul territorio: le regioni del Nord generano il maggiore valore economico grazie a una forte presenza industriale, mentre nel Mezzogiorno il settore rappresenta soprattutto un’importante fonte di occupazione legata alla valorizzazione delle risorse agricole e naturali locali.
A livello europeo l’Italia si colloca subito dietro la Germania, superando economie pur rilevanti come Francia e Spagna. Questi quattro Paesi producono insieme oltre la metà del valore complessivo della bioeconomia dell’Unione Europea e impiegano milioni di lavoratori, mentre le esportazioni agroalimentari italiane continuano a essere apprezzate soprattutto nei mercati tedesco, francese e spagnolo.
Una leva di resilienza nelle crisi internazionali
Le tensioni geopolitiche e le difficoltà nei trasporti internazionali degli ultimi anni hanno reso evidente quanto sia rischioso dipendere da materie prime provenienti dall’estero. Le crisi in Medio Oriente e le difficoltà lungo le principali rotte commerciali hanno fatto lievitare i costi dell’energia e di alcune materie prime usate in agricoltura, come i componenti necessari alla produzione di fertilizzanti. In un contesto simile, puntare su risorse locali, filiere corte e innovazione tecnologica può rendere i sistemi produttivi più resilienti di fronte a shock improvvisi.
Ricerca e innovazione: dove guarda il settore
La ricerca scientifica gioca un ruolo centrale in questo percorso. Si stanno sperimentando biomateriali ottenuti dagli scarti agricoli, fertilizzanti organici, imballaggi biodegradabili e riciclabili, la coltivazione di alghe come fonte alternativa di proteine, lo sviluppo dell’acquacoltura sostenibile e la produzione di energia da biomasse e residui organici: tecnologie che permettono di sfruttare meglio le risorse disponibili, limitando gli sprechi e la dipendenza dai combustibili fossili.
Resta da capire quanto velocemente questo modello riuscirà a diffondersi su larga scala, e se le filiere italiane, frammentate ma ricche di competenze e biodiversità, sapranno trasformare questo vantaggio in una leadership stabile nel panorama europeo dei prossimi anni.





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