Intervista all’avv. Stefano Lombardi: «Milano deve tornare a mettere l’interesse pubblico al centro»
Casa, sicurezza, mobilità, periferie e sviluppo urbano. Stefano Lombardi guarda ai problemi di Milano partendo da un criterio: equilibrio nelle scelte, attenzione ai risultati e centralità dell’interesse pubblico.
«L’interesse pubblico deve venire prima di tutto». È da qui che Stefano Lombardi parte per ragionare sul presente e sul futuro di Milano.

Avvocato cassazionista e docente universitario, da oltre venticinque anni si occupa di diritto, organizzazione, responsabilità degli enti, sistemi di controllo e beni culturali. Ha insegnato e insegna in importanti università italiane, è autore di manuali giuridici di ampia diffusione e ha maturato una lunga esperienza negli Organismi di Vigilanza di grandi gruppi nazionali, ricoprendo anche incarichi di presidenza e responsabilità diretta.
Un percorso professionale e accademico che lo ha portato a confrontarsi con organizzazioni complesse, processi decisionali, responsabilità e sistemi di prevenzione e controllo.
È da questa prospettiva che Lombardi guarda a Milano: non con l’intenzione di proporre formule semplici, ma cercando di individuare un metodo per affrontare questioni che, per loro natura, richiedono equilibrio, competenza e capacità di ascolto.
Intervista a Stefano Lombardi

Professor Lombardi, partiamo da una fotografia della città. Milano oggi sta meglio o peggio di qualche anno fa?
«Vedo una grande città, internazionale, dinamica, culturalmente ricca e con una capacità di attrazione che rimane molto forte. Sarebbe sbagliato non riconoscere ciò che Milano ha saputo costruire. Allo stesso tempo ci sono questioni che meritano risposte serie: la sicurezza, il costo dell’abitare, la mobilità, la qualità di alcune aree urbane, le fragilità sociali, le difficoltà che incontrano molti giovani e molte famiglie. Eviterei però letture estreme. Milano non è né una città senza problemi né una città da descrivere soltanto attraverso le sue criticità. Bisogna partire dalla realtà».
Qual è, allora, l’errore che chi governerà Milano non dovrebbe commettere?
«Ascoltare e poi decidere. Ascoltare significa comprendere esigenze che possono essere molto diverse tra loro: quelle di chi vive in centro e di chi abita nei quartieri più esterni, dei commercianti, degli studenti, delle imprese, dei lavoratori, di chi utilizza il trasporto pubblico e di chi ha necessità diverse. Naturalmente non si può dare ragione a tutti. Amministrare significa scegliere. Ma è importante conoscere le conseguenze delle proprie decisioni prima di assumerle».
Lei torna spesso sulla parola “equilibrio”. Ma non rischia di diventare una formula buona per non scontentare nessuno?
«Non intendo equidistanza e neppure indecisione. L’equilibrio consiste nel valutare interessi differenti, studiare i problemi, verificare i dati e poi assumersi la responsabilità di una scelta. Una decisione può essere anche molto netta. Ciò che conta è che sia motivata dall’interesse generale e non da una lettura pregiudiziale del problema».
Ecco, l’interesse generale. Tutti lo invocano. Come si evita che resti soltanto una formula?
«È proprio per questo che diffido delle soluzioni troppo semplici. Credo però che alcune domande possano aiutare: una scelta produce un beneficio reale per la comunità? È sostenibile? È trasparente? Tiene conto delle conseguenze nel medio periodo? Le risorse pubbliche sono impiegate correttamente? Per me l’interesse pubblico è soprattutto questo: un criterio con cui valutare le decisioni».
Responsabilità e istituzioni
Lei ha passato molti anni dentro i meccanismi di controllo di grandi organizzazioni. Che cosa può imparare un Comune da quel mondo, senza trasformarsi in un’azienda?
«Un’impresa e un Comune hanno natura e finalità diverse e non avrebbe senso sovrapporli. Esistono però alcuni principi che considero validi per qualunque organizzazione complessa: responsabilità ben definite, processi decisionali chiari, controlli effettivi e capacità di prevenire i problemi prima che diventino emergenze. Aggiungerei un altro elemento: chi assume una decisione deve essere disposto a risponderne».
E in tanti anni di vigilanza, qual è la lezione che le è rimasta di più?
«L’importanza dell’indipendenza di giudizio. Chi svolge una funzione di controllo deve valutare i fatti per ciò che sono, mantenendo autonomia di giudizio. È un esercizio che abitua anche a evitare conclusioni affrettate. I problemi complessi raramente hanno risposte semplici».
Sicurezza
Veniamo alla sicurezza. È forse il tema sul quale Milano si divide di più. Il problema è reale o viene amplificato dal dibattito politico?
«Credo che si debba partire da un principio semplice: sentirsi sicuri nella propria città è un diritto. Il tema non dovrebbe essere utilizzato per alimentare paure, ma neppure minimizzato. Chi prende la metropolitana, torna a casa la sera, accompagna un figlio a scuola, apre un negozio o frequenta uno spazio pubblico deve poterlo fare con tranquillità».
Più forze dell’ordine e più controlli bastano?
«Il controllo del territorio è importante, ma non è l’unico elemento. Servono presenza delle istituzioni, buona illuminazione, manutenzione, attenzione al degrado, coordinamento tra i diversi soggetti competenti e politiche di prevenzione. Sicurezza e attenzione sociale non sono alternative. Una città ben amministrata dovrebbe occuparsi di entrambe».
Casa: una questione sociale, ma anche economica
La casa rischia di diventare il vero punto debole del modello Milano?
«È un problema molto serio. Se giovani, famiglie, studenti, insegnanti, lavoratori e professionisti nelle prime fasi della loro attività trovano sempre più difficile vivere a Milano, la questione non riguarda soltanto il disagio sociale. Alla lunga riguarda anche la capacità della città di conservare il proprio dinamismo».
Ma su questo terreno il Comune, da solo, quanto può davvero incidere?
«Non esiste una soluzione unica. Bisogna utilizzare meglio il patrimonio disponibile, sostenere l’affitto accessibile, aumentare l’offerta, affrontare il tema degli studentati e valutare forme di collaborazione tra pubblico e privato. In queste collaborazioni, tuttavia, deve essere sempre chiaro quale beneficio riceva la collettività».
Sviluppo urbano
Milano è cresciuta molto anche grazie agli investimenti immobiliari. Oggi però una parte della città teme che lo sviluppo abbia corso più veloce dell’interesse pubblico. È una critica fondata?
«Gli investimenti sono importanti e sarebbe sbagliato considerarli negativamente in quanto tali. Il punto è governare le trasformazioni in modo che producano anche qualità urbana, servizi, infrastrutture, verde, spazi pubblici e, dove possibile, una maggiore disponibilità abitativa. Lo sviluppo è necessario. Ma deve essere governato».
Quindi il problema non è il privato, ma la forza con cui il pubblico riesce a negoziare?
«Vedo la necessità di regole chiare e di un’amministrazione capace di rappresentare efficacemente l’interesse della città. Il rapporto tra pubblico e privato può produrre risultati importanti quando responsabilità, obiettivi e benefici collettivi sono ben definiti».
Mobilità
Area B, Area C, piste ciclabili: Milano sembra essersi divisa persino sul modo di muoversi. Dove si è sbagliato?
«Preferirei partire dagli obiettivi piuttosto che dalle appartenenze. Ridurre l’inquinamento, migliorare il trasporto pubblico e rendere più efficiente la mobilità sono obiettivi condivisibili. Gli strumenti utilizzati per raggiungerli devono però essere sottoposti periodicamente a verifica».
Se i risultati non fossero quelli attesi, avrebbe senso tornare indietro?
«Verificare non significa necessariamente cancellare. Significa chiedersi se uno strumento abbia raggiunto gli obiettivi previsti, quali effetti abbia prodotto e se siano necessari correttivi. Credo che modificare una politica sulla base dell’esperienza non sia un segno di debolezza. È normale amministrazione».
Cultura e identità
Milano è ormai una capitale internazionale di eventi, moda, design. Ma la cultura di una città può essere ridotta alla sua capacità di attrazione?
«No. La cultura contribuisce all’identità di una comunità, alla formazione delle persone e alla qualità della vita. Milano possiede istituzioni culturali di assoluto rilievo, ma anche una rete molto più diffusa fatta di biblioteche, teatri, associazioni, archivi, università, luoghi della memoria e realtà presenti nei quartieri. Credo che occorra valorizzare entrambe le dimensioni».
E come si misura il successo di un grande evento? Dai visitatori o da ciò che lascia alla città?
«È una risorsa quando, oltre al successo immediato, produce un’eredità per la città: infrastrutture, competenze, spazi recuperati, opportunità e reputazione internazionale. Anche in questo caso bisogna guardare al risultato nel tempo».
Quartieri e periferie
Di periferie si parla da decenni. Perché continuano a sembrare sempre un problema da risolvere?
«Io eviterei di considerare le periferie come un unico problema. I quartieri sono diversi tra loro e ciascuno ha caratteristiche proprie. Esiste però un principio che dovrebbe valere ovunque: la qualità dei servizi e dello spazio pubblico non può dipendere dalla zona nella quale una persona vive».
Forse la politica si concentra troppo sulle grandi trasformazioni e troppo poco sulla città quotidiana?
«Servono anche quelle, quando necessarie. Ma non sottovaluterei la normale amministrazione. Pulizia, illuminazione, manutenzione dei marciapiedi, trasporto pubblico, servizi di prossimità, biblioteche, luoghi di aggregazione: la qualità quotidiana della città dipende molto da queste cose».
Sobrietà
Lei usa una parola oggi piuttosto rara nella politica: sobrietà. Che cosa significa concretamente per chi amministra?
«La considero importante. Sobrietà nel linguaggio, nei comportamenti e nell’utilizzo delle risorse. Chi ricopre una funzione pubblica dovrebbe ricordare che l’istituzione viene prima della persona che temporaneamente la rappresenta. Non significa rinunciare alla comunicazione o alla leadership. Significa conservare il senso della misura».
Il prossimo Sindaco di Milano
Nel 2021 lei era finito nella rosa dei candidati a Sindaco, oggi potrebbe essere ancora così?
«Sono passati cinque anni, gli equilibri sono sempre in evoluzione. Non vorrei che la mia sembrasse una delle decine di autocandidature, perché non ho nessuna intenzione di avviare questo percorso».
Se domani il prossimo sindaco di Milano le telefonasse e le chiedesse tre consigli, che cosa gli direbbe?
«Ascoltare con attenzione. Decidere assumendosi la responsabilità delle proprie scelte.E circondarsi di persone competenti, indipendenti e capaci anche di esprimere opinioni diverse».
Perché insiste tanto sulla qualità della squadra?
«Perché nessuna persona può possedere tutte le competenze necessarie per governare una realtà come Milano. Saper scegliere collaboratori preparati e lasciarli lavorare è una parte essenziale della responsabilità di chi guida un’organizzazione complessa».
Le chiedo una sintesi estrema: tre parole per la Milano dei prossimi anni.
«Interesse pubblico. Equilibrio. Misura».
È su queste tre parole che si chiude la conversazione. Nessuna ricetta definitiva, ma un metodo: studiare prima di decidere, ascoltare interessi differenti, verificare gli effetti delle politiche, affidarsi alle competenze e assumersi la responsabilità delle scelte. Con una priorità che Lombardi riassume in poche parole: «L’interesse pubblico deve venire prima di tutto».
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