Non si fa credito

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Il 4 aprile, un articolo del Financial Times ha riportato la notizia della richiesta, fatta dalla Banca Centrale Cinese ai 24 principali istituti nazionali, di limitare l’offerta di credito, dal momento che “la cre­scita impetuosa di prestiti o mutui potrebbe favorire la formazione di bolle”. In particolare, sarebbe richiesto alle banche di mantenere un livello di crescita del credito “stabile e ragionevole” e un ammontare totale dei nuovi prestiti vicino al livello del 2020. Quest’ulti­ma richiesta si tradurrebbe in una crescita del credito, per l’anno in corso, di circa il 10%, significativamente inferiore a quanto osservabile dai dati ufficiali dei primi due mesi dell’anno (+16%). Una frenata, per quanto non eccessiva, è dunque attesa, allo scopo di limitare l’esuberanza di un mercato immobiliare in notevole progresso (+130% di compravendite a gen­naio/febbraio) e un indebitamento totale del Paese (pubblico+privato) arrivato al 266% del PIL nazionale.

La notizia non è da sottovalutare. Da anni è evidente il legame fra il cosiddetto “Credit Impulse” cinese, ovvero l’impulso dato dal credito alla crescita del PIL nazionale, e il ciclo globale. Le fasi di forte o debole accumulazione di credito in Cina si riverberano, qualche mese più tardi e a parità di altre condizioni, sugli indicatori economici del resto del mondo. Il passo indietro delle Autorità cinesi, in antitesi con il terzo pacchetto fiscale in preparazione negli Stati Uniti nell’arco di pochi mesi, può peraltro costituire un passaggio di testimone ideale fra le due potenze, per quanto attiene al traino dell’espansione globale.

Dal punto di vista degli investitori, il tema azionario cinese, ampiamente dibattuto nei mesi scorsi, rimane a nostro avviso strutturale, dato il ruolo del Paese e la sua spinta propulsiva, particolarmente evidente nei settori ad alta innovazione. È vero quindi che rischi e volatilità potrebbero aumentare, in uno scenario meno accomodante; d’altro canto gli indici sono re­duci da un movimento di ritracciamento, intervenuto fra febbraio e marzo, nell’ordine del 15-20% (Shang­hai e Shenzen), che ha corretto alcuni degli eccessi precedenti. Allo stato attuale il rapporto prezzo/utili dell’indice CSI300 è di 14,5, ancora superiore alla media storica degli ultimi 15 anni, ma con una cre­scita attesa degli utili confortante per l’anno in corso (quasi il 30%) e per il prossimo (+6%).

Assumendo una prospettiva di più lungo respiro, una politica cinese meno accomodante potrebbe avere effetti sulla crescita dei prezzi delle materie prime, limitando l’esportazione di inflazione verso il resto del mondo. Questo aspetto sarà da tenere nel dovuto conto perché costituirà un vento contrario per i celebri “reflationary trade”, che negli ultimi mesi hanno favorito, in funzione di una crescita dei prezzi attesa più vigorosa, lo stile d’investimento value rispetto al growth, i settori dell’energia, dei materiali e finanziario, i metalli industriali e il petrolio. Confermia­mo quindi ancora una volta la necessità di mantenere un posizionamento in portafoglio equilibrato fra i due stili d’investimento e di non inseguire, in questa fase delicata, movimenti di breve termine.

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