Prestito d’onore studenti 2026: cosa cambia davvero e perché divide il dibattito. Ma conviene?

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La riforma del prestito d’onore per studenti, entrata in vigore dal 2026 con il decreto interministeriale del 17 novembre 2025 (pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 24 gennaio), introduce un riassetto profondo del Fondo per il credito ai giovani, con l’obiettivo di facilitare l’accesso agli studi universitari e post-universitari per studenti meritevoli, senza garanzie familiari.

Il prestito resta un finanziamento da restituire, non un contributo a fondo perduto, ma presenta condizioni più strutturate e centralizzate rispetto al passato.

I punti chiave della riforma

Il nuovo sistema prevede

  • procedura nazionale unica, con verifica preliminare affidata a CONSAP;
  • accesso non più diretto tramite banca, ma subordinato all’esito positivo della verifica dei requisiti;
  • garanzia statale fino al 70% dell’importo;
  • importi massimi aumentati:
    • fino a 50.000 euro per studi in Italia
    • fino a 70.000 euro per studi all’estero riconosciuti dal MUR;
  • erogazione a tranche annuali (max 15.000 euro l’anno), vincolate al rispetto di requisiti di merito;
  • rimborso tra 3 e 15 anni, con avvio non prima di 30 mesi dall’ultima tranche.

I requisiti includono

  • età tra 18 e 40 anni;
  • iscrizione regolare a percorsi universitari, AFAM, ITS, master, dottorati o corsi di lingua qualificati;
  • voto minimo di accesso (75/100 per diploma, 100/110 per laurea);
  • regolarità nel pagamento delle tasse.

In caso di mancato rimborso, la banca escute la garanzia statale, ma il debito non viene cancellato: lo Stato subentra e il recupero avviene tramite Agenzia delle Entrate-Riscossione.

Come leggono la riforma i quotidiani italiani

Opportunità, ma non senza rischi

Secondo Il Sole 24 Ore, la riforma introduce finalmente certezza procedurale e trasparenza, superando la frammentazione precedente. Tuttavia, il quotidiano economico sottolinea un punto critico: il prestito d’onore resta un debito significativo in un mercato del lavoro caratterizzato da ingressi tardivi, salari bassi e precarietà, soprattutto per i giovani laureati. Il rischio, osserva il Sole, è quello di anticipare il debito senza anticipare il reddito.

Il nodo sociale e generazionale

Più critica la lettura di La Repubblica, che inserisce la misura nel quadro più ampio del diritto allo studio. Il quotidiano evidenzia come il prestito d’onore rischi di diventare una sostituzione indiretta delle borse di studio, spostando il peso del finanziamento della formazione dalle politiche pubbliche agli individui.

In particolare, Repubblica richiama l’attenzione sul fatto che il criterio del merito, pur comprensibile, può penalizzare studenti provenienti da contesti socio-economici più fragili.

Il confronto con l’estero

Corriere della Sera propone un confronto con i modelli anglosassoni, in particolare Stati Uniti e Regno Unito. Il giudizio è ambivalente: da un lato, il prestito d’onore è visto come uno strumento necessario in un sistema che vuole ampliare l’accesso all’istruzione; dall’altro, viene ricordato come l’indebitamento studentesco all’estero abbia prodotto effetti distorsivi di lungo periodo, incidendo su consumi, natalità e mobilità sociale.

Una misura da accompagnare

Secondo La Stampa, il successo del prestito d’onore dipenderà soprattutto dalle politiche di accompagnamento: orientamento al lavoro, tempi di inserimento occupazionale, qualità dei contratti post-laurea. Senza questi elementi, il rischio è quello di trasformare lo strumento in una leva finanziaria utile allo Stato, ma onerosa per i giovani.

Una riforma più ordinata, ma che sposta la responsabilità

Nel complesso, la stampa italiana converge su una valutazione equilibrata: la riforma 2026 rende il prestito d’onore più chiaro, uniforme e controllabile, ma non risolve il nodo strutturale del rapporto tra formazione, lavoro e redditi.

Il prestito può rappresentare un’opportunità concreta, soprattutto per percorsi specialistici o internazionali, ma richiede una valutazione consapevole. Come sottolineano più testate, la vera sostenibilità della misura non si gioca sulla procedura, bensì sulle prospettive occupazionali che attendono gli studenti una volta conclusi gli studi.

Il costo effettivo per chi beneficia del prestito dipende da vari fattori, tra cui durata del rimborso (tra 3 e 15 anni), tasso di interesse applicato dalla banca, che non è fisso né definito dallo Stato e resta oggetto di negoziazione tra banca e studente sulla base del profilo creditizio. Poiché il tasso non è prefissato dalla legge, e può variare significativamente da banca a banca e nel tempo, non esiste un’unica “cifra standard”. Inoltre, la garanzia statale (che copre fino al 70% dell’importo insoluto) non azzera il costo degli interessi, ma semplicemente ne riduce il rischio per l’istituto di credito.

Ad esempio, un prestito di 70.000 euro su 15 anni può comportare, in media, costi complessivi di 10–15% dell’importo erogato, se non di più, a seconda dell’andamento dei tassi. La stima dipende quindi in modo sensibile dal profilo creditizio dello studente, dalla durata scelta e dal costo del denaro nel momento dell’erogazione.

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Paolo Brambilla - Direttore Responsabile - Lamiafinanza.it Avatar

Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.
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