E.ON e Politecnico di Milano insieme per sviluppare e discutere il Social Cost of Carbon
Relazione dettagliata dell’evento — a cura di Annachiara De Rubeis —

Il Professor Chiaroni presenta l’incontro, introducendo la rilevanza sul valore sociale che è stato misurato, associato al tema della CO2 ma ha una portata più impia: le imprese, le loro ricadute economiche, ambientali, ma anche l’impatto sociale. Presenta un collega del Politecnico di Milano: Mario Calderini, esperto del tema dell’impatto sociale delle imprese. Luca Ponti, perché ha pensato a questo tipo di soluzione o ha cominciato a ragionare sulla misura dell’impatto sociale associato alle emissioni, e come inquadra questo aspetto più complessivamente alla sua strategia o scelta di posizionamento nell’impresa.

Crisi della sostenibilità: la sostenibilità integrata
Mario Calderini afferma: “Si diceva quanto è importante fare questa scelta, e perché chi ha fatto questa scelta ha deciso di fare questa scelta, io lo lascerò dire a chi l’ha fatta, non me ne attribuisco il merito, ma voglio dire quanto è importante che questa scelta sia stata fatta e sia stata fatta precocemente, perché questo in qualche modo si inserisce in un momento molto particolare della traiettoria dell’evoluzione della sostenibilità, che è il grande cappello sotto cui noi teniamo questo ragionamento. Siamo a valle di una crisi abbastanza profonda, di identità della sostenibilità, perché noi attorno alla fine del 2024, qualcuno dice in relazione alle elezioni americane, magari c’entra anche, ma non collasserei tutto su questo, c’è stata un’inversione dello spirito dei tempi violentissima. Noi siamo passati da un momento in cui c’era oggettivamente un hype e una sovrattenzione alla sostenibilità, un racconto che era anche sproporzionato a quello che si stava facendo veramente, quindi anche forse un po’ di sovra regolamentazione da parte della Commissione europea, quasi rapidamente, ad un momento in cui c’è stata forse una reazione anticorpale, per cui si è messa molto in discussione la rilevanza degli investimenti sulla sostenibilità.”
L’esito di questa crisi sembra dunque rasserenante, perché la crisi ha fatto pulizia tra chi faceva sostenibilità e si occupava di impatto ambientale e sociale per ragioni segnaletiche e narrative, comunicative, di posizionamento, e chi lo faceva seriamente, oggi, in quel momento aveva un problema di segnalazione, perché in quel momento era molto difficile distinguere il segnale che lo si stava facendo seriamente, come valore in cui si credeva, perché si era in mezzo a questo “opportunismo collettivo”. Oggi quello che è successo è che si è fatta pulizia e chi ha fatto pulizia lo sta facendo realmente e… perché chi continua a farlo ne fa sempre di più? Il tema è straordinariamente attuale oltre a questa crisi di reputazione che i temi della sostenibilità hanno avuto. Per varie ragioni. Una è che:
-sono stati fatti dei costi molto importanti sulle strutture, nell’innovazione, in sistemi di reportistica, che le imprese continuano a portare avanti :
-sia a livello politico che di mercato c’è stata una sovraccentuazione del livello green, della transizione sostenibile rispetto a quella sociale.
Il livello politico
Per livello politico intendiamo la Commissione europea, ma anche nella narrativa usata dalle imprese. Abbiamo avuto una fase in cui è collassata l’identità verde, dimenticandosi il dividendo sociale che era la componente essenziale che era fondamentale per costruire il consenso dei cittadini europei e delle persone che ad un certo punto hanno iniziato a dubitare che il dividendo fosse distribuito equamente: i lavoratori dell’automobile ad esempio, e che quindi hanno iniziato a far scricchiolare la forma di consenso che c’era sulla sostenibilità.
-l’altra ragione è che ad un certo punto c’è stata una presa di coscienza, che mentre moltissimi si erano illusi che fare sostenibilità così a basso costo avrebbe portato a casa dei vantaggi, sarebbe stato una fonte di compenso competitivo, poi ad un certo punto ci siamo resi conto che era diventata una commodity, che tutti lo facevano e che farlo tanto per farlo era perfettamente inutile e quindi c’è stata anche una base di
Cosa abbiamo imparato da questa crisi adesso?
La sostenibilità come valore strategico per l’impresa passa attraverso due grandi scelte, ovvero:
1) Una visione della sostenibilità integrata: dimensione verde e dimensione sociale sono inscindibili
2)la sostenibilità va praticata con un po’ di radicalità: facendo delle scelte anche coraggiose, “che mettono un po’ a rischio (non sacrificano) la verità” come sostiene Mario Calderini, “ma chi la mette a rischio consapevolmente, la mette a rischio perché sa che con le risorse e l’innovazione che ha, riuscirà a gestire questo rischio e a creare valore attraverso un’interpretazione radicale della società. Dicono una frase ricorrente delle scuole di management in questo periodo che la sostenibilità integrata sociale e ambientale è il nuovo “blue ocean”, cioè il nuovo modo di creare valore oltre la bieca condizione di prezzo, quindi creare valore, creando nuovi mercati.”
“Allora quando noi siamo stati un po’ sfidati a costruire questo strumento di misurazione che integrava due grandi dimensioni: la CO2, l’asse principe della dimensione ambientale, e ragionando sul suo valore sociale io sono stato particolarmente contento perché mi è sembrato di intravedere che eravamo esattamente in questa direzione di integrazione e radicalità”. Conclude Mario Calderini: “Dentro questo sappiate che quello che sta succedendo, questo ingresso della dimensione sociale nella strategia aziendale sta avvenendo e sta avvenendo in maniera prepotente, con una serie di problemi molto seri.”
Perché l’impatto sociale è difficile, perché i nessi sociali sono complicati, quelli relazionali sono difficili, quindi è molto difficile. Noi abbiamo una tradizione culturale straordinaria ma anche è un po’ autolimitante, perché ci portiamo dietro la tradizione Olivettiana, che è una bella tradizione sociale, ma è una tradizione che regge all’impatto all’interno del perimetro dell’azienda. Regge l’impatto sociale reggendo il benessere dei dipendenti, delle famiglie dei dipendenti, ma di una comunità stretta. Che è una meravigliosa.
Ma oggi il problema è: l’impatto sociale che tu generi con i tuoi prodotti, servizi sul mercato, anche in maniera molto remota rispetto al perimetro aziendale. E questo è tutto un altro problema. Ma vale la pena affrontarlo perché è abbastanza evidente una cosa: oggi far finta che l’impatto sociale non esista è un errore enorme.
La creazione del mercato dei talenti, è un fattore estremamente importante, uscire da questo perimetro, raccontare dall’esterno, la consapevolezza dell’impatto che si ha oltre il proprio perimetro diventa fondamentale.
Affordability, Security e Sostenibilità
Luca Conti di E.ON: Molti temi sono stati anticipati. Qual è per noi il concetto fondamentale? Il concetto fondamentale ruota attorno all’idea di sistema, integrazione, condivisione di sfide, obiettivi, valori sottostanti, perché questo è il capitolo fondamentale di una ennesima situazione di mercati energetici che pone delle sfide importanti: pone delle sfide importanti per l’Europa, pone delle sfide importanti per i Paesi che hanno i prezzi più alti per l’energia e l’Italia è tra questi. Cosa chiedono fondamentalmente le persone, le aziende, le comunità? Sicuramente hanno un obiettivo imminente di breve termine, e questo o biettivo è quello di potersi permettere di accedere all’energia in maniera conveniente e semplice. E perché solo conveniente e semplice? C’è un elemento che è sempre più importante che è affordability. Se volessimo tradurla sarebbe “abbordabilità”. Vuol dire quanto è difficile per le famigllie potersi permettere di pagare le bollette all’interno del bilancio famigliare. Quanto incide la spesa dell’energia all’interno del funzionamento delle imprese, soprattutto quelle produttive che l’Italia ha, la seconda manifattura d’Europa, quando devono essere competitive quando propongono prodotti e servizi. A questo punto si è creata una dicotomia tra l’affordability e la sostenibilità. Non è così dal nostro punto divista e vado ad elaborare il concetto.
Il decreto bollette
Noi vediamo quando ci sono i prezzi dell’energia che sono particolarmente alti, vengono effettuati degli interventi, ultimo ma non sarà l’ultimo: il recente decreto bollette. È giusto o no fare un decreto bollette? È giusto è logico, ha assoluto senso. Come ha senso prendere una medicina che abbassa la temperatura quando si ha una febbre a 39. È qualcosa di doveroso, Però è vero che se ci si ammala regolarmente, forse è anche vero che c’è qualcosa che generi questo malessere. Quindi si deve lavorare per ragionare di sistema ed investire su quello che permette di avere questa affordability non attraverso un meccanismo artificiale, cioè facendo delle manovre per abbattere il costo socializzando lo stesso, ma andando a lavorare anche in maniera strutturale perché ciò non avvenga regolarmente.
Quindi investimenti in rinnovabili, penso al foto voltaico o i sistemi di accumulo. Un paese come l’Italia ha carenza di gas all’interno del sistema Paese, il carbone vediamo poi nella prosecuzione di quest’incontro quali costi soprattutto sociali abbia invece; abbiamo molte ore di sole, se sfruttata opportunamente abbiamo la condizione per fare energia in maniera non solo sostenibile ma conveniente. Quindi la mia domanda senza risposta è: è normale che nel 2025 si siano installati meno gigawatt di rinnovabili rispetto al 2024? È normale che il foto voltaico residenziale abbia avuto un -30% anno su anno delle installazioni? La mia risposta è no. E quindi lavorare sui pilastri: clienti, siano essi cittadini, pubbliche amministrazioni, aziende private, cercano nell’ordine risparmio, indipendenza e sostenibilità. Quindi rispondere a queste esigenze. Non c’è dicotomia tra affordabiility e sostenibilità. Ma oltre a questo, capire qual è l’impatto sociale delle nostre scelte oggi, domani e dopodomani; noi crediamo in un meccanismo per cui si debba rispondere in maniera compiuta al trilemma energetico che prevede l’affordability, la security quindi la sicurezza delle forniture sia in termine tecnico, sia in termine di avremmo sempre l’energia, e la sostenibilità, trovando il più corretto punto di equilibrio e gestendola.
Gestire la transizione
Come? Gestendola come una transizione, transizione significa che affidarsi completamente soltanto ad alcune fonti di energia non è soltanto la risposta corretta, perché le rinnovabili che sono il pilastro da sviluppare, da portare avanti, non possono essere totalmente la soluzione. Sappiamo ogni anno più o meno quanto sole e quanto vento ci saranno, ma quale sarà esattamente il livello di irraggiamento che avremo il 6 di maggio alle 6 di sera, ad esempio? Non lo si sa. L’idroelettrico ha anni in cui è un ottimo contributore al nostro mix energetico italiano, abbiamo anni invece in cui non è tale. Quindi bisogna bilanciare bene le fonti, in una logica di una transizione energetica che non dev’essere vissuta in maniera dogmatica. La transizione energetica, per troppo tempo, e mi ri-associo alle parole del professor calderini: ha avuto un aspetto dogmatico e quando le cose diventano dogmatiche, quando diventano l’unica soluzione, poi diventano anche invise a qualcuno. E diventano anche qualcosa che non prende nell’impatto per la società nel suo complesso, non è sbagliato in quanto tale dare incentivi per sviluppare l’efficienza energetica; ma se sono eccessivi e ne beneficiano solo in pochi, rischia di diventare qualcosa di elitario. E questo è quello che è successo a quel meccanismo del superbonus, che è stato a beneficio di pochi. Diverso è invece una maggiorata sui meccanismi di cessione del credito per agevolare quello che è un investimento privato, in un Paese come l’Italia in cui lo spazio per l’investimento privato per case, aziende, ce n’è. Abbiamo una rete di eccellenza e un abilitante digitale molto molto importante gli smart meter in Italia sono molti di più che tutti gli altri Paesi europei, quindi una transizione energetica abilitata digitalmente in grado di creare dei meccanismi di flessibilità che possono accompagnare l’elettrificazione dei consumi, perché la flessibilità permetterà di avere e consumare energia dove e come conviene, con case, aziende, pubbliche amministrazioni, mobilità, sempre più a vettore elettrico e poi la ricaduta sociale, quindi investire.
E.on ha come obiettivo quello di dimostrare, l’esercizio che hanno fatto con il Politecnico di Milano e con il patrocinio di AHK, la Camera di Commercio Italo-Germanica, che avere il carbone ha un impatto ha un costo, domani, dopodomani, ed è quello che conta come interesse generale; “noi crediamo che debba essere misurato scientificamente, conosciuto, per rendersi conto che certe volte ci sono anche delle esternalità negative, dei costi sommersi che è compito insieme, azienda-accademia di far analizzare, emergere e poi lavorare per contrastare. Questo è l’obiettivo di E.on, come operatore che pone la responsabilità sociale al primo posto”.
La tavola rotonda
Valentina Langella presidente di Social Value Italia afferma: “Social Value Italia è il network italiano che si occupa di promuovere la cultura del valore sociale, quindi le azioni la progettualità che riguardano la misurazione degli effetti sociali generati dalle azioni da ormai da più di 10 anni, (l’anno scorso abbiamo festeggiato il decennale), abbiamo raggruppato una serie di progetti tra organizzazioni profit, non profit, ma anche enti pubblici ed enti finanziari cercando di convogliare le forze all’interno di questo tema. Noi in Italia lo facciamo cercando di coinvolgere diversi stakeholder proponendogli attività concrete: ci occupiamo di attivare tavoli di lavoro, momenti come questi di confronto e anche di formazione”.
Marco Grassi che è social value e decarbonization manager di E.on Italia afferma: “Entriamo nel merito sul percorso svolto per vedere come abbiamo sviluppato questo, il modello di social cost of carbon. Allora, siamo partiti da una domanda: quanto vale una portata di CO2? Questa domanda apparentemente semplice in realtà non lo è: perché è un quesito al mio modo di vedere utile per contenere il rischio che la CO2 possa essere considerata come la commodity, entità indifferente, quasi la cifra dell’autoreferenzialità per le organizzazioni. e quindi ci siamo messi ad investigare il tema della metricasocial cost of carbon. Il social cost of carbon è il costo del danno dell’emissione di una tonnellata di CO2, è un costo, ma appellandoci alla disciplina della valutazione di impatto è un beneficio nel momento in cui noi andiamo a decarbonizzare, ad evitare le emissioni di CO2”.
Irene Bengo, Professoresssa al Politecnico di Milano afferma: “Cercare di definire il costo più corretto per una tonnellata di CO2, con una sfida alla base cioè tradurre una dimensione ambientale in una dimensione sociale, attraverso un processo di monetizzazione. Che è uno dei temi chiave che si occupa di monetizzazione e di impatto, faccio in modo di monetizzare in modo che posso sommare oggetti differenti. Il social cost of carbon è una proxy, una cosa che può essere trasformata in moneta. Ma non è solo un esercizio di definizione di una formula o di un indicatore tecnico, cioè in realtà quando abbiamo iniziato è qualcosa di diverso perché avendo quel range molto differente in realtà c’è dietro una scelta intenzionale e cosciente, stiamo decidendo come scegliere di attribuire un impatto, un valore quello che generiamo, ai territori, al futuro. Questo è importante”.






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