Pensioni, il governo prepara la mini-riforma. Dal 2027 si innalza l’età pensionabile. Che cosa cambia

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L’età pensionabile torna al centro del dibattito politico. Il governo è al lavoro su una mini-riforma del sistema previdenziale che punta a mantenere alcuni strumenti di flessibilità in uscita, ma allo stesso tempo recepire gli adeguamenti automatici legati all’aspettativa di vita introdotti dalla riforma Fornero.

Il risultato è un sistema a doppio binario: da un lato la proroga di strumenti come l’isopensione, dall’altro un progressivo aumento dei requisiti anagrafici e contributivi. Una prospettiva che potrebbe rendere sempre più difficile l’accesso alla pensione, soprattutto per i lavoratori più giovani. Dal 2027, infatti, per molti arrivare a 71 anni potrebbe non essere più sufficiente per lasciare il lavoro.

Isopensione verso la proroga fino al 2029

Tra le misure allo studio c’è la conferma dell’isopensione con l’attuale meccanismo che consente fino a sette anni di anticipo rispetto alla pensione ordinaria. Lo strumento, introdotto con la legge Fornero, permette alle aziende con più di 15 dipendenti di accompagnare i lavoratori all’uscita attraverso accordi sindacali, sostenendo interamente i costi dell’assegno e dei contributi.

Senza interventi, dal 2027 l’anticipo massimo tornerebbe a quattro anni. Per questo l’esecutivo, come confermato dalla ministra del Lavoro Marina Calderone, punta a una proroga fino al 2029, probabilmente tramite un emendamento al decreto Primo Maggio. L’obiettivo è garantire continuità a uno degli strumenti più utilizzati per la gestione degli esuberi e il ricambio generazionale.

Aspettativa di vita: requisiti in aumento

Il nodo principale resta l’adeguamento automatico all’aspettativa di vita. A partire dal 2027 scatteranno incrementi graduali: un mese in più nel 2027, due mesi nel 2028 e altri due nel 2029. Complessivamente, cinque mesi in tre anni.

Per la pensione di vecchiaia si passerà così a 67 anni e un mese nel 2027, 67 anni e tre mesi nel 2028 e 67 anni e cinque mesi nel 2029. Anche la pensione anticipata seguirà lo stesso andamento: per gli uomini saranno necessari oltre 43 anni di contributi, mentre per le donne si supereranno i 42 anni.

Contributivi puri: soglia oltre i 71 anni

Le conseguenze più rilevanti riguarderanno i lavoratori “contributivi puri”, cioè coloro che hanno iniziato a versare contributi dal 1996. Attualmente possono andare in pensione a 67 anni con almeno 20 anni di contributi e un assegno minimo, oppure a 71 anni con almeno cinque anni di versamenti.

Dal 2027 anche questa soglia si alzerà: 71 anni e un mese, poi 71 anni e tre mesi nel 2028 e 71 anni e cinque mesi nel 2029. Un cambiamento che rischia di penalizzare soprattutto chi ha carriere discontinue o redditi bassi.

Ipotesi nuova uscita per il sistema misto

Il governo valuta inoltre una novità per i lavoratori del sistema misto, cioè con contributi versati anche prima del 1996. L’ipotesi è estendere anche a loro la possibilità di pensionamento a 71 anni con almeno cinque anni di contributi, rinunciando però alla quota retributiva.

Una misura pensata come rete di sicurezza per chi, pur avendo lavorato, rischia di restare senza pensione per mancanza dei requisiti minimi.

Il nodo dei lavoratori più fragili

Dietro la riforma emerge una criticità strutturale: l’innalzamento dell’età pensionabile si scontra con un mercato del lavoro segnato da precarietà e carriere frammentate. Per molti lavoratori, infatti, non basta raggiungere l’età richiesta: è necessario anche maturare un assegno minimo.

Per esempio, per la pensione anticipata contributiva a 64 anni servirà un trattamento pari ad almeno tre volte l’assegno sociale, soglia destinata a crescere. Il rischio, evidenziato anche dai sindacati, è che sempre più persone siano costrette a lavorare più a lungo senza garanzie su una pensione adeguata.

Esclusi gli addetti ai lavori gravosi

Non tutti, però, saranno coinvolti dagli aumenti. Restano esclusi almeno per il biennio 2027-2028 i lavoratori impegnati in attività gravose o usuranti, per i quali continueranno a valere gli attuali requisiti senza adeguamenti legati all’aspettativa di vita.

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