Pensioni, l’età per lasciare il lavoro torna a salire? Perché si parla di 5 mesi in più e cosa cambia dal 2027
Dopo anni di “congelamento”, riparte il meccanismo automatico legato all’aspettativa di vita. L’aumento sarà graduale, ma potrebbe allungare i tempi di uscita dal lavoro e complicare prepensionamenti e piani aziendali
Il tema pensioni torna al centro del dibattito economico e sociale italiano dopo la conferma del nuovo adeguamento automatico dei requisiti pensionistici all’aspettativa di vita. In pratica, dal 2027 l’età per andare in pensione inizierà nuovamente a salire, con un meccanismo che potrebbe portare fino a cinque mesi aggiuntivi di permanenza al lavoro in alcuni casi specifici.

La questione nasce dall’applicazione del sistema introdotto con la riforma Fornero, che collega automaticamente i requisiti pensionistici all’aumento della speranza di vita rilevato dall’ISTAT. Dopo diversi anni di blocco o sterilizzazione parziale degli aumenti, il meccanismo torna ora progressivamente operativo.
Secondo la circolare INPS del marzo 2026, nel 2027 scatterà un primo incremento di un mese dei requisiti pensionistici, mentre dal 2028 l’aumento complessivo salirà a tre mesi. Questo significa che la pensione di vecchiaia passerà dagli attuali 67 anni a 67 anni e un mese nel 2027 e a 67 anni e tre mesi nel 2028.
Anche la pensione anticipata verrà ritoccata: per gli uomini serviranno 42 anni e 11 mesi di contributi nel 2027 e 43 anni e un mese nel 2028; per le donne si salirà rispettivamente a 41 anni e 11 mesi e poi a 42 anni e un mese.
Perché si parla di “cinque mesi in più”?
Il punto riguarda soprattutto alcuni strumenti di prepensionamento utilizzati dalle aziende, come isopensione, contratti di espansione e assegni straordinari dei fondi di solidarietà, che dovranno coprire periodi più lunghi rispetto a quanto inizialmente previsto. Secondo il Corriere della Sera, sommando gli incrementi già previsti e quelli stimati per gli anni successivi, il periodo di accompagnamento alla pensione potrebbe allungarsi tra uno e cinque mesi.
Il tema è molto delicato perché coinvolge direttamente sostenibilità del sistema previdenziale, mercato del lavoro e conti pubblici. L’Italia è infatti uno dei Paesi europei con la popolazione più anziana e con una spesa pensionistica tra le più elevate in rapporto al PIL. Secondo diversi economisti, l’adeguamento automatico all’aspettativa di vita rappresenta uno degli strumenti principali per contenere la crescita della spesa previdenziale nei prossimi decenni.
Negli ultimi anni il meccanismo era stato in parte congelato anche per ragioni politiche e sociali. Durante la pandemia, il calo temporaneo della speranza di vita aveva contribuito a bloccare gli incrementi automatici. Ora però il ritorno alla crescita dell’aspettativa di vita riattiva progressivamente il sistema previsto dalla normativa.
Si potrebbe continuare anche oltre il 2028
Secondo le stime della Ragioneria generale dello Stato, gli aumenti potrebbero continuare anche oltre il 2028. Alcuni scenari ipotizzano ulteriori incrementi già dal 2029 e nei bienni successivi.
Restano comunque alcune eccezioni. Secondo quanto riporta il sito enasc.it diverse categorie, tra cui lavoratori usuranti, gravosi e alcuni lavoratori precoci continueranno a beneficiare di regole specifiche o deroghe parziali rispetto agli adeguamenti automatici.
Il dibattito resta fortemente politico. Sindacati e opposizioni chiedono da tempo maggiore flessibilità in uscita e nuovi strumenti per gestire i lavori più pesanti o le carriere discontinue. Dall’altra parte, però, governo e istituzioni economiche continuano a sottolineare la necessità di mantenere sostenibile il sistema previdenziale in un Paese dove l’età media continua ad aumentare.
Ed è proprio qui il nodo centrale: vivere più a lungo è certamente una buona notizia dal punto di vista sanitario e sociale, ma significa anche sostenere pensioni per periodi molto più lunghi rispetto al passato. Il risultato è che il sistema previdenziale italiano si trova sempre più stretto tra sostenibilità finanziaria e pressione sociale.
In pratica, il vero paradosso delle pensioni moderne è questo: l’aumento della longevità, che rappresenta uno dei grandi successi delle società avanzate, finisce inevitabilmente per allungare anche il tempo trascorso al lavoro.






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