Cuba cambia modello: il regime apre ai piccoli imprenditori per salvare un’economia in crisi

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Dopo decenni di ostilità verso l’iniziativa privata, L’Avana punta oggi sulle microimprese per contenere collasso produttivo, carenze alimentari e fuga di giovani. Ma il nuovo pragmatismo economico apre tensioni profonde nel sistema socialista cubano

Per oltre sessant’anni il sistema economico cubano ha considerato l’imprenditoria privata una minaccia ideologica alla rivoluzione. Oggi, però, il governo dell’Avana si trova costretto a fare esattamente ciò che per decenni aveva combattuto: affidarsi ai piccoli imprenditori per mantenere in piedi l’economia nazionale.

Negli ultimi anni Cuba ha progressivamente autorizzato la nascita di migliaia di micro, piccole e medie imprese private, le cosiddette mipymes, che hanno segnato una delle trasformazioni economiche più profonde dall’epoca di Fidel Castro. Secondo i dati ufficiali riportati dal New York Times, dal 2021 sono state autorizzate oltre 11 mila aziende private, attive nei settori alimentare, logistico, manifatturiero, tecnologico e dei servizi.

Il cambiamento nasce soprattutto dalla gravissima crisi economica che attraversa il Paese. Inflazione elevata, carenza cronica di beni essenziali, blackout energetici, crollo del turismo dopo la pandemia e sanzioni americane hanno progressivamente eroso la capacità dello Stato di sostenere produzione e distribuzione. Il risultato è un’economia sempre più fragile, segnata da scarsità alimentare, emigrazione record e perdita di consenso sociale. (washingtonpost.com)

I principali quotidiani americani stanno osservando con attenzione questa trasformazione. Il New York Times descrive il fenomeno come “un pragmatismo forzato”, sottolineando come il governo cubano sia ormai costretto ad accettare dinamiche di mercato per evitare il collasso produttivo.

Anche il Washington Post evidenzia il carattere quasi paradossale della situazione: uno Stato socialista che per sopravvivere deve incentivare iniziativa privata, profitto e accumulazione economica individuale.

Secondo il Wall Street Journal, il boom delle piccole imprese rappresenta oggi uno dei pochi motori di crescita reale dell’economia cubana. Molti imprenditori stanno aprendo ristoranti, piccole fabbriche, servizi logistici e attività digitali che riescono a sopperire almeno in parte alle inefficienze dello Stato.

Che cosa sta cambiando

La trasformazione è visibile soprattutto nelle città. All’Avana stanno crescendo piccoli negozi privati, caffetterie, attività di import-export e servizi digitali che fino a pochi anni fa sarebbero stati impensabili. Molti imprenditori sfruttano rimesse provenienti dagli Stati Uniti o collegamenti informali con la diaspora cubana per importare beni e attrezzature.

Ma dietro questa apertura emergono anche profonde contraddizioni politiche e sociali. Il Partito Comunista continua infatti a mantenere il controllo dei principali settori strategici come energia, telecomunicazioni, finanza e commercio estero, mentre il settore privato opera in uno spazio ancora fortemente regolato e politicamente fragile.

Secondo diversi analisti americani, il governo cubano sta cercando un equilibrio simile a quello già sperimentato da Cina e Vietnam: mantenere il controllo politico centralizzato introducendo però elementi selettivi di economia di mercato. Tuttavia Cuba parte da condizioni molto più difficili: infrastrutture obsolete, scarsità di capitali, embargo statunitense e forte dipendenza dalle importazioni.

Disuguaglianze crescenti

Il tema più delicato riguarda però le disuguaglianze crescenti. L’apertura al settore privato sta infatti creando una nuova classe di imprenditori e lavoratori con redditi molto superiori alla media statale. Chi ha accesso a dollari, contatti internazionali o turismo riesce a farcela; chi dipende esclusivamente dai salari pubblici resta invece intrappolato in una crisi economica sempre più pesante.

Anche Bloomberg sottolinea come il nuovo settore privato cubano stia trasformando lentamente il tessuto sociale dell’isola, generando tensioni in un sistema storicamente costruito sull’uguaglianza economica.

Nel frattempo l’emigrazione continua a svuotare il Paese. Negli ultimi anni centinaia di migliaia di cubani hanno lasciato l’isola, soprattutto giovani e lavoratori qualificati. Proprio per questo il governo vede nelle piccole imprese anche uno strumento per creare occupazione e frenare l’esodo.

Il paradosso cubano

Il paradosso cubano oggi è tutto qui: il sistema nato per abolire il capitalismo locale si trova costretto a incoraggiarlo, almeno in parte, per sopravvivere economicamente. E mentre le piccole imprese diventano sempre più indispensabili per garantire beni, servizi e occupazione, cresce anche una domanda implicita di maggiore autonomia economica e sociale.

Una trasformazione che, secondo molti osservatori internazionali, potrebbe avere conseguenze non solo economiche, ma anche politiche sul futuro dell’isola.

Paolo Brambilla - Direttore Responsabile - Lamiafinanza.it Avatar

Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.

Areas of Expertise: economia, finanza, arte, cultura classica
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