Peso crescente degli affitti in Italia: sempre più difficile per i giovani lasciare l’abitazione dei genitori

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Un problema concreto, non solo numeri

A Milano, un giovane con uno stipendio di circa 1.500 euro al mese si trova di fronte a una realtà difficile da ignorare: un piccolo appartamento può costare tra gli 800 e i 900 euro. Significa che oltre la metà del reddito viene assorbita dall’affitto. In queste condizioni, uscire di casa non è una scelta che si rimanda, ma spesso una possibilità esclusa fin dall’inizio.

Questo esempio rende più concreto il dato generale: negli ultimi otto anni gli affitti sono aumentati del 52%, passando da 9,50 a 14,45 euro al metro quadro. Non si tratta di un semplice incremento statistico, ma di un cambiamento che incide direttamente sulla vita quotidiana e sulle prospettive dei giovani.

Un mercato sempre più caro e competitivo

I dati più recenti confermano la tendenza. Nel 2026 il canone medio nazionale ha raggiunto circa 15 euro al metro quadro, con differenze marcate tra le città. Milano resta il mercato più caro, con valori superiori ai 23 euro/m², seguita da Firenze e Venezia. Roma si colloca poco più in basso, mentre Bologna e Torino risultano relativamente più accessibili, pur registrando anch’esse una crescita costante.

Questo aumento non è episodico. Già nel 2025 si registravano incrementi annui tra il 7% e l’8%, e tutto lascia prevedere che la pressione sui prezzi non si allenterà nel breve periodo.

Il confronto con l’Europa

Guardando agli altri Paesi europei emerge un punto decisivo. In molte grandi città del continente gli affitti sono anche più alti, ma i salari lo sono altrettanto. In Germania o nei Paesi Bassi, ad esempio, il reddito medio consente di sostenere meglio il costo dell’abitazione, perché la crescita salariale ha tenuto il passo con quella dei prezzi.

In Italia è avvenuto il contrario: i salari, soprattutto quelli giovanili, sono rimasti sostanzialmente fermi mentre gli affitti salivano. Il problema, quindi, non è tanto il prezzo in sé, quanto la sua incidenza sullo stipendio. Un affitto da 900 euro pesa in modo molto diverso su un reddito da 1.500 euro rispetto a uno da 2.500.

Esistono però esempi che dimostrano che le cose possono funzionare diversamente. Vienna è spesso citata come modello europeo di politica abitativa: circa il 60% della popolazione vive in alloggi a canone calmierato, gestiti dal Comune o da cooperative. Il risultato è che il peso dell’affitto sul reddito resta contenuto anche per i redditi più bassi. Non si tratta di un sistema replicabile ovunque senza adattamenti, ma dimostra che interventi strutturali di lungo periodo possono cambiare concretamente le condizioni di vita.

Perché gli affitti aumentano così tanto?

Le ragioni sono diverse, ma comprensibili. Sempre più persone cercano casa nelle stesse città, attratte da opportunità di lavoro e dall’offerta universitaria, mentre il numero di abitazioni disponibili non cresce allo stesso ritmo. A questo si aggiunge la diffusione degli affitti brevi turistici, che sottrae una parte significativa del patrimonio abitativo al mercato residenziale stabile.

Sul versante dei proprietari, i costi sono aumentati: manutenzione, rate dei mutui, spese condominiali. Questi oneri si trasferiscono inevitabilmente sui canoni. Il risultato è un mercato in cui la domanda supera stabilmente l’offerta, e i prezzi continuano a salire.

Ma perché non si costruisce di più? In parte per ragioni burocratiche e urbanistiche, in parte perché nelle aree più costose il costo dei terreni rende poco conveniente edificare abitazioni accessibili. Chi costruisce preferisce puntare su immobili di fascia alta, dove i margini sono maggiori.

Un ostacolo spesso invisibile: il contratto

C’è un problema che precede persino quello del prezzo: riuscire ad accedere a un affitto. Molti proprietari, per ridurre il rischio di insolvenza, preferiscono inquilini con contratti a tempo indeterminato e buste paga stabili. I giovani, però, sono spesso assunti con contratti a termine, in somministrazione o come liberi professionisti con partita IVA. Questo li rende automaticamente meno appetibili agli occhi di chi affitta.

Il risultato è paradossale: anche chi potrebbe permettersi economicamente un affitto fatica a ottenerlo, perché la forma del suo reddito (discontinua o percepita come precaria) viene considerata troppo rischiosa. Una difficoltà strutturale che le statistiche sui prezzi faticano a catturare, ma che nella pratica esclude una fascia ampia di giovani lavoratori.

Una trappola geografica

Il problema non si distribuisce in modo uniforme sul territorio italiano. Al Sud gli affitti sono generalmente più bassi, ma le opportunità lavorative scarseggiano. Chi vuole costruirsi una carriera è spesso costretto a spostarsi verso le grandi città del Nord o del Centro, dove però si scontra con affitti insostenibili rispetto al proprio reddito.

Si crea così una trappola geografica: restare significa rinunciare a opportunità, spostarsi significa esporsi a costi che rischiano di erodere interamente i vantaggi economici dello spostamento. Per molti giovani del Sud, la mobilità interna non è una scelta libera ma un calcolo difficile, in cui spesso i conti non tornano.

Giovani e autonomia: un traguardo sempre più lontano

L’effetto combinato di stipendi stagnanti, affitti in crescita e accesso difficile al mercato rende sempre più complicato lasciare la casa dei genitori. Il nodo non riguarda solo il costo assoluto, ma il rapporto tra affitto e reddito: la soglia generalmente considerata sostenibile è intorno al 30% dello stipendio, ma in molte città italiane si supera abbondantemente il 50%.

Le conseguenze sono concrete e diffuse: si esce di casa più tardi, si accettano soluzioni temporanee o in condivisione, oppure si rinuncia del tutto a vivere nelle città con più opportunità lavorative. Per molti giovani, la scelta non è tra una città e un’altra, ma tra la propria carriera e la propria autonomia.

Le conseguenze sociali: quello che non si vede nei dati sugli affitti

Il caro-affitti non produce solo disagio economico individuale. Ha effetti più profondi, che si manifestano lentamente, ma in modo strutturale.

Quando i giovani non riescono a costruirsi un’autonomia abitativa, rinviano anche le altre tappe della vita adulta: la convivenza, il matrimonio, la scelta di avere figli. L’Italia è già uno dei Paesi europei con il tasso di natalità più basso, e la difficoltà abitativa è uno dei fattori che contribuisce a questa tendenza. Non l’unico, ma uno concreto e misurabile.

A questo si aggiunge il fenomeno dell’emigrazione. Una parte crescente di giovani italiani qualificati sceglie di trasferirsi all’estero, spesso in Paesi dove gli stipendi sono più alti e il costo della vita più sostenibile. Il caro-affitti non è l’unica ragione, ma è spesso la goccia che fa traboccare il vaso: la percezione che, con quello che si guadagna, costruirsi una vita in Italia sia semplicemente troppo difficile.

Un divario generazionale in crescita

Il caro-affitti non colpisce tutti allo stesso modo. Chi possiede già una casa beneficia dell’aumento dei prezzi, il valore del proprio patrimonio cresce; mentre chi cerca di entrare nel mercato, spesso giovani senza un supporto familiare, si trova in una posizione sempre più svantaggiata.

Si crea così un circolo difficile da spezzare: chi non ha una rete familiare alle spalle fatica ad accedere a un affitto, e fatica ancora di più all’acquisto. Il mercato tende a dividersi tra chi è già dentro e chi resta fuori, con sempre meno soluzioni accessibili nel mezzo.

Le politiche pubbliche: presenti ma insufficienti

Negli ultimi anni sono state introdotte alcune misure: bonus affitto, cedolare secca agevolata per determinati contratti, detrazioni fiscali, ma l’impatto complessivo resta limitato. Perché?

Principalmente perché queste misure intervengono sulla domanda, aiutando singoli individui a sostenere un costo, senza però agire sull’offerta. Finché le abitazioni disponibili sono poche rispetto a chi le cerca, i prezzi tendono a restare alti indipendentemente dagli incentivi. Per modificare in modo strutturale il mercato servirebbero politiche più ampie: edilizia pubblica, regolamentazione degli affitti brevi, incentivi alla locazione a lungo termine. Si tratta di interventi complessi, costosi e politicamente difficili da attuare, ma l’esempio di Vienna dimostra che non sono impossibili.

Un equilibrio sempre più fragile

Il quadro complessivo è chiaro: gli affitti salgono rapidamente, i salari restano fermi, e lo squilibrio tra i due si allarga ogni anno. A questo si sommano le barriere contrattuali, le disparità geografiche interne e le conseguenze sociali che si protraggono nel tempo.

Per molti giovani, lasciare la casa dei genitori non è più una tappa naturale del percorso di vita, ma una scelta condizionata, e sempre più spesso impossibile, dalle proprie possibilità economiche. Una società in cui l’autonomia dipende da chi sei nato, più che da quanto lavori, è una società che ha smesso di funzionare per tutti.

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Caterina Chiarelli

Content Editor Bachelor’s Degree, Master’s Degree,Postgraduate Master

Caterina Chiarelli, professionista della comunicazione e dell'editoria con una formazione accademica che include una Laurea Magistrale in Comunicazione, Informazione ed Editoria e un Master in digitalizzazione, AI e big data. Il suo percorso coniuga rigore metodologico e creatività, maturati attraverso esperienze in ambito editoriale, giornalistico e digitale. Ha collaborato con realtà editoriali e di comunicazione occupandosi di redazione, pianificazione editoriale, social media management e ufficio stampa, lavorando su contenuti sia web sia cartacei. Negli ultimi anni ha approfondito il rapporto tra comunicazione e innovazione tecnologica, sviluppando un approccio orientato all'utilizzo consapevole dell'intelligenza artificiale e degli strumenti digitali a supporto della qualità dei contenuti. Si distingue per una curiosità profonda verso le persone, le idee e i linguaggi attraverso cui la realtà prende forma, con la convinzione che il dialogo, quando è guidato da ascolto, spirito critico ed empatia, sia capace di generare valore e connessione reale.

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Caterina Chiarelli, professionista della comunicazione e dell'editoria con una formazione accademica che include una Laurea Magistrale in Comunicazione, Informazione ed Editoria e un Master in digitalizzazione, AI e big data. Il suo percorso coniuga rigore metodologico e creatività, maturati attraverso esperienze in ambito editoriale, giornalistico e digitale. Ha collaborato con realtà editoriali e di comunicazione occupandosi di redazione, pianificazione editoriale, social media management e ufficio stampa, lavorando su contenuti sia web sia cartacei. Negli ultimi anni ha approfondito il rapporto tra comunicazione e innovazione tecnologica, sviluppando un approccio orientato all'utilizzo consapevole dell'intelligenza artificiale e degli strumenti digitali a supporto della qualità dei contenuti. Si distingue per una curiosità profonda verso le persone, le idee e i linguaggi attraverso cui la realtà prende forma, con la convinzione che il dialogo, quando è guidato da ascolto, spirito critico ed empatia, sia capace di generare valore e connessione reale.