Bruxelles punta sui chip europei per ridurre la dipendenza da Usa e Cina
La Commissione europea ha presentato un ampio pacchetto di misure per rafforzare la sovranità tecnologica dell’Unione, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da fornitori stranieri e potenziare la capacità industriale europea nei settori chiave dei semiconduttori, dell’intelligenza artificiale, del cloud computing e del software open source.

Chips Act 2.0
Il piano include il Chips Act 2.0, il Cloud and AI Development Act, una strategia europea per l’open source e una roadmap per la digitalizzazione del comparto energetico. Alla base dell’iniziativa c’è una preoccupazione crescente a Bruxelles: il significativo ritardo tecnologico accumulato rispetto ai principali concorrenti globali.
Attualmente, nessuna azienda europea figura tra le prime trenta società tecnologiche mondiali per fatturato, con rare eccezioni come l’olandese ASML, leader nella produzione di macchine litografiche per microchip avanzati. Secondo la Commissione, l’Europa è diventata eccessivamente dipendente da tecnologie sviluppate e controllate all’estero, in particolare nei settori del cloud, della posta elettronica e delle infrastrutture digitali.
Il principio guida del pacchetto è il “Buy European”, una strategia industriale che mira a favorire la crescita di imprese europee senza chiudere formalmente il mercato ai concorrenti stranieri. L’obiettivo non è escludere le Big Tech statunitensi, ma creare le condizioni per la nascita di campioni industriali europei in grado di competere su scala globale.
A spingere l’accelerazione della strategia è stato anche il deterioramento dei rapporti transatlantici, accentuato dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. In questo contesto, diversi governi europei hanno iniziato a considerare la dipendenza dalle tecnologie americane come una vulnerabilità strategica, soprattutto nei servizi pubblici essenziali.
Secondo le stime della Commissione, gli Stati membri spendono ogni anno circa 264 miliardi di euro in tecnologie statunitensi, mentre il mercato europeo del cloud resta dominato da colossi come Microsoft, Google e Amazon.
Cloud and AI Development Act
Il cuore del pacchetto è rappresentato dal Cloud and AI Development Act, che introduce il concetto di sovranità digitale attraverso diversi livelli di protezione. La Commissione potrà valutare l’affidabilità dei Paesi fornitori di servizi digitali per i settori pubblici più sensibili, mentre gli Stati membri saranno chiamati a effettuare analisi del rischio legate al controllo straniero, alla sicurezza dei dati e alla continuità operativa.
Le stime preliminari indicano che solo circa l’1% dei servizi pubblici europei sarà soggetto ai requisiti più stringenti, che potrebbero arrivare a escludere completamente tecnologie straniere. Tuttavia, la normativa potrebbe comunque orientare le amministrazioni verso fornitori europei nei settori più critici, come sanità, energia, finanza e infrastrutture strategiche.
Tra i criteri di selezione potrebbero rientrare non solo il prezzo, ma anche la localizzazione dello sviluppo tecnologico e il livello di protezione dei dati personali. In questo contesto, una delle principali preoccupazioni riguarda il CLOUD Act statunitense, che consente alle autorità americane di accedere ai dati detenuti da aziende soggette alla loro giurisdizione, anche se archiviati all’estero.
Per molti governi europei, questa normativa risulta difficilmente compatibile con gli standard di autonomia digitale richiesti per le infrastrutture pubbliche sensibili.
Il cambiamento di approccio è evidente anche nei singoli Stati membri. I Paesi Bassi hanno limitato l’export delle tecnologie avanzate di ASML verso la Cina, assunto il controllo temporaneo di Nexperia e bloccato l’acquisizione del provider cloud Solvinity da parte della statunitense Kyndryl per motivi di sicurezza nazionale.
Anche altri Paesi si stanno muovendo nella stessa direzione: la Francia ha avviato l’abbandono progressivo di software statunitensi nella pubblica amministrazione, la Germania ha rafforzato l’adozione di soluzioni open source e la Danimarca ha deciso di rinunciare a Office 365.
L’Italia dispone di strumenti normativi dedicati, ma non ha ancora sviluppato un programma strutturato e continuativo paragonabile a quelli di altri Stati membri.
Nel dibattito europeo emergono quattro principali profili di rischio legati alla dipendenza tecnologica: giuridico, per l’accesso extraterritoriale ai dati; politico, per possibili pressioni geopolitiche; operativo, per la concentrazione delle infrastrutture in poche grandi aziende; ed economico-democratico, per il predominio delle piattaforme digitali nei mercati dell’informazione e della pubblicità.
Divario con gli Usa
Il divario con gli Stati Uniti appare marcato anche sul piano economico: le importazioni europee di servizi legati alla proprietà intellettuale americana superano i 200 miliardi di dollari l’anno. Ancora più rilevante il gap negli investimenti: nel solo 2025, Amazon, Google, Meta e Microsoft hanno investito complessivamente circa 400 miliardi di dollari in infrastrutture digitali e intelligenza artificiale.
Anche sul fronte dell’innovazione il ritardo è evidente: tra quasi cento modelli di intelligenza artificiale pubblicati nell’ultimo anno, solo uno è stato sviluppato nell’Unione europea.
L’Ue punta all’autonomia strategica digitale
Il pacchetto rappresenta uno dei tentativi più ambiziosi dell’UE di costruire una reale autonomia strategica digitale. Bruxelles punta a rafforzare l’industria interna, aumentare la resilienza delle infrastrutture critiche e ridurre la dipendenza da attori extraeuropei.
Resta però aperta una questione cruciale: se da un lato le nuove misure sono ritenute necessarie per garantire sicurezza e competitività, dall’altro potrebbero essere interpretate da Stati Uniti e Cina come barriere commerciali non tariffarie, con possibili ripercussioni economiche e diplomatiche.
Il successo della strategia europea dipenderà dalla capacità di trasformare la regolazione in innovazione e gli obiettivi politici in concrete capacità industriali.





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