Disarmare l’intelligenza artificiale. L’attualità della enciclica di Papa Leone XIV: “Magnifica Humanitas”

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— a cura di Mons. Giulio Dellavite

15 maggio. È la data in cui Papa Leone XIV ha firmato la sua prima enciclica. Apparentemente è un dettaglio, in realtà è secondo me il nucleo di interpretazione dell’orizzonte tematico della“Magnifica Humanitas”.

135 anni prima, nella stessa data, il suo predecessore nel nome, Leone XIII, firmava la “Rerum novarum” sentendo l’esigenza di affrontare le “cose nuove”. Allora erano le sfide della rivoluzione industriale, oggi sono le sfide della rivoluzione computazionale. In ambedue al centro non c’è la potenza degli strumenti, ma il loro effetto sull’uomo.

Oggi non è l’algoritmo in sé il problema

Quando l’efficienza diventa misura del valore, l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione. La tentazione è di ridurre il mistero della persona in dati e prestazioni. Leone XIII non scrisse la Rerum novarum per criticare le macchine a vapore; la scrisse perché la rivoluzione industriale aveva concentrato il controllo sulle condizioni di vita e di lavoro di milioni di persone in mani che non rispondevano di nulla a nessuno.

Oggi non è l’algoritmo in sé il problema, ma il fatto che il potere computazionale si stia concentrando in poche mani private transnazionali senza meccanismi adeguati di accountability democratica. Papa Leone XIV ribadisce con ferma delicatezza l’essenzialità di un “io irriducibile” e di un “noi irrinunciabile”. Può fare eco a questo quanto rifletteva Hannah Arendt: “L’uomo moderno non è stato educato all’uso del potere”. Per secoli a una tecnica abbiamo chiesto che cosa sapesse fare, ed era la domanda dello strumento. Da poco, davanti all’intelligenza artificiale, abbiamo preso a chiederle che cosa sia.

Disarmare l’intelligenza artificiale

È la domanda ontologica con cui Papa Leone rafforza l’idea della necessità di “disarmare l’intelligenza artificiale”, cioè di rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita.

Il compito, oggi, non è solo etico o tecnico: è ecologico nel senso più radicale, perché chiama in causa una nuova dimensione del bene comune, della casa comune, della “res-publica”. L’intuizione di Prevost – da buon laureato in matematica e fisica oltre che appassionato di digitale – è che l’intelligenza artificiale non sia solo uno “strumento”, ma bensì sia un “ambiente” nel quale siamo già immersi. Il magistero sociale della Chiesa ha sempre funzionato come una grammatica di discernimento: non risponde ai problemi del momento con soluzioni tecniche, ma offre criteri di giudizio radicati in una concezione dell’umano che si è affinata nel corso del tempo.

Una questione etica fondamentale

Come diceva un vecchio amico saggio: “la Chiesa non ha l’orologio, ha il tempo”. Quando Leone XIV applica questa grammatica all’intelligenza artificiale, non sta semplicemente aggiornando un manuale: sta riconoscendo che la questione computazionale è una questione etica fondamentale, che tocca la struttura della libertà, della verità e della dignità delle persone. Non è possibile affrontare il dominio algoritmico come una questione meramente tecnica o economica, delegandola agli specialisti: riguarda il modo in cui si interpreta la persona umana, e dunque interpella direttamente la coscienza di ciascuno.

La consapevolezza di custodire l’umano nell’era dell’IA non è una difesa conservatrice del passato, ma un atto profetico verso il futuro. Lascio la conclusione alle stesse parole di Papa Leone XIV: “Nel tempo dell’intelligenza artificiale abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata. Il vero progresso nasce sempre da un cuore aperto all’altro, da un’intelligenza disponibile all’ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più che ciò che separa. Dobbiamo educarci a considerare il mondo digitale come un nuovo continente. Educare le nuove generazioni a credere che l’evoluzione delle tecnologie non segue un percorso inevitabile, ma può essere orientata dalla responsabilità personale e collettiva, costituisce uno dei servizi più preziosi al bene comune. In un certo senso, l’innovazione tecnologica può rappresentare la partecipazione umana all’atto divino della creazione. Gli sviluppatori, pertanto, hanno una particolare responsabilità etica e spirituale, poiché ogni scelta progettuale riflette una visione dell’umanità. Il rischio non è solo che alcune tecnologie siano usate male, ma che il paradigma tecnocratico in cui siamo immersi faccia sembrare giusta e normale una visione antiumana, secondo cui la pienezza della vita consisterebbe nell’avere di più, nel ridurre la fragilità, eliminare l’imprevisto, controllare ogni cosa. Abbiamo tutti bisogno di formarci a vivere il digitale in modo umano”.

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