Geopolitica e fabbrica della paura: il contro-racconto tra potenze mondiali

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— di Marco Pozzi —

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Ogni immaginario genera inevitabilmente il proprio contro-racconto

Se una parte dell’Occidente descrive la Russia come una minaccia esistenziale per l’Europa, il Cremlino risponde costruendo una rappresentazione speculare: è l’Occidente ad aver trasformato la guerra in un progetto politico permanente. Anche questa è una costruzione narrativa.
Ma possiede una caratteristica interessante.
Negli ultimi mesi Vladimir Putin, ha progressivamente associato al linguaggio politico e ideologico il ricorso all’ironia e al paradosso. È una tecnica retorica antica. Non cerca di dimostrare che l’avversario abbia torto. Porta semplicemente il suo racconto fino alle estreme conseguenze, lasciando che sia il destinatario a coglierne le contraddizioni.

“Perché dovremmo attaccarvi?” ha domandato recentemente riferendosi alla Germania. “Avete già un debito pubblico enorme e volete indebitarvi di altri trilioni per armarvi contro di noi. Pensate davvero che il popolo russo debba farsi carico di questi debiti?”
Poi ha aggiunto:
“Non avete materie prime. Non avete energia. Per quale ragione dovremmo conquistare il vostro Paese? Per ereditare problemi che oggi non abbiamo?”
Infine la battuta conclusiva, quasi da teatro dell’assurdo:
“Anche se vi arrendeste e issaste bandiere bianche, non verremmo comunque.”

Putin non sta parlando soltanto alla Russia.
Sta cercando di incrinare l’immaginario europeo attraverso l’arma più antica della retorica: il ridicolo. Perché ogni potere teme soprattutto il momento in cui il proprio racconto smette di apparire autentico e inevitabile.

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Il principio di realtà

Mentre gli immaginari si confrontano, la guerra continua a seguire una logica molto più concreta.
Sul terreno non combattono le narrazioni. Combattono gli eserciti. Ed è sul campo di battaglia che si misurano, ogni giorno, le ambizioni e i limiti delle strategie politiche.
Mosca continua a sostenere che i propri obiettivi verranno definiti dall’evoluzione militare più che dai tavoli negoziali.
Il consigliere presidenziale Yuri Ushakov ha invitato gli osservatori occidentali a guardare meno ai comunicati diplomatici e più a ciò che accade lungo la linea del fronte. Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov sostiene che l’architettura di sicurezza europea nata con l’Atto finale di Helsinki del 1975 sia ormai definitivamente superata. Secondo Mosca, il futuro non sarà un ritorno al vecchio equilibrio euro-atlantico, ma la costruzione di un nuovo sistema di sicurezza eurasiatico fondato su rapporti di forza ormai profondamente mutati.
I governi europei possono condividere o respingere questa lettura. Ignorarla, tuttavia, significherebbe rinunciare a comprendere la logica strategica dell’interlocutore. Ed è proprio questo il rischio che oggi corre il dibattito europeo: sostituire l’analisi con la ripetizione di formule ormai trasformate in dogmi.

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Il nemico necessario

Edward Bernays aveva compreso che il consenso non nasce dalla forza. Nasce dalla rappresentazione.
Jacques Ellul ha poi mostrato come la propaganda moderna diventi realmente efficace solo quando cessa di apparire propaganda.
Guy Debord ha aggiunto che il potere contemporaneo tende progressivamente a sostituire l’esperienza diretta con la sua rappresentazione.
Sono riflessioni lontane nel tempo. Eppure sembrano parlare direttamente al presente. Ogni società ha bisogno di strumenti attraverso cui interpretare la complessità. Talvolta questi strumenti diventano idee. Talvolta diventano miti. Molto spesso assumono il volto di un nemico.
In “Massa e potere” Elias Canetti osservava che poche cose riescono a unificare una collettività quanto l’individuazione di un avversario comune.
La storia europea conosce bene questo meccanismo.
Ed è forse per questo che dovrebbe osservarlo con particolare prudenza.
Perché il vero problema non consiste nello stabilire se la Russia rappresenti o meno una minaccia.
Ogni Stato ha il diritto e il dovere di valutare la propria sicurezza. La questione decisiva è un’altra. Chi costruisce l’immaginario attraverso cui quella minaccia viene raccontata?
Chi stabilisce il lessico della paura? Chi decide quali immagini diventeranno senso comune e quali, invece, saranno considerate indicibili?
Sono domande che precedono la geopolitica.
Riguardano il funzionamento stesso del potere.
L’archeologo osserva una rovina per comprendere la civiltà che l’ha prodotta. Allo stesso modo dovremmo imparare a osservare le parole.
Perché anche le parole hanno fondamenta.
Anche le parole conservano rovine. Anche le parole attraversano i secoli trasportando immagini, paure e memorie che spesso continuano ad agire quando nessuno ricorda più da dove provengano.
Forse è proprio questo il primo compito del pensiero critico. Non scegliere ogni volta da quale parte stare.
Ma interrogare il linguaggio attraverso cui le parti decidono di raccontarsi.
Perché il potere non comincia quando qualcuno impugna un’arma. Comincia quando riesce a stabilire le parole con cui quell’arma verrà raccontata.
E prima ancora di occupare un territorio, ogni guerra occupa un immaginario.

Lugano Finance Forum, 24 novembre 2026, Palazzo dei Congressi, Lugano - media partner Lamiafinanza.it

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