Le parole dell’enciclica di Papa Leone sull’Intelligenza Artificiale. Il commento di Mons. Giulio Dellavite
Abbiamo da poco pubblicato un articolo sull’attualità della enciclica di Papa Leone XIV: “Magnifica Humanitas”, a cura di Mons. Dellavite (qui il link). Ma il pezzo che pubblichiamo oggi va in una direzione diversa: non vuole essere un’analisi epistemologica del tipo “l’intelligenza artificiale produce davvero conoscenza? Oppure elabora soltanto informazioni statistiche? Possiamo considerare “vero” ciò che afferma?” ma piuttosto un simpatico approfondimento del peso di ciascuna parola nel pensiero del Pontefice.

— a cura di Mons. Giulio Dellavite —
Le parole chiave dell’enciclica
Sono andato a cercare le parole chiave dell’enciclica. Con clamore è stata posta l’attenzione sulla “intelligenza artificiale”, ma leggendo il testo si trova citata solo 14 volte, insieme a “algoritmo” (17 volte) e a “tecnica” (29 volte). Il termine più presente (200 volte) è “umano”, seguito da “persona” (158 volte). Al terzo posto c’è “potere” (122 volte), presentato come concetto che interpella, tanto che lo segue per numero di citazioni “dignità” (98 volte). In classifica appare quindi “verità” (64 volte), mentre l’accezione negativa contraria, “menzogna”, si affaccia solo una volta.
Accanto vi sono “bene comune”, “responsabilità”, “giustizia”, “lavoro”, tutte parole citate oltre 60 volte.
La verità
Merita attenzione, secondo me, la definizione che Papa Leone sceglie per “verità”. È molto particolare e innovativa: la verità “è un bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità”. Il pericolo per il Pontefice è l’essere minacciata da una disinformazione che “non nasce con l’Intelligenza Artificiale, ma trova in essa un moltiplicatore potente”.
Per usare un gioco di parole, Papa Leone, con la sua fine intelligenza agostiniana, opera una rivoluzione copernicana: “non è vero perché lo dice la Chiesa, ma lo dice la Chiesa perché è vero”.
Il nocciolo tematico è l’uomo
Si può allora intuire che tutti questi concetti erano già presenti nel titolo proposto: “Magnifica Humanitas: sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. Il nocciolo tematico è l’uomo. Non è dunque un testo sulla tecnologia, ma contro la riduzione tecnica dell’umano: il Papa non teme la macchina in sé, ma “che l’umanità non perda mai la propria bellezza”.
Coltivare
Per me, quindi, la vera parola chiave è “coltivare”. Un termine insolito che è usato 12 volte e addirittura titola un capitolo. Coltivare viene dal latino “colere” e dalla stessa radice derivano culto e cultura. Coltivare un campo, onorare un dio e far crescere un popolo erano, per i latini, gesti imparentati. Tutti e tre sono caratterizzati da un prendersi cura di qualcosa che ci oltrepassa e che non si fabbrica a comando.
Infatti, se pensiamo alla letteratura, alle lingue, ai riti, sono dimensioni che vanno curate e fatte crescere, ma che nessuno riesce a possedere o a determinare completamente.
C’è una seconda dimensione essenziale del coltivare ed è quella di essere un gesto personale che però esige un “noi”, esige cioè l’attenzione a una serie di soggetti e di fattori che sono implicati come essenziali.
Se l’intelligenza artificiale è coltivata, si abita come si abita una cultura o un rito. Anzitutto, insieme.
Le intelligenze artificiali sono più coltivate che costruite
Al paragrafo 98 si legge che le moderne intelligenze artificiali sono più coltivate che costruite, poiché gli sviluppatori non ne progettano direttamente ogni dettaglio, bensì creano un’architettura sulla quale l’intelligenza artificiale “cresce”.
Se la macchina a cui dava attenzione Papa Leone XIII era costruita, quella di Leone XIV è coltivata. Il telaio, la macchina a vapore, la fabbrica erano congegni montati e posseduti, di fronte ai quali l’operaio stava come un costo accanto a un apparato; la questione sociale del 1891 nasceva quindi da macchine fabbricate e da uomini piegati a servirle.
La macchina oggi ha cambiato natura ed è passata dalla parte di ciò che cresce.
Questo concetto lo possiamo ritrovare anche nella filosofia. Da Aristotele in poi si parla di due maniere di venire al mondo: da una parte c’è ciò che cresce da sé (la “physis”, la natura), come una pianta che si fa dal seme secondo una forma che porta già in sé, e dall’altra parte c’è ciò che viene fabbricato (la “techne”, la tecnica), come gli oggetti che ricevono la forma da fuori, dalla mano e dalla mente di chi li costruisce.
La tecnica, si pensava, imita la natura proprio perché non sa generarla.
Per tutta la nostra storia abbiamo costruito oggetti che stavano dalla parte della “techne/tecnica”: inerti, prevedibili, smontabili, fedeli al progetto.
Una “techne” che produce qualcosa che cresce
La frase sul coltivare di Leone XIV registra il fatto che per la prima volta una “techne” produce qualcosa che, per il modo in cui lo conosciamo e lo governiamo, entra nel regime della “physis/natura”, ossia si fa macchina che cresce.
Chi la fa ne stabilisce le condizioni di partenza, ma poi, come un coltivatore, attende un esito che non ha disegnato. Il seminatore però risponde di quel che semina anche se non governa pienamente ciò che germoglia.
Sempre al numero 98 si trova una forte provocazione di Papa Leone: “Per secoli a una tecnica abbiamo chiesto che cosa sapesse fare, oggi, davanti all’intelligenza artificiale, abbiamo preso a chiederle che cosa sia”.
Prospettiva molto intrigante, tutta da coltivare.





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