Gaza, il silenzio che uccide due volte
Perché una parte del mondo si rifiuta di credere a ciò che sta accadendo a Gaza? È la domanda che attraversa l’articolo di M. Alessandra Filippi, pubblicato su Cognitaria Ribelle e ripreso anche da Striscia Rossa.
Il testo prende avvio da una testimonianza di Liliana Segre, pronunciata nel 2019 durante un convegno dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca dedicato alla memoria di Auschwitz: «È difficile trovare le parole per dirlo. Difficilissimo. Non sai come farai a raccontare quello che Primo Levi definì l’indicibile: perché uno tenta di dire quello che è stato, ma è talmente difficile da raccontare che è quasi impossibile pensare come fosse stato preparato a tavolino anni prima nei minimi particolari, come se regnasse un ordine perfetto (…). Ed ecco che trovi qualcuno che scrive che non è vero, perché è più facile negare una cosa di questo genere piuttosto che crederci. È più bello pensare che non sia vero.»
Da queste parole Filippi sviluppa una riflessione che intreccia il tema della negazione, il diritto internazionale e la tragedia umanitaria in corso nella Striscia: «La storia non si ripete mai identica. Ma esistono meccanismi che possono ripresentarsi: la pianificazione, la disumanizzazione e, infine, il rifiuto di credere che l’orrore possa davvero essere davanti ai nostri occhi. È anche attraverso questo meccanismo che molte persone oggi rifiutano la qualificazione di genocidio per ciò che sta accadendo a Gaza.»
Immagini che scivolano nell’indifferenza
Da quando è entrata in vigore la cosiddetta tregua, il 10 ottobre 2025, Gaza non ha mai smesso di essere bombardata. Luglio è stato il mese più letale dall’inizio del cessate il fuoco. Ma, osserva l’autrice, i morti accertati raccontano soltanto una parte della tragedia. «Restano invisibili coloro che muoiono per fame, infezioni, mancanza di medicinali, dialisi interrotte, tumori non curati, parti senza assistenza e ferite che, in condizioni normali, sarebbero state curabili. Il sistema sanitario e quello anagrafico sono stati fra i primi ad essere distrutti, insieme alle persone che avrebbero dovuto curare, registrare e certificare quelle morti.»

(immagine tratta da Medecins sans frontières)
Uno dei passaggi più dolorosi è dedicato ai bambini. Filippi ricorda la “Maratona degli orfani“, organizzata a Khan Younis per richiamare l’attenzione sul numero crescente di minori rimasti senza uno o entrambi i genitori. «Secondo il Palestinian Central Bureau of Statistics, sono ormai circa 58.000 quelli che hanno perso almeno un genitore. Migliaia hanno perso entrambi. A questo si aggiunge il dramma delle mutilazioni: l’Organizzazione mondiale della sanità stima oltre 43.000 persone con lesioni permanenti, un terzo delle quali bambini. Numeri destinati probabilmente a essere sottostimati, perché il collasso delle strutture sanitarie rende sempre più difficile registrare nuovi casi.»
Anche il linguaggio contribuisce a normalizzare la violenza
L’articolo affronta anche un altro tema: il ruolo del linguaggio nel modificare la percezione della realtà. «Mentre la Striscia viene sbriciolata e la sua popolazione annientata nell’indifferenza della maggior parte dell’Occidente, la Cisgiordania viene raccontata con un linguaggio che contribuisce alla normalizzazione della violenza.» E ancora: «La pace non è il punto di partenza, è quello di arrivo. Pretendere di costruirla senza affrontare le cause del conflitto significa chiedere alle vittime di abitare un futuro che il presente continua a negare. Una pace senza giustizia non è pace. È maquillage.»
Intanto proliferano conferenze, tavoli di dialogo e marce per la pace. Ma la pace non può essere una parola svuotata di significato. Non può prescindere da giustizia, diritto internazionale, fine dell’occupazione, tutela dei civili e responsabilità per le violazioni commesse. Parlare di riconciliazione senza affrontare le cause del conflitto rischia di trasformare la pace in una semplice rappresentazione.
C’è poi una domanda che resta senza risposta
Nelle pagine finali Filippi richiama l’attenzione su una questione che raramente viene affrontata dai media mainstream: «Se per anni si è parlato di oltre 2,3 milioni di abitanti della Striscia e oggi, sempre più spesso, nei servizi televisivi e nei reportage internazionali ricorrono cifre come un milione o un milione e quattrocentomila persone, a chi si riferiscono esattamente quei numeri?» La distruzione dell’anagrafe e degli archivi civili rende infatti sempre più difficile ricostruire identità, famiglie e responsabilità: uno dei temi affrontati nella parte conclusiva del saggio.
L’articolo si conclude con una riflessione che ne riassume il senso:
«Ogni genocidio è diverso dall’altro. Tutti, però, cominciano allo stesso modo: con la disumanizzazione, la pianificazione, la rimozione della realtà. E continuano finché c’è qualcuno disposto a convincersi che sia più bello pensare che non sia vero.»
L’articolo integrale di M. Alessandra Filippi è disponibile su:





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