Pensioni, allo studio l’uscita a 64 anni anche per chi ha contributi prima del 1996
Il dibattito sulla riforma delle pensioni torna al centro dell’agenda politica. Tra le ipotesi allo studio della maggioranza di governo vi è l’estensione della pensione anticipata contributiva anche ai lavoratori che hanno iniziato a versare contributi prima del 1° gennaio 1996, ampliando così la platea di chi potrebbe lasciare il lavoro già a 64 anni.

Attualmente questa possibilità è riservata ai cosiddetti “contributivi puri”, ossia ai lavoratori privi di anzianità contributiva precedente al 1996. Per loro la normativa consente il pensionamento a 64 anni con almeno 20 anni di contributi effettivi, purché l’assegno maturato raggiunga una determinata soglia economica. Secondo le regole in vigore nel 2026, l’importo della pensione deve essere almeno pari a tre volte l’assegno sociale, circa 1.638 euro mensili. Per le donne con figli sono previste soglie ridotte: 2,8 volte l’assegno sociale in presenza di un figlio e 2,6 volte con due o più figli.
L’obiettivo della riforma
L’ipotesi su cui si starebbe ragionando mira a consentire l’accesso alla pensione anticipata anche ai lavoratori con una carriera iniziata prima del 1996, che oggi rientrano almeno in parte nel sistema retributivo o misto.
Per rendere sostenibile l’operazione dal punto di vista finanziario, una delle soluzioni prese in considerazione sarebbe l’applicazione del calcolo interamente contributivo dell’assegno per chi sceglie di uscire a 64 anni. In questo modo il costo dell’anticipo verrebbe assorbito in larga misura dal lavoratore stesso attraverso una pensione più contenuta rispetto a quella maturata con le regole ordinarie.
L’idea si inserisce in un contesto complesso. L’Italia è infatti uno dei Paesi europei con la più elevata spesa previdenziale in rapporto al Pil e ogni intervento che allarghi l’accesso alla pensione anticipata richiede una valutazione attenta degli effetti sul bilancio pubblico.
Il nodo della sostenibilità economica
Uno degli aspetti più delicati riguarda proprio l’impatto sui conti dello Stato. Da un lato, l’ampliamento della platea dei beneficiari potrebbe comportare un aumento del numero dei pensionati e della relativa spesa previdenziale; dall’altro, i sostenitori della riforma evidenziano che il ricalcolo contributivo ridurrebbe significativamente il costo della misura.
Un altro elemento spesso richiamato nel dibattito riguarda il ricambio generazionale. Secondo questa impostazione, l’uscita anticipata di lavoratori prossimi alla pensione potrebbe favorire nuove assunzioni, soprattutto tra i giovani. Tuttavia, le esperienze degli ultimi anni mostrano che il rapporto tra pensionamenti e nuove assunzioni non è automatico e varia in base ai settori produttivi e alle condizioni del mercato del lavoro.
Le possibili modifiche ai requisiti
Oltre all’estensione ai lavoratori “misti”, il confronto tecnico riguarda anche le modalità con cui raggiungere la soglia minima richiesta per accedere al pensionamento anticipato.
Negli ultimi anni il legislatore aveva introdotto la possibilità di valorizzare anche le prestazioni della previdenza complementare per raggiungere l’importo minimo necessario, purché fossero soddisfatti ulteriori requisiti contributivi. Tuttavia, questa soluzione ha avuto una diffusione limitata e non ha prodotto gli effetti sperati.
Tra le ipotesi circolate negli ambienti previdenziali vi è anche quella di considerare, in determinate forme, il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) lasciato nel Fondo Tesoreria dell’INPS come elemento utile ad aumentare il valore della pensione e facilitare il raggiungimento delle soglie richieste. Si tratta però di uno scenario ancora teorico e privo di una traduzione normativa concreta.
Dal 2027 l’età pensionabile salirà ancora
Mentre il confronto politico prosegue, una certezza già esiste: il meccanismo di adeguamento alla speranza di vita comporterà un incremento dei requisiti anagrafici nei prossimi anni.
Per la pensione anticipata contributiva, i 64 anni richiesti fino al 2026 diventeranno 64 anni e un mese nel 2027, per poi salire a 64 anni e tre mesi nel 2028. Anche il requisito contributivo minimo seguirà lo stesso incremento.
Nessuna decisione definitiva
Al momento non esiste alcun testo ufficiale di riforma e le valutazioni del governo sono ancora in corso. L’estensione della pensione a 64 anni ai lavoratori con contributi antecedenti al 1996 rappresenta una delle ipotesi sul tavolo, ma dovrà superare verifiche tecniche, finanziarie e normative prima di poter diventare realtà.
Per milioni di lavoratori italiani, dunque, la prospettiva di un’uscita anticipata dal lavoro rimane per ora una possibilità allo studio, in attesa che il confronto tra governo, Ministero dell’Economia e parti sociali produca proposte concrete.





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