Tassa sui pacchi allo studio del Governo. Quanto si paga e quando entra in vigore
Il governo italiano è chiamato a decidere sul destino della tassa da 2 euro applicata ai pacchi di valore inferiore ai 150 euro provenienti da Paesi extra UE. La misura dovrebbe entrare in vigore il 1° luglio, ma nello stesso giorno scatterà anche un’imposta analoga a livello europeo, pari a 3 euro. Se nulla cambierà, i consumatori italiani si troveranno a pagare entrambe le tasse, per un totale di 5 euro a spedizione.

La tassa italiana introdotta dicembre per combattere merci a basso costo dalla Cina
La tassa italiana era stata introdotta a dicembre con la legge di bilancio, ufficialmente per scoraggiare l’acquisto di merci a basso costo – soprattutto dalla Cina – accusate di avere impatti ambientali e sociali negativi e di danneggiare la concorrenza. In realtà, la misura serviva anche a reperire risorse per coprire nuove spese inserite all’ultimo momento.
Entrata in vigore rinviata a luglio
Fin dall’inizio erano emerse criticità, tanto che a marzo l’entrata in vigore era stata rinviata a luglio. Ora, però, una soluzione definitiva ancora manca e si profila un ulteriore rinvio, con il rischio di aumentare l’incertezza e le distorsioni nel settore della logistica.
Le aziende di spedizione denunciano già perdite economiche, dovute alle strategie adottate per aggirare la tassa: molte imprese fanno transitare i pacchi attraverso altri Paesi europei, dove l’imposta non è prevista, per poi trasferirli in Italia via terra. Un meccanismo reso possibile dal mercato unico europeo, che sta causando una riduzione del lavoro per gli operatori italiani e un danno anche per le casse dello Stato.
Perdita per lo Stato di 25,5 milioni di euro
Secondo Confetra, nei primi mesi del 2026 il settore ha registrato un calo significativo dei ricavi, con una perdita stimata per lo Stato di 25,5 milioni di euro nel caso in cui la tassa entrasse in vigore. L’associazione chiede non un rinvio, ma l’abolizione della misura.
Oltre agli effetti economici, emergono anche questioni giuridiche. La materia doganale è infatti di competenza esclusiva dell’Unione Europea, e l’introduzione di una tassa nazionale rischia di entrare in conflitto con la normativa comunitaria.
La tassa italiana e la tassa europea
A complicare il quadro c’è la sovrapposizione con la nuova imposta europea, già annunciata a dicembre. L’UE punta a limitare l’impatto dei prodotti a basso costo importati, introducendo un dazio forfettario di 3 euro per spedizione a partire dal 1° luglio, in attesa di un sistema più strutturato previsto dal 2028.
In origine, l’esenzione dai dazi per i pacchi sotto i 150 euro era giustificata dai costi elevati dei controlli doganali, superiori ai ricavi. Tuttavia, l’aumento esponenziale delle spedizioni – quasi 6 miliardi nel 2025 – ha spinto Bruxelles a intervenire.
Il governo italiano aveva motivato la propria tassa come un’anticipazione delle misure europee, ma senza chiarire se sarebbe stata temporanea. I documenti di bilancio indicano invece che la misura è destinata a restare, con entrate previste superiori ai 100 milioni già nel 2026.
Alla base della scelta, ancora una volta, esigenze di copertura finanziaria: la tassa sui pacchi è stata introdotta per compensare l’abolizione di un’altra imposta molto contestata, quella sui dividendi delle aziende. Ora il governo si trova di fronte allo stesso dilemma: cancellare la misura significa trovare nuove risorse, per oltre mezzo miliardo di euro nei prossimi tre anni.





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