Geopolitica e fabbrica della paura: la Russia in perenne bilico tra amico/nemico

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— di Marco Pozzi

Ogni nemico abita sempre un orizzonte. È abbastanza vicino da suscitare paura, ma sufficientemente lontano da non poter essere verificato dall’esperienza diretta. Per milioni di europei la Russia è soprattutto questo. Un’immagine. Più che un luogo. Un racconto. Più che una conoscenza. È dentro questa distanza che il linguaggio politico costruisce il proprio spazio d’azione. La paura non nasce dalla prossimità. Nasce dalla rappresentazione.
Negli ultimi due anni una parte significativa della comunicazione politico-militare europea ha iniziato a descrivere la Russia come una minaccia non più circoscritta all’Ucraina, ma destinata a investire l’intero continente. La formula è ormai familiare. Dopo Kiev, toccherà all’Europa. Ripetuta centinaia di volte, questa ipotesi ha progressivamente smesso di essere una previsione strategica. È diventata una categoria del pensiero. Un filtro attraverso cui interpretare e impostare ogni decisione politica.

I quotidiani tedeschi Bild e Die Welt hanno più volte rilanciato indiscrezioni relative a presunti piani di aggressione russa contro Paesi della NATO. Parallelamente il nuovo documento di strategia della Bundeswehr individua nella Federazione Russa “la principale minaccia alla sicurezza della Germania e dell’Europa”, delineando un processo di riarmo destinato a trasformare la Germania nella principale potenza militare convenzionale del continente. Il ministro della Difesa Boris Pistorius e il capo della Difesa Carsten Breuer hanno più volte ribadito la necessità di preparare Berlino a un possibile scontro militare con Mosca.
Naturalmente nessuna democrazia può rinunciare a pianificare la propria sicurezza. Il problema non è questo. Il problema nasce quando la pianificazione strategica si trasforma progressivamente in immaginario collettivo.
È in questo passaggio che il linguaggio modifica la percezione della realtà.

Una narrazione malata?

Anche perché questa narrazione convive con valutazioni assai più prudenti provenienti dagli stessi vertici militari occidentali.
L’ex presidente degli Stati Maggiori Riuniti statunitensi Mark Milley aveva già riconosciuto che una vittoria militare totale dell’Ucraina è assolutamente impossibile, facendo infuriare Biden. Più recentemente anche il comandante supremo delle forze NATO e delle forze USA in Europa, il generale Alexus Grynkewich, ha dichiarato che le informazioni d’intelligence non indicano alcun preparativo russo finalizzato a un’aggressione dei Paesi dell’Alleanza Atlantica. Nonostante ciò, la rappresentazione dell’attacco imminente continua a occupare il centro della scena. Come se il racconto avesse ormai acquisito un’autonomia propria.
Come se il nemico fosse diventato una condizione necessaria del discorso politico.
Carl Schmitt ha osservato che ogni ordine politico nasce dalla distinzione fra amico e nemico. Forse oggi dovremmo aggiungere una considerazione ulteriore. Prima ancora di distinguere il nemico, ogni potere costruisce il linguaggio attraverso cui quel nemico diventerà riconoscibile.

Le rovine del passato

Le civiltà dimenticano gli avvenimenti molto più rapidamente di quanto dimentichino il loro immaginario. Le istituzioni cambiano. I governi cadono. Le alleanze si trasformano.
Ma alcune rappresentazioni del mondo attraversano i secoli con una sorprendente capacità di adattamento.
Gli archeologi sanno che una città non scompare mai del tutto. Ogni epoca costruisce sopra quella precedente, lasciando che le vecchie fondamenta continuino silenziosamente a sostenere gli edifici nuovi. Le civiltà si stratificano. Anche l’immaginario funziona in questo modo. La storia europea conserva molte stratificazioni invisibili. Una di esse riguarda il modo in cui una parte della cultura strategica tedesca ha guardato alla Russia.
In “I taccuini di Norimberga”, lo psichiatra americano Leon Goldensohn ha raccolto le conversazioni avute con i principali gerarchi nazisti durante il processo. Fra tutte colpisce quella dell’ammiraglio Karl Dönitz, designato da Hitler come suo successore. Nelle sue parole la Russia non rappresenta semplicemente un avversario geopolitico.
È il nemico assoluto da distruggere. Un’ossessione.
Il principio ordinatore della visione strategica di Dönitz.
Ottant’anni più tardi sarebbe improprio sostenere una sorta di continuità politica fra la Germania del Terzo Reich e la Repubblica Federale.
E tuttavia sarebbe altrettanto superficiale ignorare un’evidente forma di continuità. Quella dell’immaginario.
Quando i documenti strategici contemporanei tornano a individuare nella Russia la minaccia fondamentale per l’Europa, il problema non consiste nello stabilire se questa valutazione sia corretta oppure no. La domanda è un’altra. Quali immagini del passato continuano a vivere dentro il linguaggio del presente? L’immaginario possiede una memoria che spesso sopravvive agli stessi Stati. Ed è forse questa la loro forma di potere più difficile da riconoscere.

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