Thomas Fazi: propaganda europea e condizionamento della stampa da parte degli organismi della Ue
Thomas Fazi è un giornalista e saggista italo-britannico noto per le sue posizioni critiche nei confronti dell’integrazione europea e delle istituzioni dell’UE. Nel 2025 ha pubblicato per il think tank MCC Brussels un rapporto intitolato “Brussels’ Media Machine”, poi ripreso e ampliato nel libro La macchina della propaganda europea. Le sue tesi hanno suscitato un acceso dibattito, ma sono anche oggetto di contestazione da parte di chi ritiene che le sue conclusioni vadano oltre quanto dimostrato dai dati.

Le evidenze, secondo Fazi, indicano che l’Ue investe sistematicamente per plasmare un ambiente mediatico «amico», volto a rafforzare la propria legittimità e i propri obiettivi politici, più che a sostenere una stampa libera. Il rapporto invoca una riflessione pubblica urgente e chiede che i legami istituzionali tra potere politico e giornalismo vengano scrutinati e, infine, interrotti.
Le tesi di Thomas Fazi
L’UE finanzia direttamente numerosi media e progetti giornalistici. Secondo il suo rapporto, la Commissione europea e il Parlamento europeo destinano ogni anno decine di milioni di euro a testate giornalistiche, agenzie di stampa, emittenti pubbliche, reti di fact-checking e progetti editoriali attraverso diversi programmi di finanziamento. La sua stima è di circa 80 milioni di euro all’anno, esclusi alcuni finanziamenti indiretti.
Il problema non sarebbe l’esistenza dei finanziamenti in sé, ma il loro effetto sul pluralismo. Fazi non sostiene che Bruxelles impartisca ordini alle redazioni o censuri direttamente i contenuti. La sua tesi è diversa: la dipendenza economica creerebbe una “relazione semi-strutturale” tra istituzioni europee e grandi media, favorendo una copertura generalmente più favorevole alle politiche dell’UE e riducendo gli incentivi a criticarle con forza.
Critica il modo in cui vengono presentati alcuni programmi europei. Secondo Fazi, iniziative formalmente destinate a sostenere il pluralismo, contrastare la disinformazione o rafforzare il giornalismo finirebbero in parte per finanziare contenuti che promuovono esplicitamente le politiche dell’Unione europea. In particolare richiama il programma Information Measures for the EU Cohesion Policy (IMREG) e altri bandi rivolti ai media.
Estende la critica oltre i media. Nel libro sostiene che lo stesso modello interesserebbe anche ONG, università, centri di ricerca e organizzazioni della società civile che ricevono fondi europei, creando, a suo giudizio, un ecosistema favorevole alle politiche di integrazione europea.
Una prima analisi
È importante distinguere le affermazioni di Fazi dai fatti accertati.
Alcuni elementi del suo lavoro sono verificabili: i programmi europei di finanziamento ai media, al giornalismo investigativo, ai progetti contro la disinformazione e alle campagne di comunicazione esistono realmente, così come sono pubblici molti dei relativi bandi e beneficiari.
Diversa è invece la conclusione secondo cui questi finanziamenti costituirebbero una forma di propaganda o determinerebbero un condizionamento sistematico dell’informazione. Questa è l’interpretazione di Fazi, non un fatto accertato.
La posizione ufficiale della Commissione europea è infatti diversa: Bruxelles sostiene che tali programmi servano a:
- rafforzare il pluralismo dei media;
- sostenere il giornalismo di qualità;
- finanziare l’informazione transfrontaliera;
- contrastare la disinformazione, in particolare quella attribuita ad attori stranieri.
Il dibattito ruota quindi attorno a una questione di principio: un’istituzione pubblica può finanziare progetti giornalistici senza influenzarne l’indipendenza editoriale? Fazi risponde negativamente, sostenendo che il solo rapporto economico produca un effetto di allineamento. Altri osservatori ritengono invece che i finanziamenti, se assegnati con criteri trasparenti e senza interferenze editoriali, non dimostrino di per sé un condizionamento della linea giornalistica.





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