Il risparmio europeo resta fermo sui conti: fisco e burocrazia frenano gli investimenti
L’associazione BETTER FINANCE confronta sette sistemi nazionali e indica le condizioni necessarie per rendere efficaci i nuovi conti europei di risparmio e investimento
L’Europa non soffre di una carenza di risparmio, ma della difficoltà di trasformarlo in investimenti produttivi di lungo periodo. È la conclusione centrale del rapporto Tax Distortions in Retail Investing, pubblicato da BETTER FINANCE, la federazione europea che rappresenta investitori individuali e utenti dei servizi finanziari, rappresentata a Bruxelles da Paolo Brambilla per l’Italia.

Lo studio confronta i conti di intermediazione ordinari e i sistemi agevolati presenti in Svezia, Germania, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi, Estonia e Islanda. L’obiettivo è comprendere quali caratteristiche possano favorire il successo dei Savings and Investment Accounts che la Commissione europea invita gli Stati membri a sviluppare nell’ambito della Savings and Investments Union.
Tre distorsioni principali
Secondo BETTER FINANCE, le decisioni delle famiglie sono condizionate da tre distorsioni principali: i vantaggi fiscali accordati ad alcuni prodotti rispetto ad altri, la complessità degli adempimenti e la tassazione dei rendimenti nominali senza considerare l’inflazione. Ne deriva un sistema nel quale grandi quantità di denaro restano nei depositi bancari o confluiscono nei prodotti maggiormente incentivati, non necessariamente in quelli più efficienti, trasparenti o adatti al risparmiatore.
I modelli analizzati presentano vantaggi e limiti differenti. Il conto svedese ISK applica un prelievo annuale calcolato sul valore delle attività e offre procedure fortemente automatizzate. La sua semplicità è un punto di forza, ma l’imposta può essere dovuta anche quando gli investimenti producono risultati modesti o negativi.
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L’Estonia rinvia invece la tassazione fino al momento in cui i prelievi superano i conferimenti effettuati. Il meccanismo favorisce reinvestimento, capitalizzazione e riequilibrio del portafoglio, riducendo il prelievo fiscale durante la fase di accumulo. Rimane però il problema della tassazione finale dei guadagni nominali, senza una correzione sistematica per la perdita di potere d’acquisto.
Nel Regno Unito gli Individual Savings Accounts consentono, entro determinati limiti, di ottenere redditi e plusvalenze esenti da imposte. Il rapporto sottolinea tuttavia che nemmeno un’agevolazione generosa basta, da sola, a convincere le famiglie a investire: reddito disponibile, preferenza per l’acquisto della casa, conoscenze finanziarie e fiducia nei mercati continuano ad avere un ruolo decisivo.
Francia e Germania dispongono di sistemi relativamente agevoli sul piano amministrativo, grazie al coinvolgimento degli intermediari nella dichiarazione e nel versamento delle imposte. Entrambi i Paesi, però, favoriscono prodotti concorrenti rispetto all’investimento diretto: assicurazioni vita e risparmio regolamentato in Francia; strumenti assicurativi e pensionistici in Germania. Il rischio è creare una distorsione commerciale nella quale il beneficio fiscale orienta la scelta più delle caratteristiche economiche del prodotto.
I Paesi Bassi tassano rendimenti presunti che possono divergere da quelli effettivamente conseguiti. L’Islanda applica un sistema proporzionale relativamente semplice, ma limita il riconoscimento delle perdite tra investimenti e periodi d’imposta. In nessuno dei sette ordinamenti esaminati, osserva BETTER FINANCE, emerge un meccanismo completo e convincente per tassare in modo sistematico soltanto i rendimenti reali, depurati dall’inflazione.
BETTER FINANCE propone una costruzione in più fasi
La lezione non è quindi quella di copiare un unico modello. Un conto efficace deve combinare incentivo riconoscibile, semplicità amministrativa, accesso a una gamma ampia e comprensibile di investimenti, costi sostenibili, stabilità normativa e trasferibilità tra fornitori. Il differimento dell’imposta può inoltre favorire la capitalizzazione composta e attenuare il peso fiscale annuale.
Inizialmente, ciascun Paese dovrebbe sviluppare strumenti compatibili con il proprio ordinamento. Successivamente, l’Unione potrebbe introdurre criteri minimi comuni, rendicontazione interoperabile e portabilità transfrontaliera. Nel lungo periodo potrebbe nascere un conto paneuropeo dotato di un’etichetta riconoscibile e di incentivi concordati tra gli Stati partecipanti, senza dover armonizzare interamente la fiscalità personale.
Per l’Italia il messaggio è particolarmente rilevante. Non basta creare un nuovo contenitore agevolato: occorre evitare procedure complesse, vincoli poco comprensibili e vantaggi concentrati su specifici prodotti. Obiettivo è costruire uno strumento semplice, competitivo e portabile, capace di tutelare la libertà di scelta e trasformare una parte del risparmio delle famiglie in capitale destinato alla crescita europea.
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