Un’Italia più povera, una pressione fiscale a livelli mai visti, una procedura d’infrazione senza fine. Intervista ad Alessia Potecchi
Alessia Potecchi, Dipartimento Economia e Finanze PD Nazionale
Il punto de La Mia Finanza
Pressione fiscale, Governo e opposizione si dividono sui numeri: chi ha ragione?
Il nuovo aumento della pressione fiscale ha riacceso lo scontro politico. Secondo l’Istat, nel secondo trimestre del 2026 il rapporto tra imposte, contributi sociali e Pil ha raggiunto il 43,5%, mezzo punto in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Il dato annuale è differente: il Documento programmatico di finanza pubblica stima per l’intero 2026 una pressione fiscale intorno al 43%, in lieve aumento rispetto al 2025.
La distinzione è importante: il 43,5% fotografa un trimestre e non può essere automaticamente presentato come il valore definitivo dell’anno. Tuttavia, la tendenza crescente è confermata. Nel 2025 la pressione fiscale annuale era salita al 43,1%, contro il 42,4% del 2024, perché le entrate fiscali e contributive erano aumentate più rapidamente del Pil nominale.

La posizione del Governo
Giorgia Meloni contesta l’equazione secondo cui una maggiore pressione fiscale dimostrerebbe automaticamente l’introduzione di nuove tasse. La presidente del Consiglio ricorda che l’indicatore misura il rapporto tra entrate pubbliche e Pil: può quindi aumentare anche per la crescita dell’occupazione, delle retribuzioni dichiarate, della base imponibile e del recupero dell’evasione.
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Il Governo rivendica l’accorpamento dei primi due scaglioni Irpef, la riduzione della seconda aliquota, il taglio strutturale del cuneo fiscale, la detassazione di premi di produttività e fringe benefit, la flat tax degli autonomi fino a 85mila euro e la decontribuzione per le madri lavoratrici. Meloni sostiene perciò che non sia possibile descrivere l’azione dell’esecutivo come un aumento generalizzato delle imposte.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti mantiene una linea più prudente. Conferma l’obiettivo di ridurre il prelievo sul ceto medio e di intervenire sull’aliquota Irpef del 43%, ma riconosce che gli spazi finanziari sono limitati dal debito, dagli interessi e dalle coperture necessarie per le misure annunciate.
Le accuse dell’opposizione
Partito Democratico e Movimento 5 Stelle assumono invece il dato Istat come prova del mancato rispetto della promessa di ridurre la pressione fiscale. Il presidente dei senatori del Pd, Francesco Boccia, parla di “fallimento del Governo” e collega l’aumento del prelievo alla perdita di potere d’acquisto, alla crescita debole e al nuovo incremento del debito.
Elly Schlein insiste sul divario tra gli impegni elettorali del centrodestra e una pressione fiscale tornata ai livelli più elevati degli ultimi anni. Giuseppe Conte associa invece il peso del fisco all’aumento del costo della vita e critica la scelta di destinare nuove risorse alla difesa anziché a salari, sanità e riduzioni fiscali.
Dove stanno le ragioni delle due parti
Sul piano tecnico, il Governo ha ragione quando afferma che un aumento della pressione fiscale non prova, da solo, che siano state alzate le aliquote per tutti. Se crescono l’occupazione regolare, le retribuzioni nominali o il recupero dell’evasione, aumentano le entrate e può salire anche il rapporto con il Pil.
L’opposizione ha però ragione nel ricordare che la pressione fiscale resta l’indicatore complessivo del prelievo esercitato sull’economia. Se le entrate fiscali crescono più del Pil, la quota di ricchezza trasferita al settore pubblico aumenta, anche quando alcune categorie ricevono sgravi. Gli alleggerimenti possono inoltre essere compensati da maggiori entrate provenienti da altre imposte, dalla riduzione di agevolazioni, dal fiscal drag o da prelievi concentrati su imprese e settori specifici.
La questione decisiva è quindi distributiva: non basta sapere se la pressione fiscale complessiva sale o scende; occorre stabilire chi paga di più, chi beneficia delle riduzioni e quanto resta effettivamente disponibile a famiglie e imprese.
Intervista ad Alessia Potecchi

“Dopo 4 anni il nostro paese è un paese più povero, che non cresce, che non investe, con una pressione fiscale a livelli altissimi che non è dovuta alla maggiore occupazione o alla lotta all’evasione come sostiene il Governo ma poiché sale l’inflazione, i salari nominali crescono per recuperare il potere d’acquisto, ma in un sistema a scaglioni progressivi come l’IRPEF questo incremento nominale fa slittare il contribuente in uno scaglione superiore, aumentando le tasse pagate a parità di ricchezza reale. Non siamo usciti dalla procedura di infrazione e il Governo su questo ci aveva contato molto e aveva basato e giustificato il rigore della sua politica economica e delle sue manovre, un debito pubblico in ulteriore aumento anche nel 2027, faremo peggio della Grecia. C’è poi un altro peso enorme in questo quadro la risalita dello spread tra BTP e Bund tornato sopra i 130 punti e poi sceso a 115 e l’inflazione”.
Nel secondo semestre del 2026 ha visto acuirsi questi fenomeni?
“Nel secondo trimestre dell’anno il potere di acquisto delle famiglie è diminuito dello 0,9% e questo va a cozzare con lo sbandierato sostegno al ceto medio, e ancora l’aumento del reddito disponibile è dello 0,4% a fronte dei consumi che crescono dell’1,7% e questo ha comportato che la propensione al risparmio degli italiani è scesa dell’1,2% perché le famiglie non ce la fanno e utilizzano i risparmi per fare la spesa. Ci sarà questo scostamento di Bilancio di 29 miliardi che va a produrre ulteriore debito e con esso la spesa per interessi per ripagare quel debito, l’anno scorso abbiamo pagato 87 miliardi quest’anno ne pagheremo 96 e il prossimo anno oltre 103. La spesa per interessi vale quanto spendiamo ogni anno per l’istruzione e le cose potrebbero andare ancora peggio con la crisi di Hormuz che continua o con una situazione negativa dei mercati che porterebbe all’impossibilità di ridurre il debito fino alla fine del prossimo anno”.
Che cosa può fare l’Europa per noi?
“Il Governo continua a chiedere all’Europa maggiore flessibilità, nuovi permessi su tutto pretendendo dall’Europa il nulla osta alle proprie richieste dettando regole e tempi a seconda delle esigenze del momento e se non ci riesce la colpa non è dei conti pubblici e della situazione economica che loro stessi hanno determinato ma dell’Europa stessa che dice di no. Di questi 29 miliardi dello scostamento sono utilizzati come una raccolta disordinata di incentivi congiunturali e provvedimenti parziali, sganciati da una visione complessiva per il futuro dell’Italia”.
Altre cose che non condivide con le politiche governative?
“C’è l’altra parte utilizzata sul versante armi e difesa, cifra consistente utilizzata singolarmente dagli stati e non in un contesto comune europeo per spingere verso una difesa comune. Ancora la spesa per le pensioni che lievita a causa dell’inflazione, Salvini insiste con quota 64 mentre Bruxelles ci chiede esplicitamente di incentivare il permanere al lavoro soprattutto al sud del paese. Si prospetta una nuova Manovra specchio, se non peggio, delle precedenti con mance elettorali e orientata al consenso di breve termine ma senza interventi strutturali ed efficaci per fare fronte alle esigenze del paese che sono tante e aumentano”.
Per quanto riguarda il fisco, qual’è la sua posizione?
“L’espansione dei regimi sostitutivi ha accentuato la disparità di trattamento tra le varie tipologie di reddito e allontanato ulteriormente il sistema dall’obiettivo dell’equità orizzontale. E infatti 25 milioni di italiani non versano nulla e il 19% paga il 65% dell’imposta, c’è dunque un grave problema di riequilibrio fiscale e di giustizia, ma anche di lotta all’evasione e all’elusione. La delega non ha completato molti altri capitoli, la riforma dell’IVA, il superamento dell’IRAP, la riforma dell’IRES. I provvedimenti annunciati sul tema fiscale come l’aliquota del 33% fino a 60.000 euro di reddito non aiutano il ceto medio perché l’aumento sarà poi mangiato dal fiscal drag e sarà irrisorio esattamente come il precedente”.
Un commento sulla Sanità?
“Si prospetta un’ulteriore riduzione degli investimenti rispetto al PIL. Nel 2026 si è attestato al 6,4% ed è destinato a scendere al 6,3% nel 2027, il nostro paese resterà ben lontano dal 7,1% della media europea. Le risorse messe sul discorso IRPEF e riduzione aliquote andrebbero impiegate qui, ricordo che la resa strutturale delle tre aliquote è costato 4 miliardi e 300 milioni con un beneficio di 14 euro a mese per i contribuenti interessati”.
Il tema dei costi dell’energia preoccupa molto i cittadini, che cosa si potrebbe fare?
“L’energia è un problema che vessa famiglie e imprese: servono interventi strutturali in lunga prospettiva e non a spot e a puzzle. Si può abbattere il costo dell’energia con lo sviluppo delle rinnovabili e gli investimenti sulle reti e sull’efficienza, occorrono interventi programmatici, occorre competenza”.
L’ideale sarebbe restituire potere di acquisto ai salari con politiche adeguate, ma come si potrebbe fare?
“Sì, parliamo di salario minimo, rafforzamento della contrattazione collettiva e iniziative mirate per i giovani che hanno diritto di lavorare e restare nel loro paese: limitare i contratti a termine e gli abusi del lavoro intermittente per garantire continuità di reddito con le dovute tutele previdenziali. Il vero convitato di pietra è il nostro altissimo debito pubblico e noi rischiamo di andare a sbattere e di precipitare in una spirale da cui poi difficilmente riusciremo ad uscire e a farne le spese sono e saranno le persone e le famiglie che si trovano già in una situazione sociale di svantaggio e cui questo governo non ha minimamente guardato”.
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