Cina: le tensioni commerciali e la debolezza della crescita
A settembre la Cina ha festeggiato i 70 anni di governo comunista, ma venerdì scorso ha raggiunto un traguardo più cupo, il minimo pluridecennale in termini di crescita trimestrale del PIL.
Mentre la crescita del 6% su base annua sarebbe invidiata da qualsiasi mercato sviluppato, si traduce in una pressione costante sulla seconda economia più grande del mondo.
La debolezza può essere ricondotta a una serie di fattori diversi, ma le tensioni commerciali e l’effetto che hanno sulla fiducia delle imprese rimangono l’elefante nella stanza. In tal senso, sembra esserci una fine in vista per questa situazione di stallo.
A inizio ottobre, Trump ha annunciato un accordo di “fase 1 sostanziale” con la Cina che ritarderebbe i dazi; in cambio la Cina si impegnerebbe in acquisti agricoli statunitensi, sulla gestione della valuta, sulla proprietà intellettuale e sull’accessibilità dell’industria dei servizi finanziari. Tutti gli occhi saranno puntati sull’incontro di Xi e Trump al prossimo forum APEC di novembre, in quanto potrebbe trattarsi del contesto per un accordo formale.
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Tuttavia, nulla è ancora stato concordato per iscritto e, come ogni osservatore della Brexit potrebbe confermare – un accordo non è tale fin quando non è siglato. L’esitazione del mercato a scontare nei prezzi una svolta sulla guerra commerciale è quindi totalmente razionale. Nonostante lo scenario impegnativo e l’incertezza politica, la Cina rimane un’economia molto diversificata con una serie di sfide e opportunità per le società che operano sul territorio.
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