Italia indietro sull’AI: solo il 19,9% delle persone la utilizza

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Divario con l’Europa e ritardi strutturali tra cultura digitale, imprese e formazione

Solo il 19,9% degli italiani utilizza strumenti di intelligenza artificiale, contro una media europea del 32,7%. Un dato che fotografa con chiarezza il ritardo digitale del Paese, soprattutto se si considera la velocità con cui l’AI sta entrando nei processi produttivi, nei servizi e nella vita quotidiana. Non si tratta solo di una differenza quantitativa, ma di un gap strutturale che rischia di riflettersi su competitività, occupazione e innovazione.

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Un ritardo che parte da lontano

Il divario italiano ha radici profonde. Da un lato pesa una diffusione ancora limitata delle competenze digitali di base, dall’altro una certa resistenza culturale verso l’adozione di nuove tecnologie. A questo si aggiunge la struttura del sistema produttivo: un tessuto composto in larga parte da piccole e medie imprese, spesso meno attrezzate per investire in innovazione avanzata.

Il risultato è un’adozione più lenta, soprattutto fuori dai grandi centri urbani e dai settori più tecnologici.

AI e lavoro: opportunità ancora poco sfruttate

L’intelligenza artificiale sta trasformando il modo di lavorare, automatizzando compiti ripetitivi e supportando attività più complesse, dalla scrittura alla programmazione fino all’analisi dei dati. Tuttavia, in Italia queste opportunità sono ancora sfruttate solo in parte.

Molte aziende utilizzano l’AI in modo sperimentale, senza integrarla realmente nei processi. Il rischio è quello di restare in una fase di test permanente, mentre altri Paesi accelerano sull’adozione su larga scala.

La media europea al 32,7% indica che il processo è già in corso, con Paesi del Nord Europa e alcune economie avanzate che registrano livelli di utilizzo significativamente più alti. In questi contesti, l’AI è già parte integrante delle strategie aziendali e delle politiche pubbliche. Il gap italiano non è quindi tanto interno, ma relativo: peggiora perché altri Paesi corrono più velocemente.

La lettura della stampa internazionale

I principali quotidiani economici sottolineano il rischio di una “divergenza digitale”. Il Financial Times evidenzia come l’adozione dell’AI sia ormai un fattore chiave di produttività e crescita, mentre The Economist parla di una nuova fase in cui i Paesi che integrano rapidamente queste tecnologie accumulano un vantaggio competitivo difficile da colmare.

Anche il Wall Street Journal sottolinea come il ritardo nell’adozione possa tradursi in una perdita di competitività per imprese e lavoratori, soprattutto nei settori ad alta intensità di conoscenza.

Le cause principali

Il basso utilizzo dell’AI in Italia è legato a diversi fattori: carenza di competenze digitali avanzate, investimenti limitati in innovazione, scarsa integrazione tra università e imprese e timori legati all’impatto sull’occupazione. A questi si aggiunge una percezione ancora ambigua dell’AI, vista più come rischio che come opportunità.

Il dato del 19,9% non è solo una statistica: è un indicatore della capacità del Paese di adattarsi a una trasformazione tecnologica profonda. L’AI non è più una scelta opzionale, ma una componente strutturale dell’economia. Se il divario non verrà colmato rapidamente, il rischio è quello di restare ai margini di una rivoluzione che sta già ridisegnando il lavoro, le imprese e la competitività globale.

La fonte dei dati

Nel 2025, un terzo delle persone intervistate nell’UE aveva utilizzato strumenti di intelligenza artificiale generativa nei tre mesi precedenti; i tassi più elevati si sono registrati in Danimarca (48%), Estonia e Malta (entrambe al 47%) e Finlandia (46%).

I giovani hanno dichiarato di utilizzare l’intelligenza artificiale generativa più delle persone anziane; la fascia d’età tra i 16 e i 24 anni è risultata la più utilizzatrice (64%), mentre solo il 7% degli intervistati di età compresa tra i 65 e i 74 anni ne ha fatto uso. Il motivo più comune per non utilizzare l’IA generativa era che le persone semplicemente non ne sentivano il bisogno (64%).

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Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.
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Gli articoli pubblicati su questa testata rispettano la normativa europea (AI Act) e i principi deontologici dell’Ordine dei Giornalisti. L’utilizzo costante dell’intelligenza artificiale permette la corretta verifica delle fonti e la creazione di una traccia che tenga conto dei temi più significativi. Nessun articolo può essere pubblicato autonomamente dall’intelligenza artificiale: ogni autore interviene personalmente non solo nella fase della scrittura dell’articolo, ma anche nella verifica della veridicità di notizie e dati riportati.

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