Il lusso italiano al bivio: o piattaforma, o frammentazione.
— di Umberto Callegari — Founding Partner & President, Askéon Capital | Executive Chairman, Excursus Group | Governance-led Investor in Italian SMEs
Il 16 aprile Luca De Meo ha presentato ReconKering alla Leopolda di Firenze. Non è stata una conferenza stampa come le altre. È stato il tentativo più ambizioso di ridisegnare l’architettura industriale di un gruppo del lusso dopo anni in cui il settore ha perso oltre 100 miliardi di capitalizzazione.
Gucci ha chiuso il primo trimestre 2026 a -8%. Le tensioni geopolitiche hanno cambiato il comportamento del cliente asiatico e mediorientale. Il mercato non cresce più per inerzia. Questo è lo sfondo reale, non la cornice estetica di un marchio in difficoltà.

Il piano di De Meo ha una sequenza precisa
Reset entro fine 2026, rebuild entro 2028, reclaim entro 2030. Cinque hub industriali che centralizzano supply chain, client intelligence, tecnologia, sostenibilità e funzioni di supporto. Le maison mantengono autonomia creativa, la piattaforma industriale diventa il vero differenziatore. Raddoppio del margine operativo ricorrente, ROCE sopra il 20%, cento punti vendita in meno sui 1.700 attuali. Non sono slogan, sono numeri che gli analisti verificheranno trimestre dopo trimestre.
Vale la pena dire una cosa che pochi stanno dicendo. Il piano è straordinariamente difficile da eseguire. Costruire cinque hub integrati mentre si rilancia Gucci e si razionalizza la rete retail richiede un livello di esecuzione che pochissimi manager al mondo possono garantire. De Meo è uno di quelli, per il percorso che ha fatto da Renault, Seat, Fiat, Audi, ma la soglia di errore tollerabile è bassa. Chi ha gestito turnaround sa quanto costa ogni singola fase. Io ho grande stima per De Meo proprio perché sta firmando pubblicamente un impegno che molti, nella sua posizione, avrebbero diluito in retorica e tempi indefiniti.
C’è un punto industriale che dal lusso trascina tutta la manifattura italiana. La filiera del lusso in Italia, pelletteria toscana, calzatura marchigiana, tessile del nord-est, orafi aretini, tiene in piedi decine di migliaia di aziende piccolissime. Per trent’anni il modello dominante è stato l’estrazione di valore da quei fornitori, pressione sui prezzi, pagamenti lunghi, volumi concentrati su pochi clienti finali. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Filiere impoverite, capacità tecnica in erosione, passaggi generazionali saltati, asset che finiscono a investitori esteri a multipli depressi.
Il modello Kering di aggregazione industriale
Il modello Kering di aggregazione industriale va nella direzione opposta: integrare, proteggere, investire nella capacità produttiva come asset strategico, non trattarla come commodity negoziabile. Questa è la scelta che l’Italia deve fare a scala nazionale, e non solo nel lusso. Aggregazione protetta significa campioni nazionali e rete industriale difesa nei territori. Frammentazione continua significa vendere pezzo per pezzo quello che è stato costruito in tre generazioni.
Il contrappunto arriva dalla cronaca di questa stessa settimana. Dolce & Gabbana annuncia l’uscita di Stefano Gabbana dalla presidenza retroattiva al primo gennaio, la nomina di Stefano Cantino come co-CEO, 450 milioni di debito in ristrutturazione, il 40% della quota Gabbana in valutazione strategica. Non un giudizio sul brand, che resta un patrimonio italiano. La fotografia di cosa succede a un’impresa iconica quando il passaggio generazionale arriva per evento emotivo invece che per progettazione, e senza una piattaforma industriale alle spalle che assorba l’urto.
Il lusso italiano indipendente
Il lusso italiano indipendente, D&G, Armani, Prada, Ferragamo e decine di brand mid-market, ha due traiettorie reali nei prossimi cinque anni. Entrare dentro piattaforme di consolidamento con disciplina operativa, anche se significa cedere controllo, o affrontare da solo geopolitica, successione e distress finanziario in ordine sparso. La terza via, restare indipendenti come sempre, non è più un’opzione strategica. È una sequenza temporale che porta forzatamente alla prima o alla seconda.
Nel lusso del 2026 la creatività non è più il vantaggio competitivo. È il prerequisito. Il vantaggio è la piattaforma industriale che la rende sostenibile nel tempo.
Umberto Callegari Founding Partner & Chairman, Askeon Capital






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