Logistica italiana sotto pressione: come l’AI può trasformare la crisi in vantaggio competitivo

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Con 79.000 aziende coinvolte nella filiera e un mercato proiettato verso i 117 miliardi, la logistica italiana continua a crescere anche in uno scenario internazionale in rapido cambiamento. La vera partita oggi si gioca su dati, automazione e nuove competenze commerciali.

A firma di Luca Bianco, Direttore Area Vendite Nord Italia, Execus S.p.A.

Negli ultimi mesi la logistica italiana si è trovata a operare in uno scenario internazionale sempre più dinamico, incerto e complesso, tra cambiamenti nelle rotte commerciali e nuovi equilibri nei trasporti marittimi. Eppure, guardando i numeri, il settore continua a crescere, assumere e accelerare sulla trasformazione digitale. Una resilienza che riflette investimenti e strategie costruiti negli anni precedenti e che oggi permettono alle aziende di affrontare con maggiore flessibilità le sfide del commercio globale.

Dopo una fase di rallentamento nel 2023, infatti, il valore del settore della logistica conto terzi ha mostrato segnali chiari di ripresa: +1,7% nel 2024 e un ulteriore +1,9% per il 2025portando il comparto a 112,4 miliardi di euro. L’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” del Politecnico di Milano proiettava inoltre il mercato oltre la soglia dei 117 miliardi nel 2026[1]. Una stima elaborata prima della attuale situazione geopolitica, ma che il settore può ancora considerare raggiungibile, a patto di accelerare su un fronte preciso: quello dell’innovazione.

I dati parlano chiaro: la logistica italiana vale circa l’8% del PIL nazionale, occupa oltre 1,4 milioni di addetti e coinvolge 79.000 aziende tra trasporto, magazzinaggio e servizi integrati (Confindustria, Osservatorio Contract Logistics, Politecnico di Milano). Sul fronte occupazionale, il bollettino Excelsior di Unioncamere[2], conferma che i servizi di trasporto, logistica e magazzinaggio figurano tra i principali ambiti di attivazione della domanda di lavoro ad aprile 2026, con circa 340 mila ingressi programmati ad aprile (il 68% del totale) e 1,15 milioni nel primo trimestre. Un segnale di vitalità che colpisce proprio perché arriva in un momento di forte pressione operativa, e che racconta di un settore che non si è chiuso nella difensiva, ma anzi ha scelto di investire.

A trainare questa trasformazione sono soprattutto i grandi poli logistici del Nord Italia, con Lombardia e Piemonte che restano il cuore del comparto. Il Nord Ovest concentra infatti il 33% del PIL nazionale, il 38% delle esportazioni, il 35% degli occupati e il 29% delle imprese, generando il 44% del fatturato nazionale del settore[3]. Anche il Nord Est continua a rafforzare il proprio peso grazie alla manifattura export-oriented e ai traffici intermodali: nel primo trimestre 2025 il porto di Trieste ha registrato una crescita del traffico container del +34,75% e un aumento delle Autostrade del Mare verso la Turchia del +8,61%, confermando il ruolo crescente del Friuli Venezia Giulia nei collegamenti tra Mediterraneo ed Europa centrale[4]. Parallelamente, il Veneto consolida la propria centralità logistica grazie all’integrazione tra distretti manifatturieri, interporti e corridoi ferroviari europei che continuano a rappresentare uno snodo strategico per la distribuzione delle merci tra Italia ed Europa continentale. Evidenze che mostrano come la competitività della logistica italiana passi sempre più dalla capacità dei territori di integrare infrastrutture, tecnologie e competenze lungo tutta la supply chain.

Tuttavia, secondo la survey “Corridoi ed efficienza logistica dei territori”[5], realizzata da Contship e SRM su 400 imprese manifatturiere di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna — le tre regioni che insieme concentrano la quota più alta di operatori, magazzini e piattaforme intermodali del Paese – il settore della logistica è in evoluzione ma ancora frammentato dal punto di vista tecnologico. Oltre la metà delle imprese si dichiara già altamente digitalizzata e il 62% prevede di aumentare gli investimenti in tecnologia nei prossimi anni, ma solo l’11% utilizza soluzioni intermodali strada-ferro nei collegamenti con i porti. Nel frattempo, il 51% ha già introdotto o sta valutando l’impiego dell’AI, mentre il 43% segnala impatti diretti delle tensioni geopolitiche sulle proprie supply chain. Due dati che, letti insieme, indicano chiaramente come la digitalizzazione non sia più una leva opzionale, ma una risposta operativa a un contesto strutturalmente instabile.

A conferma di questa tendenza, le stime del Politecnico di Milano indicano che circa il 30% delle aziende committenti ha già avviato progetti di AI nella logistica, con una diffusione più marcata tra le grandi imprese (46%) e le medie (42%) rispetto alle piccole (19%). Una quota destinata a crescere fino al 44% nei prossimi tre anni[6], accelerata proprio delle tensioni geopolitiche che stanno accorciando i tempi di adozione.

Gli ambiti di applicazione sono concreti: gestione degli ordini, previsione della domanda, pianificazione dei riordini, ottimizzazione delle operazioni di magazzino e delle rotte di trasporto. Tecnologie come i digital twin, la manutenzione predittiva e l’automazione dei flussi stanno ridisegnando i processi operativi con effetti misurabili in riduzione dei costi e affidabilità del servizio. I risultati[7] parlano chiaro: l’81% delle aziende che ha adottato soluzioni di AI dichiara benefici concreti in termini di efficienza dei processi, qualità del servizio, riduzione dei costi e miglioramento della sostenibilità operativa.

Il vero nodo, tuttavia, resta l’integrazione. Il valore dell’intelligenza artificiale non risiede nella tecnologia in sé, ma nella capacità di inserirla nei processi aziendali: qualità dei dati, competenze interne e infrastrutture digitali sono oggi i principali fattori abilitanti. In un mercato in cui la maggioranza degli operatori logistici italiani opera ancora senza API o integrazioni digitali — un livello sensibilmente superiore alla media europea — e in cui le inefficienze strutturali pesano circa 30 miliardi di euro l’anno sull’economia nazionale (Uirnet, MIT), questo margine non solo descrive criticità strutturali, ma un’opportunità già disponibile.

Non solo. Un tassello altrettanto decisivo riguarda i comparti commerciali, chiamati oggi a evolvere da funzione di vendita tradizionale a leva strategica di integrazione tra mercato, clienti e supply chain. Tra gli attuali profili più richiesti emergono infatti proprio figure capaci di coniugare visione commerciale e comprensione tecnica dei processi logistici. Non si tratta più soltanto di vendere un servizio di trasporto o stoccaggio, ma di costruire soluzioni su misura, basate su analisi predittive della domanda, gestione dinamica dei flussi e ottimizzazione dei costi lungo tutta la catena del valore.

In questo scenario, i team commerciali diventano veri e propri connettori tra tecnologia e business. Da un lato intercettano le esigenze dei clienti — sempre più orientati a flessibilità, tracciabilità e sostenibilità — dall’altro collaborano con operations e IT per trasformare queste esigenze in soluzioni concrete, spesso abilitate dall’intelligenza artificiale. La capacità di leggere i dati, anticipare i bisogni e proporre modelli contrattuali innovativi diventa quindi centrale quanto l’efficienza operativa. In un contesto segnato da incertezza, volatilità e supply chain messe alla prova, la funzione commerciale assume anche un ruolo di gestione del rischio: comunicare tempestivamente variazioni di tempi e costi, ridefinire le aspettative dei clienti e mantenere relazioni solide diventa parte integrante della resilienza aziendale. È qui che competenze come negoziazione, problem solving e customer experience acquisiscono un peso sempre più strategico. Infine, la crescente complessità del settore rende sempre più necessario un approccio consulenziale alla vendita. Le imprese logistiche che sapranno integrare competenze commerciali avanzate con strumenti digitali e capacità analitiche avranno un vantaggio competitivo concreto: non solo reagire alle crisi, ma anticiparle, trasformando l’incertezza in opportunità di crescita.

In conclusione, la traiettoria del settore verso i 117 miliardi non è garantita, certo. La situazione nello Stretto di Hormuz ha aggiunto variabili a cui nessun modello previsionale aveva pensato, ma ha anche accelerato processi di trasformazione che erano già in corso. Il settore che emerge da questa fase è più consapevole dei propri punti di debolezza e più motivato ad affrontarli.

La logistica italiana ha le caratteristiche per confermare la propria traiettoria di crescita: un tessuto imprenditoriale denso, una concentrazione geografica che favorisce l’innovazione a sistema, una crescente adozione di tecnologie che stanno già dimostrando il loro valore. La domanda non è se il settore crescerà: è a che velocità saprà digitalizzarsi per sostenere quella crescita. Ed è su questa capacità che si misurerà, nei prossimi mesi, la competitività delle imprese italiane.


[1] Osservatorio Contract Logistics ‘Gino Marchet’ del Politecnico di Milano. (2024). Dati sul mercato della Contract Logistics in Italia https://www.osservatori.net/comunicato/contract-logistics-gino-marchet/mercato-contract-logistics-italia/

[2] https://www.lavoro.gov.it/pn-giovani-donne-lavoro/comunicazione/notizie/bollettino-excelsior-500mila-assunzioni-ad-aprile

[3] https://www.osservatori.net/comunicato/contract-logistics-gino-marchet/logistica-italia-aziende-nord-ovest/

[4] https://www.adspmao.it/it/notiziecomunicati/porto-di-trieste-primo-trimestre-2025-traffici-in-tenuta-nonostante-il-rallentamento-europeo-record-storico-container-34-75

[5] https://contshipitalia.com/wp-content/uploads/2026/03/Corridoi-FULLREPORT-26.pdf

[6] Osservatorio Contract Logistics ‘Gino Marchet’ del Politecnico di Milano. (2024). Dati sul mercato della Contract Logistics in Italia https://www.osservatori.net/comunicato/contract-logistics-gino-marchet/mercato-contract-logistics-italia/

[7] Ibidem

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