L’Italia esporta il suo prodotto migliore: i laureati

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Le università sono tra le migliori al mondo nella formazione delle competenze del futuro, ma il sistema economico non riesce a trasformarle in innovazione e crescita. Il conto della fuga dei cervelli supera i 130 miliardi di euro.

— di Pierpaolo Ponzone

L’Italia continua a esportare uno dei suoi prodotti migliori. Non è il vino. Non è la moda. Non è la meccanica di precisione. Sono i suoi laureati.

Ogni anno migliaia di giovani altamente qualificati, formati nelle università italiane, scelgono di costruire altrove il proprio futuro professionale. È un fenomeno noto da tempo, ma oggi un rapporto internazionale ne fotografa con precisione il paradosso: il Paese investe nella formazione di talenti che troppo spesso finiscono per creare ricchezza, innovazione e sviluppo fuori dai confini nazionali.

Il QS World Future Skills Index 2027

È quanto emerge dal QS World Future Skills Index 2027, che assegna all’Italia il 9° posto nel mondo per qualità della preparazione accademica, ma soltanto il 41° per capacità del sistema economico di valorizzare le competenze prodotte dalle università. Uno dei divari più ampi registrati tra le economie avanzate.

La conclusione è netta. Il problema dell’Italia non è la qualità dell’università. È quello che accade dopo.

Gli atenei preparano giovani con competenze sempre più richieste — dall’intelligenza artificiale al digitale fino alla sostenibilità — ma il tessuto produttivo continua a mostrare difficoltà nel trasformare quel patrimonio di conoscenze in innovazione, produttività e crescita economica.

Il rapporto individua proprio qui il principale punto di debolezza del Paese. La preparazione della forza lavoro si colloca infatti soltanto al 56° posto della graduatoria internazionale, segnale di una persistente difficoltà nell’assorbire e valorizzare il capitale umano disponibile.

Non è soltanto una questione di competenze tecniche.

Secondo gli analisti, molte imprese continuano a registrare un deficit nelle capacità manageriali, organizzative, relazionali e di leadership, oggi considerate essenziali quanto le competenze scientifiche e tecnologiche per affrontare le trasformazioni del mercato del lavoro.

Nel quadro complessivo l’Italia occupa il 22° posto tra 89 economie analizzate. Ma la classifica racconta solo una parte della storia. A colpire è soprattutto la distanza tra un sistema universitario capace di produrre eccellenza e un sistema economico che fatica ancora a trasformare quella eccellenza in valore aggiunto.

Le conseguenze sono ormai misurabili

Tra il 2012 e il 2022 oltre 1,3 milioni di italiani hanno lasciato il Paese e più del 60 per cento aveva meno di 35 anni. Nel solo 2023 circa 21 mila laureati tra i 25 e i 34 anni hanno scelto di trasferirsi all’estero, quasi il doppio rispetto all’anno precedente.

Per un Paese che figura tra quelli dell’area Ocse con i più elevati tassi di emigrazione qualificata e tra i più bassi livelli di rientro dei propri talenti, il costo economico è enorme.

Secondo le stime del rapporto, tra il 2011 e il 2023 la fuga dei cervelli è costata all’Italia oltre 130 miliardi di euro.

È una perdita silenziosa, ma strategica

Lo Stato finanzia scuole, università, ricerca e formazione. Le famiglie investono anni di sacrifici nello studio dei figli. Poi, nel momento in cui quel capitale umano dovrebbe trasformarsi in innovazione, competitività e crescita, una parte significativa prende la strada dell’estero, dove trova condizioni professionali più favorevoli.

Anche il confronto europeo conferma il ritardo. Nella graduatoria del QS World Future Skills Index l’Italia si colloca dietro Regno Unito, Germania, Spagna e Francia. Non perché formi laureati meno preparati, ma perché dispone di un ecosistema meno efficace nel trasformare conoscenza, ricerca e competenze in sviluppo economico.

È proprio in questo passaggio che, secondo gli autori del rapporto, si gioca una parte decisiva della competitività del Paese nell’era dell’intelligenza artificiale.

Le basi accademiche esistono e sono solide

La sfida non è produrre più talento. È creare le condizioni perché quel talento possa trovare spazio in Italia, trasformando ricerca, competenze e innovazione in investimenti, produttività e occupazione qualificata.

Per riuscirci non basterà migliorare l’università, che già oggi rappresenta uno dei punti di forza del sistema Paese. Sarà necessario rafforzare il dialogo tra atenei, imprese e istituzioni, costruendo un ambiente capace di trattenere i giovani più preparati e di valorizzarne il potenziale.

Perché un Paese che forma alcuni dei migliori talenti del mondo, ma lascia che siano altri a raccoglierne i frutti, non perde soltanto capitale umano.

Perde una parte del proprio futuro.

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