L’Africa prende le distanze dal dollaro: yuan e valute locali guadagnano terreno
Governi e imprese cercano di ridurre i costi e i rischi legati alla valuta statunitense. Crescono i pagamenti in renminbi e le piattaforme africane di compensazione, ma il «biglietto verde» resta dominante nel debito e nella finanza internazionale

Il processo è ancora graduale, ma la direzione appare ormai riconoscibile. Diversi Paesi africani stanno cercando di ridurre la dipendenza dal dollaro, utilizzato per decenni non soltanto nel commercio con gli Stati Uniti, ma anche negli scambi interni al continente, nel pagamento delle materie prime e nel servizio del debito estero.
Non si tratta, almeno per ora, di una vera detronizzazione del «biglietto verde». Secondo una recente analisi dell’Economist, circa il 70% del debito pubblico estero africano rimane denominato in dollari. A livello mondiale, inoltre, la valuta statunitense rappresenta ancora quasi il 60% delle riserve ufficiali e oltre l’80% della finanza commerciale, come ricordato dal Fondo monetario internazionale.
Il malcontento africano nasce però da ragioni molto concrete. Quando il dollaro si rafforza o i tassi d’interesse americani aumentano, il costo dei finanziamenti e delle importazioni sale immediatamente. I governi devono procurarsi più valuta estera per rimborsare debiti contratti in dollari, mentre imprese e commercianti subiscono commissioni e oscillazioni dei cambi anche quando acquistano beni da un altro Paese africano.
Il peso del debito in valuta estera
La questione è diventata particolarmente urgente nel 2026. Secondo S&P Global Ratings, citata da Reuters, i governi africani devono affrontare quest’anno oltre 90 miliardi di dollari di rimborsi sul debito estero, più del triplo rispetto al 2012. Egitto, Angola, Sudafrica e Nigeria figurano tra i Paesi maggiormente esposti.
Il problema non è soltanto la dimensione del debito, ma la sua composizione. La Banca africana di sviluppo sottolinea che l’indebitamento in valuta straniera espone i bilanci pubblici alle svalutazioni delle monete nazionali. Anche un debito apparentemente sostenibile può quindi diventare molto più oneroso quando il cambio si deteriora.
Per questo alcuni governi stanno tentando di sostituire una parte delle passività in dollari con debiti denominati in yuan oppure nelle rispettive valute nazionali. Kenya ed Etiopia hanno discusso con Pechino la conversione in renminbi di prestiti concessi dalla Cina. Per Nairobi, l’obiettivo è allineare maggiormente la valuta del debito a quella del principale partner commerciale e ridurre la domanda di dollari necessaria per i rimborsi.
Parallelamente, il Fondo monetario internazionale segnala una crescita del ricorso ai mercati obbligazionari domestici. Finanziare una quota maggiore del debito nella propria moneta riduce il rischio di cambio, anche se può trasferire i rischi sulle banche e sui risparmiatori locali e far aumentare i rendimenti richiesti dagli investitori.
Lo yuan avanza con il commercio cinese
Il principale beneficiario esterno della diversificazione è il renminbi. La Cina è il maggiore partner commerciale bilaterale dell’Africa e uno dei principali finanziatori di infrastrutture, energia e attività minerarie. Pagare direttamente in yuan evita il doppio passaggio dalla valuta africana al dollaro e dal dollaro alla moneta cinese.

La tendenza comincia a coinvolgere anche le banche commerciali. Ecobank, presente in oltre 30 Paesi africani, ha avviato negoziati con Bank of China per realizzare entro la fine del 2026 un sistema di regolamento in yuan. L’obiettivo è consentire soprattutto alle piccole e medie imprese africane di pagare direttamente i fornitori cinesi, come riferito da Reuters.
Altri segnali arrivano dall’integrazione di Standard Bank nel sistema cinese Cips, dall’utilizzo dello yuan per alcune royalty minerarie in Zambia e dalla decisione dell’Angola di ammettere il renminbi tra le valute utilizzabili dalle banche per una parte delle riserve obbligatorie.
Pechino ottiene così un duplice risultato: amplia l’utilizzo internazionale della propria moneta e rafforza i legami finanziari con un continente strategico per l’approvvigionamento di materie prime. Per i governi africani, tuttavia, sostituire il dollaro con lo yuan non equivale necessariamente a conquistare una piena autonomia monetaria. Il rischio è passare da una dipendenza valutaria a un’altra.
Il renminbi presenta inoltre limiti strutturali. Non è completamente convertibile, il mercato finanziario cinese rimane sottoposto a controlli e la sua liquidità internazionale è assai inferiore a quella del dollaro. Per questo difficilmente potrà sostituire nel breve periodo la valuta americana come principale moneta di riserva e finanziamento.
La vera alternativa sono le valute africane
La trasformazione forse più significativa riguarda l’utilizzo diretto delle monete locali negli scambi tra Paesi africani. Attualmente molte operazioni commerciali interne al continente vengono convertite prima in dollari o euro, anche quando nessuna delle due parti ha rapporti con Stati Uniti o Unione europea.
Il Pan-African Payment and Settlement System, o Papss, promosso da Afreximbank nell’ambito dell’area africana di libero scambio, permette invece di effettuare pagamenti transfrontalieri nelle valute nazionali. Il venditore riceve la propria moneta, mentre il compratore paga con quella del proprio Paese.
Durante la fase pilota del nuovo mercato valutario collegato al Papss, oltre 80 imprese hanno effettuato transazioni su 12 coppie di valute africane. Afreximbank stima che la mancanza di liquidità tra le monete locali produca un ostacolo finanziario da circa 5 miliardi di dollari all’anno. La piattaforma punta a eliminare almeno una parte di questo costo, secondo i dati diffusi dalla banca africana.
Anche il Comesa, il mercato comune dell’Africa orientale e meridionale composto da 21 Stati, ha lanciato una piattaforma digitale per i pagamenti transfrontalieri in valute locali. Il progetto, sperimentato inizialmente tra Malawi e Zambia, mira a contenere i costi delle transazioni sotto il 3%, con benefici soprattutto per le piccole imprese, secondo Reuters.
Una de-dollarizzazione pragmatica
L’Africa non sta dunque abbandonando improvvisamente il dollaro. Sta piuttosto costruendo un sistema monetario più articolato, nel quale il biglietto verde convive con yuan, euro, valute regionali e monete nazionali.
La scelta risponde soprattutto a esigenze economiche: ridurre le commissioni, preservare le riserve in valuta pregiata, limitare il rischio di cambio e facilitare il commercio previsto dall’African Continental Free Trade Area.
Restano però ostacoli rilevanti. Molte valute africane sono poco liquide, soggette a inflazione elevata e difficili da utilizzare fuori dai confini nazionali. Nei Paesi che hanno attraversato ripetute crisi monetarie — come Zimbabwe, Angola e Mozambico — famiglie e imprese continuano a preferire spontaneamente il dollaro come strumento di risparmio e unità di conto.
La sfida, quindi, non consiste semplicemente nel respingere la moneta americana. Consiste nel rendere credibili le alternative. Senza stabilità dei prezzi, mercati finanziari profondi e banche centrali affidabili, la de-dollarizzazione rischia di rimanere un obiettivo politico. Con infrastrutture come Papss e una maggiore integrazione commerciale, invece, le valute africane possono iniziare a conquistare uno spazio economico reale.





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