Macchine generative: cosa resta dell’autore, quando la scrittura si può delegare?

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Su LinkedIn ho trovato questo commento di Andrea B. – CISO & Head of Architecture@Fideuram ISPB

Autore non è chi scrive. Firmo documenti da trent’anni e so cosa fa una firma: assume un debito, prima ancora di attestare una mano.
Le macchine generative hanno reso pubblica una domanda che chi firma si è sempre posto in privato: cosa resta dell’autore, quando la scrittura si può delegare?
Più andavo indietro a cercare, meno la domanda sembrava nuova. Nel diritto romano auctor viene da augere, accrescere: era chi aumentava il valore di un atto rispondendone. Quando Marziale accusò un rivale di spacciare i suoi versi lo chiamò plagiarius, rapitore di uomini liberi: il torto stava nel legame personale con il testo, perché le idee erano di tutti.
C’è poi un racconto in cui un uomo riscrive parola per parola il Chisciotte e produce un’opera diversa, perché diversa è la posizione da cui la enuncia. La mano era stata licenziata da un pezzo; il diritto intanto proteggeva la forma, mai le idee.

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In questo cantiere entra l’AI generativa. Produce frasi impeccabili con la casella dell’enunciatore vuota; il lettore la riempie, proiettando un’intenzione dove c’è una distribuzione di probabilità.
Luciano Floridi la chiama pareidolia semantica: vediamo volti nelle nuvole, intenzioni nelle frasi. Eppure un’asserzione è un impegno: la disponibilità a rispondere, come lo sai, con quale titolo.
A un modello posso solo rifare la domanda.
Si discute se dichiarare l’uso di questi strumenti. Il dibattito presuppone che l’uso sia l’eccezione; il presente lo ha reso condizione. Anch’io scrivo con questi strumenti accanto, come con il correttore o la rete: dato di fatto, prima che scelta. L’avviso serve altrove: dove chi legge può scambiare la macchina per una persona, o il sintetico per il documentato. L’etichetta descrive il mezzo; la firma assume il debito. Dal 2 agosto l’articolo 50 dell’AI Act va in questa direzione: protegge la posizione di chi legge.
L’ipotesi che ne ricavo, offerta alla contraddizione: autore non è chi scrive. È chi risponde.
Resta il punto che non so chiudere: se l’autorialità è una catena, chi risponde di cosa e in quale misura? Chi ha una risposta migliore, la firmi.

Ho risposto

Il principio è che chi legge, guarda o ascolta deve poter sapere se sta interagendo con un contenuto generato o alterato dall’IA, così da valutarlo consapevolmente. L’autorialità e la responsabilità non coincidono più necessariamente. Nell’ecosistema dell’IA l’autore diventa una funzione distribuita: chi progetta il modello risponde del funzionamento del sistema, ma chi lo mette sul mercato risponde della sua conformità normativa. L’algoritmo non può andare oltre, chi firma o diffonde un contenuto ne risponde sul piano editoriale, professionale o giuridico. Non può essere una macchina, l’elemento umano è ancora indispensabile.

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Una catena di responsabilità

In questo senso, l’autorialità assomiglia sempre meno a una firma e sempre più a una catena di responsabilità. Se l’autorialità è una catena, la responsabilità non è indivisibile ma graduata. Ogni anello risponde della propria decisione, non dell’intera catena. Ma deve essere sempre l’elemento umano a dire l’ultima parola.
Questo è, in fondo, anche l’approccio adottato dall’AI Act: la responsabilità viene distribuita tra i diversi attori dell’ecosistema (provider, deployer, importatori, distributori, utilizzatori), senza attribuire tutto il peso a un unico soggetto.

Concludo

Dal 2 agosto l’articolo 50 dell’AI Act va in questa direzione: protegge la posizione di chi legge. L’ipotesi formulata, aperta alla contraddizione, è che autore non sia chi scrive, ma chi risponde. Resta però una domanda: se l’autorialità è una catena e non più un punto, la responsabilità si distribuisce tra i suoi anelli. Ma dove termina la responsabilità tecnica e dove comincia quella editoriale? Può il giornalista che firma esimersi dal controllare le fonti e validarne la veridicità? No.

Qui il link a un mio articolo in merito pubblicato stamattina su La Mia Finanza
https://www.lamiafinanza.it/2026/07/newsguard-cresce-la-disinformazione-alimentata-dallia-e-aumenta-il-valore-strategico-delle-fonti-giornalistiche-verificate/

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Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.
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Gli articoli pubblicati su questa testata rispettano la normativa europea (AI Act) e i principi deontologici dell’Ordine dei Giornalisti. L’utilizzo costante dell’intelligenza artificiale permette la corretta verifica delle fonti e la creazione di una traccia che tenga conto dei temi più significativi. Nessun articolo può essere pubblicato autonomamente dall’intelligenza artificiale: ogni autore interviene personalmente non solo nella fase della scrittura dell’articolo, ma anche nella verifica della veridicità di notizie e dati riportati.

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