Quanto pesa la guerra tariffaria sui mercati

Larry Hatheway -

Il Rappresentate per il commercio degli Stati Uniti ha annunciato di recente una revisione del 10% sugli ulteriori 200 miliardi di dollari sulle importazioni cinesi, intervento supplementare al pacchetto di sanzioni già in essere sulla base delle precedenti ondate di dazi cinesi.

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Piuttosto che avviare una nuova indagine – che potrebbe richiedere fino a un anno – la scelta accelererà il riesame e i dibattiti, che dovrebbero svolgersi dal 20 al 23 agosto. Di conseguenza, nuovi dazi potrebbero essere imposti già a settembre. Il tratto sorprendente è la reazione moderata del mercato alla posizione aggressiva dell’amministrazione Trump.

Una delle motivazioni è da ricercare nella reazione composta della Cina, sebbene sia lecito aspettarsi una contromossa di Pechino. La Cina importa solamente 150 miliardi di dollari all’anno dagli Stati Uniti (al contrario dei 500 miliardi di dollari di debito di importazioni che gli USA detengono nei confronti della Cina). Anche se non si esclude una possibile escalation. La Cina, ad esempio, potrebbe imporre dazi più alti o potrebbe annunciare altre barriere non tariffarie su beni e servizi. Potrebbe, inoltre, limitare gli afflussi di investimento e, in via informale, supportare il boicottaggio di beni USA. Se tutto ciò accadesse, ci sarebbero tutte le ragioni per una possibile contro risposta, provocando un’escalation ancora maggiore.

Le paure di un conflitto commerciale potrebbero mettere in stand-by gli investitori, in particolar modo nel periodo estivo più calmo. Per quanto riguarda i dati, l’indice dei prezzi al consumo e alla produzione statunitensi hanno entrambi visto un’accelerazione sia su base annua che mensile. Sebbene le tensioni commerciali, i dati sull’inflazione sottostante USA e sulla crescita economica – con previsioni di crescita del Pil annualizzato per il secondo trimestre del 4% – porteranno probabilmente Powell a riaffermare l’intenzione della Fed di aumentare i tassi a settembre e a dicembre e continuare il suo processo di riduzione nel 2019. Di conseguenza, sembra probabile che i rendimenti dei titoli obbligazionari statunitensi non scenderanno molto al di sotto dei livelli attuali, salvo uno shock maggiore.

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Infine, per quanto riguarda la Brexit, il primo ministro Theresa May ha vinto una vittoria tattica a scapito dei rivali della linea più dura della Brexit, dividendo i componenti rimasti nel gabinetto (Gove) da coloro che hanno rassegnato di recente le dimissioni (Davis e Johnson). Nonostante si parli di una potenziale sfida alla leadership, non sembra che la linea “hard Brexit” abbia voti sufficienti per raccogliere una sfida. Tuttavia, l’esito dei negoziati con l’UE non è privo di rischi. L’opzione preferita del governo britannico – un’unione doganale per le merci (non i servizi) che preservi una frontiera aperta tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord – richiederebbe all’UE di riconoscere questioni chiave, come la giurisdizione della Corte Europea di Giustizia e la libera circolazione del lavoro e del capitale all’interno di un’unione doganale. Le imminenti negoziazioni saranno probabilmente difficili, il che porterà volatilità sui mercati, soprattutto nel cambio sterlina-euro.


Larry Hatheway – capo economista – GAM Investments 

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