Caso Siher: quando il diritto dà una lezione al potere. Intervista all’avv. Giovanni Bonomo
Intervista all’avv. Giovanni Bonomo, giurista ed esperto di diritto dell’informazione

In estrema sintesi, i vertici del Tribunale di Milano hanno replicato alle critiche espresse da Giorgia Meloni sul caso Siher definendole «irricevibili» ed evidenziando scarsa conoscenza dello Stato di diritto: un giudice deve decidere sulle prove, indipendentemente dalle aspettative politiche. Hanno aggiunto che «la vergogna riguarda altre categorie della vita sociale, non il responsabile e difficile esercizio della giurisdizione».
La Gip aveva liberato Siher perché nei messaggi contestati non aveva ravvisato incitamenti alla violenza, ma richiami alla disobbedienza civile, insufficienti a sostenere i gravi indizi ipotizzati dalla Procura.

Avvocato Bonomo, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito «vergognosa» la decisione della Gip di Milano di rimettere in libertà Youssef Siher. Lei ha invece parlato di una lezione di diritto impartita dal Tribunale al potere politico. Perché?
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Perché siamo di fronte a un paradosso istituzionale: chi dovrebbe essere il primo garante del rispetto della Costituzione arriva a censurare pubblicamente una magistrata proprio per averla applicata. La risposta dei vertici del Tribunale di Milano è di una severità esemplare, ma senza una parola fuori posto, e ricorda una verità elementare: in uno Stato di diritto non si arresta qualcuno perché lo pretende la politica, né lo si mantiene in carcere per soddisfare l’opinione pubblica, la libertà personale è un diritto costituzionale, non una concessione governativa.
Ma la decisione della Gip non rischia di essere interpretata come un segnale di debolezza dello Stato nei confronti di comportamenti potenzialmente pericolosi?
È proprio questa l’insidiosa mistificazione che occorre smascherare: la forza dello Stato non si misura dal numero delle persone incarcerate, ma dalla sua capacità di rispettare le proprie leggi anche quando sarebbe politicamente conveniente ignorarle. La Gip Tiziana Landoni ha escluso, sulla base degli atti disponibili, il concreto pericolo di fuga e la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza per i reati contestati. Sono presupposti giuridici, non opinioni personali. La custodia cautelare non può trasformarsi in una pena anticipata, tantomeno in uno strumento di rassicurazione elettorale.
Qual è la differenza fondamentale tra la scarcerazione di un indagato e la sua assoluzione, che nel dibattito pubblico sembra spesso scomparire?
Una differenza abissale. La mancata convalida del fermo e il rigetto della richiesta di custodia cautelare non costituiscono una sentenza di assoluzione, le indagini possono proseguire e nuovi elementi possono essere acquisiti. Significano semplicemente che, allo stato degli atti, non sussistono le condizioni previste dalla legge per privare quella persona della libertà. Confondere deliberatamente i due piani significa alimentare un autentico analfabetismo costituzionale. E quando a farlo sono le massime cariche istituzionali, l’ignoranza, reale o simulata, diventa un serio problema di trasparenza e integrità istituzionale.
Nel caso Siher entra in gioco anche il delicato confine tra libertà di manifestazione del pensiero e istigazione alla violenza. Qual è il suo giudizio?
È un confine che deve essere tracciato con il diritto, non con le emozioni. L’articolo 21 della Costituzione tutela la libertà di manifestazione del pensiero, anche quando quel pensiero è radicale, provocatorio o sgradito al potere. Naturalmente non protegge indiscriminatamente condotte che integrino reati, ma l’istigazione a delinquere deve essere accertata attraverso elementi concreti, non dedotta dalla semplice ostilità politica delle idee espresse. La Gip ha ritenuto che, negli elementi allora disponibili, non emergesse la prospettazione di azioni violente da parte di Siher: criminalizzare il dissenso per la sua radicalità sarebbe una pericolosa regressione della nostra civiltà giuridica.

Un Presidente del Consiglio non ha dunque il diritto di criticare una decisione giudiziaria? Dove finisce la legittima critica e dove comincia l’interferenza?
Il diritto di critica appartiene a tutti, Presidente del Consiglio compreso. Ma una cosa è contestare, argomentando, il contenuto di un provvedimento; altra cosa è delegittimare pubblicamente chi esercita la funzione giurisdizionale. Tanto più quando chi parla dispone dell’autorevolezza e della potenza comunicativa dell’esecutivo. L’articolo 101 della Costituzione stabilisce che i giudici sono soggetti soltanto alla legge, non alla maggioranza parlamentare, non ai sondaggi, non alle dichiarazioni televisive di un Presidente del Consiglio. La separazione dei poteri non è una formula cerimoniale: è il presidio che impedisce alla democrazia di degenerare nell’arbitrio.
Il comunicato del Tribunale parla di «scarsa conoscenza, reale o mascherata» degli istituti giuridici dello Stato di diritto. Non le sembra un giudizio particolarmente duro?
È durissimo, ed è proprio per questo straordinariamente efficace. I presidenti Fabio Roia ed Ezia Maccora pongono un’alternativa impietosa: o certi esponenti politici non conoscono i fondamenti del processo penale, oppure li conoscono e scelgono di deformarli per convenienza propagandistica. Nel primo caso abbiamo un problema di competenza istituzionale; nel secondo, ben più grave, di responsabilità democratica. Non saprei quale delle due ipotesi sia più sconfortante; il comunicato dimostra, peraltro, che si può essere severissimi senza mai scadere nella volgarità.
Lei ha parlato di «barbarie penale» e di «sguaiata propaganda». Non teme che siano espressioni eccessive?
Le considero, purtroppo, appropriate a una deriva culturale che confonde la giustizia con la punizione immediata, l’indagato con il colpevole e il magistrato indipendente con un ostacolo all’azione di governo. La barbarie penale comincia quando si pretende che la privazione della libertà preceda e sostituisca l’accertamento delle responsabilità il diritto penale di uno Stato democratico non serve ad assecondare gli umori della piazza, ma ad applicare norme e garanzie. E aggiungo: la sicurezza dei cittadini non si difende sacrificando lo Stato di diritto, si difende rispettandolo.
La conclusione del comunicato è memorabile: «La vergogna riguarda altre categorie della vita sociale, non il responsabile e difficile esercizio della giurisdizione». Quale messaggio vorrebbe lasciare ai lettori?
Vorrei che quella frase fosse letta e meditata soprattutto da chi esercita il potere. È una lezione di stile, prima ancora che di diritto. senza nominare nessuno, il Tribunale ha restituito alla parola «vergogna» il suo significato morale e istituzionale. La vera vergogna non è un giudice che applica la legge, ma la pretesa che debba disapplicarla per compiacere chi governa.
Da giurista, posso dissentire da una decisione giudiziaria e discuterne criticamente le motivazioni, non posso però accettare che la magistratura venga trasformata nel bersaglio della propaganda politica ogni volta che una sua decisione risulta sgradita.
La democrazia non si riconosce da quanto potere possiede chi governa, ma da quanti limiti è disposto a rispettare.E ricordiamolo: la giustizia non deve piacere al potere, deve poterlo contraddire… altrimenti non sarebbe più giustizia ma obbedienza.
Avv. Giovanni Bonomo – Centro Culturale Candide
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