ETF: l’Italia è il mercato europeo con il maggior potenziale di crescita

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L’Italia, tra i primi Paesi in Europa ad aver adottato gli ETF, ormai vent’anni fa, sta finalmente cominciando ad essere vista da addetti ai lavori e risparmiatori, come mercato con un sempre più solido track record.

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A giugno 2022 gli asset under management (AUM) investiti in ETF in Italia hanno raggiunto i 105,4 miliardi di euro, con afflussi di 9 miliardi raccolti nel 2021 e di 3,8 miliardi nel primo semestre di quest’anno (-19% anno su anno), dimostrando una resilienza superiore rispetto al mercato europeo degli ETF nel complesso (-35% anno su anno), in uno scenario di mercato particolarmente volatile ed incerto a livello geopolitico e macroeconomico come quello attuale. Nonostante il nostro Paese sia ancora indietro rispetto a Germania e Regno Unito, la sua parabola ascendente è stata notata dagli emittenti di ETF, che hanno aumentato la loro presenza commerciale sul territorio, nel tentativo di avvicinarsi agli investitori retail.

Secondo un rapporto sui costi e le performance al dettaglio pubblicato in aprile dall’ESMA, l’Italia ha le più elevate commissioni di gestione per i prodotti azionari d’Europa, quasi il 2% e il 70% di questa cifra viene speso per gestire e mantenere la rete di distribuzione.

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Proprio l’onerosità dell’accesso ai prodotti di investimento ha favorito l’affermarsi di player digitali, che hanno intuito la possibilità di ottimizzare e rivoluzionare l’offerta di ETF attraverso una gestione trasparente, fiscalmente efficiente e a costi contenuti. Al contempo, sempre più asset manager tradizionali – anche Tier1 – si sono affacciati al mercato degli ETF in Italia, incrementando l’offerta di strumenti a disposizione degli investitori, istituzionali e non, non soltanto sulle asset class e gli indici più tradizionali, ma anche su quelli più ricercati. Soltanto negli ultimi due anni, il numero di strumenti ETF è cresciuto del 25%, arrivando oggi a contare quasi 1400 strumenti quotati su Borsa Italiana (ETF Plus).

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Tutto ciò  ha portato ulteriore impulso alla diffusione di questo strumento finanziario  e al  superamento di alcune inefficienze iniziali (come gli ampi bid-ask spread e la scarsa liquidità), viste come un ostacolo da molti investitori. I più recenti sviluppi normativi come MiFID II, che sta favorendo la sensibilizzazione degli investitori retail sull’importanza dei costi negli investimenti, stanno ulteriormente alimentando questo circolo virtuoso.

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Alla diffusione degli ETF tra il pubblico retail hanno contribuito anche alcune recenti partnership tra emittenti e player digitali e l’aumento del numero di consulenti finanziari autonomi operanti in Italia (ad oggi oltre 400), più propensi all’utilizzo di ETF rispetto ai consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede (sebbene gli asset sotto consulenza in ETF di questi ultimi siano in lenta crescita negli ultimi anni, rappresentano solo l’1,2% circa del patrimonio complessivo gestito dalle reti) per ovvie differenze legate alla remunerazione delle due figure professionali: l’assenza di inducements e i bassi costi di gestione favoriscono pure fees applicate soprattutto da società di consulenza finanziaria indipendente o da consulenti finanziari autonomi.

Con la continua crescita degli accantonamenti in conto corrente degli italiani e la conseguente necessità di investimenti retail sempre più efficienti in tutto il Paese, una delle maggiori sfide da affrontare è quella di garantire che gli investitori siano adeguatamente istruiti sui rischi che corrono: è fondamentale che gli operatori aiutino i clienti a conoscere i vantaggi della diversificazione e degli investimenti a lungo termine, accrescendo la loro consapevolezza in particolare per alcuni prodotti complessi come gli ETP short e a leva (ETP S&L), la cui popolarità è in crescita. Il fatto che l’Italia sia attualmente al penultimo posto in Europa in termini di alfabetizzazione finanziaria indica che la strada da percorrere è ancora lunga.

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