USA, ecco gli effetti del credit crunch

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Negli Stati Uniti le banche stanno irrigidendo le condizioni applicate al credito, mentre consumatori e imprese richiedono meno prestiti.

Le cause principali della riduzione del credito sono gli alti tassi d’interesse e la crisi delle banche regionali. Le banche medio-piccole considerano i timori di fuga dei depositi e i conseguenti problemi di liquidità come cause per il calo dei prestiti. Il quantitative tightening della Federal Reserve, tramite il quale rallenta o termina il suo acquisto di titoli sul mercato, riduce la liquidità a disposizione del sistema. Le banche, inoltre, temono che con i tassi più elevati i debitori entrino in default. Non a caso, le dichiarazioni di bancarotta sono ai livelli più alti dal 2010. Negli ultimi mesi, alcune banche hanno avuto problemi di redditività, dovendo aumentare la remunerazione dei conti di risparmio per mantenere i clienti depositari, che altrimenti avrebbero spostato il loro capitale in strumenti con rendimenti più alti, come i fondi money market o i titoli di Stato.

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Gli aumenti del costo di finanziamento portano le aziende e i consumatori a richiedere meno prestiti, diminuendo investimenti e consumo. Il ribasso delle spese in conto capitale limita produttività ed utili. Infine, il calo dei mutui riduce la domanda e i prezzi delle proprietà immobiliari. I creditori con debito immobiliare nel portafoglio potranno subire delle perdite, dato che i debitori potrebbero dover vendere le loro proprietà a prezzi bassi per ripagare i prestiti, rischiando di entrare in default. Negli Stati Uniti, le vendite delle case potranno scendere da 5,72 milioni nel 2022 a 4,72 nel 2023, secondo le previsioni. Inoltre, gli uffici sfitti sono aumentati notevolmente. Nonostante ciò, il presidente della Federal Reserve sostiene che gli Stati Uniti eviteranno una recessione con un “soft landing”, ovvero con l’economia in crescita sebbene a livelli ridotti, grazie alla solidità del mercato del lavoro. Il problema è che il mercato del lavoro deve ancora assorbire i licenziamenti recenti, che potrebbero continuare nel 2023 mentre le aziende cercano di ridurre i costi. Con il rialzo dei tassi di disoccupazione si otterrà un ulteriore calo dei consumi. Tuttavia, bisogna considerare la differenza tra una vera e propria crisi del credito, non osservabile ad oggi, ed una diminuzione fondamentale per la corretta trasmissione della politica monetaria. Infatti, un calo nel livello di credito è necessario per il rallentamento dell’inflazione. L’importante è comprendere quali aziende hanno business model che generano flussi di cassa abbastanza solidi da superare questo contesto, e quali avranno difficoltà per il costo e la diminuzione del credito. D’altro canto, le aziende profittevoli che riusciranno a sopportare i costi più elevati avranno meno concorrenza.

L’INFLAZIONE E LA CRESCITA SECONDO LA BCE

Il 4 maggio la Banca Centrale Europea ha confermato un ulteriore aumento del tasso d’interesse sui depositi, portandolo al 3,25%. Inoltre, ha annunciato che probabilmente non ci saranno tagli dei tassi fino al secondo semestre del 2024. I mercati si aspettano che la BCE continui la sua politica monetaria restrittiva, con tassi al 3,75% quest’estate.

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Secondo la BCE, l’inflazione core, ovvero quella che esclude i prezzi più volatili come cibo ed energia, sarà ancora elevata nel quarto trimestre del 2024, al 2,4%. Inoltre, le previsioni per l’indice dei prezzi al consumo (IPC) della Banca Centrale sono aumentate da 5,5 a 5,8% per il 2023 (grafico sopra rappresentato). In particolare, il rialzo del livello dei prezzi è persistente nei servizi. Di conseguenza, certi economisti, compreso il presidente della Bundesbank, pensano che la BCE potrebbe continuare ad alzare i tassi anche dopo l’estate, a meno che non ci sia una riduzione sostenuta dell’inflazione core. Per risolvere il problema, gli utili delle aziende dovrebbero assorbire i costi dei salari più alti e il rallentamento del credito dovrebbe ridurre la domanda. Se i tassi d’interesse elevati nell’Eurozona dovessero progredire come previsto, ci sarebbe una probabile differenza tra la politica monetaria americana, dove i mercati prevedono un allentamento, e quella europea.

Fino ad ora, USA e UE hanno mostrato visioni simili sulle modalità per combattere l’inflazione. Tuttavia, i timori di recessione negli Stati Uniti inducono i mercati a non prevedere rialzi ulteriori. Nonostante le dichiarazioni poco ottimiste sull’inflazione futura, la BCE ha riconosciuto la resilienza economica dell’Eurozona. Con la sua risposta adeguata alla crisi energetica, la risoluzione dei grossi problemi alle catene di fornitura e la forza del mercato del lavoro, quest’inverno l’Unione Europea ha evitato una recessione. Infatti, solo Svezia ed Estonia hanno contrazioni del PIL (allo 0,4%) previste per il prossimo futuro. Inoltre, le previsioni di crescita della BCE sono aumentate di recente, raggiungendo l’1,1% per il 2023 e l’1,6% per l’anno successivo. Ad ogni modo, i rischi per la crescita economica sono molteplici. Ad esempio, a marzo la produzione industriale è diminuita del 4,1%, il calo maggiore da aprile 2020. Di conseguenza, gli sforzi dell’Unione Europea per supportare l’economia dovranno essere significativi.