L’intelligenza artificiale è infrastruttura. L’Europa vuole costruire la sua

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Le aziende hanno adottato l’intelligenza artificiale, ma non sanno ancora usarla davvero. Secondo una ricerca condotta su 6.100 professionisti di Finance, HR, IT e Operations, solo il 27% delle organizzazioni ha integrato l’AI nei propri processi core. Il resto la usa ai margini: per scrivere e-mail, riassumere documenti, rispondere a domande isolate. Nel frattempo, l’82% dei dipendenti dichiara di trascorrere una quota significativa della giornata a copiare e incollare dati tra sistemi scollegati: un lavoro che dovrebbero fare i sistemi stessi. È questo il paradosso al centro del dibattito sull’AI enterprise: i modelli sono sempre più capaci, le organizzazioni faticano a stare al passo, e di conseguenza, il divario si allarga.

Su questo scenario si è aperto Horizon, l’evento organizzato da Workday il 21 maggio a Milano negli IBM Studios di Piazza Gae Aulenti. Il tema dichiarato era l’AI nel mondo del lavoro; il tema reale era più ambizioso: comprendere chi controllerà l’infrastruttura digitale del prossimo decennio.

Dal chatbot all’infrastruttura strategica

Il keynote è stato affidato a Francesca Bria, consulente ONU, membro del consiglio dell’European Innovation Council e professoressa onoraria all’University College di Londra. La tesi di fondo era netta: l’intelligenza artificiale non va letta come uno strumento, ma come un capability layer trasversale: una leva geopolitica, un motore di competitività industriale, esattamente come fu per l’elettricità, per internet, per il cloud.

Chi controlla i modelli, i dati e l’infrastruttura di calcolo cattura il valore. Oggi quel controllo è concentrato: grandi hyperscaler americani, piattaforme cinesi, produttori di chip. L’Europa dispone di ricerca d’eccellenza, università solide e un’industria manifatturiera competitiva, ma non possiede ancora la filiera tecnologica per tradurre questo patrimonio in autonomia digitale reale.

La sovranità digitale come progetto industriale

Il cuore della visione presentata a Horizon è un ecosistema tecnologico completo che va ben oltre il software: cloud sovrano, chip europei, data commons, wallet digitali, infrastrutture energetiche, standard condivisi. Componenti di una “stack europea” ancora in costruzione, ma sempre più esplicitamente al centro della politica industriale dell’Unione.

La critica implicita è rivolta all’Europa stessa. Infatti, ha gli ingredienti, manca il coraggio di rischiare: pochi capitali di ventura, burocrazia lenta, mercati nazionali frammentati, difficoltà strutturale a scalare. Il confronto con Stati Uniti e Cina, entrambi impegnati in una guerra aperta per il controllo dei chip e del dominio digitale, rende la posta in gioco difficile da ignorare.

Regolazione come vantaggio competitivo

L’approccio europeo all’AI (AI Act, Digital Markets Act, GDPR, Data Governance Act) viene riletto non come freno all’innovazione ma come potenziale strumento di differenziazione globale. Chi definisce gli standard oggi può orientare il mercato domani. I rischi sono noti: compliance costosa, innovazione rallentata, vantaggio strutturale per le grandi imprese rispetto alle startup. Ma la direzione è quella di trasformare la regolazione in mercato tecnologico.

Un esempio concreto: la EU Pay Transparency Directive, che obbligherà le aziende a rendicontare i divari salariali, genera automaticamente domanda di software HR avanzato, analytics basate sull’AI, strumenti di audit retributivo. Il 43% dei dipendenti intervistati nella ricerca Workday dichiara di sentirsi occupato durante la giornata, ma non produttivo: è esattamente il tipo di inefficienza che questi strumenti puntano a misurare e correggere. La normativa crea il mercato; le software company lo servono.

Un’AI “worker-centric”: la narrativa europea

Un elemento ricorrente nelle presentazioni di Horizon è il distacco netto dalla retorica americana dell’automazione totale. Laddove la Silicon Valley tende a enfatizzare la sostituzione dei processi e la riduzione degli organici, il frame europeo è diverso: produttività, non sostituzione, capacità, non dipendenza.

L’AI viene presentata come amplificatore del lavoro umano. Una scelta narrativa che riflette sensibilità politiche profonde nel contesto europeo, dove il tema occupazionale è centrale e la fiducia nelle istituzioni rimane una variabile critica per l’adozione delle tecnologie. Quasi nove lavoratori su dieci, secondo la ricerca, dichiarano che la propria fiducia nell’AI aumenta quando si fidano dei sistemi e dei dati sottostanti. La tecnologia segue la governance, non la precede.

Il fronte enterprise: agenti e dati integrati

Sul piano applicativo, l’evento ha mostrato come questa visione strategica si traduca in architetture concrete. Il modello proposto è quello di agenti AI specializzati, per HR, finanza, operations, legal, che non si sovrappongono ai sistemi esistenti, ma operano dentro di essi, con permessi definiti, catene di approvazione rispettate, audit trail tracciabili. Quando l’AI è integrata nei processi core, il 60% dei lavoratori dichiara un risparmio di tempo pari o superiore al 25%. Dove resta ai margini, quella quota scende sotto il 25%.

Il vantaggio competitivo, in questo scenario, non deriverà dall’accesso al modello più potente, destinato a diventare una commodity, ma dalla qualità del contesto operativo in cui quel modello agisce: dati puliti, workflow integrabili, governance robusta.

L’Europa, con la sua attenzione storica a interoperabilità, tutela dei dati e compliance by design, potrebbe trasformare quelli che sembravano limiti strutturali in vantaggi architetturali nell’era degli agenti AI. Non è detto che ci riesca: la dipendenza da chip americani, hyperscaler statunitensi e modelli foundation sviluppati oltreoceano è ancora molto profonda. Ma per la prima volta, la direzione sembra abbastanza chiara da poterla chiamare strategia.

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Caterina Chiarelli

Content Editor Bachelor’s Degree, Master’s Degree,Postgraduate Master

Caterina Chiarelli, professionista della comunicazione e dell'editoria con una formazione accademica che include una Laurea Magistrale in Comunicazione, Informazione ed Editoria e un Master in digitalizzazione, AI e big data. Il suo percorso coniuga rigore metodologico e creatività, maturati attraverso esperienze in ambito editoriale, giornalistico e digitale. Ha collaborato con realtà editoriali e di comunicazione occupandosi di redazione, pianificazione editoriale, social media management e ufficio stampa, lavorando su contenuti sia web sia cartacei. Negli ultimi anni ha approfondito il rapporto tra comunicazione e innovazione tecnologica, sviluppando un approccio orientato all'utilizzo consapevole dell'intelligenza artificiale e degli strumenti digitali a supporto della qualità dei contenuti. Si distingue per una curiosità profonda verso le persone, le idee e i linguaggi attraverso cui la realtà prende forma, con la convinzione che il dialogo, quando è guidato da ascolto, spirito critico ed empatia, sia capace di generare valore e connessione reale.

Areas of Expertise: editoria e comunicazione digitale, scrittura e revisione editoriale, giornalismo economico-finanziario, progettazione editoriale, pianificazione e coordinamento dei contenuti, social media e marketing digitale, intelligenza artificiale applicata alla comunicazione, strategie digitali, analisi dei contenuti e storytelling, comunicazione istituzionale e ufficio stampa
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Caterina Chiarelli, professionista della comunicazione e dell'editoria con una formazione accademica che include una Laurea Magistrale in Comunicazione, Informazione ed Editoria e un Master in digitalizzazione, AI e big data. Il suo percorso coniuga rigore metodologico e creatività, maturati attraverso esperienze in ambito editoriale, giornalistico e digitale. Ha collaborato con realtà editoriali e di comunicazione occupandosi di redazione, pianificazione editoriale, social media management e ufficio stampa, lavorando su contenuti sia web sia cartacei. Negli ultimi anni ha approfondito il rapporto tra comunicazione e innovazione tecnologica, sviluppando un approccio orientato all'utilizzo consapevole dell'intelligenza artificiale e degli strumenti digitali a supporto della qualità dei contenuti. Si distingue per una curiosità profonda verso le persone, le idee e i linguaggi attraverso cui la realtà prende forma, con la convinzione che il dialogo, quando è guidato da ascolto, spirito critico ed empatia, sia capace di generare valore e connessione reale.